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Lo sai che? Rivelare di essere stati traditi: cosa si rischia?

Lo sai che? Pubblicato il 19 marzo 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 19 marzo 2018

«Mia moglie mi ha tradito: lo posso raccontare?»: si rischia la diffamazione a dire che il proprio coniuge è stato infedele.

Cornuto e mazziato. Mai un detto poteva essere più azzeccato di questo per descrivere gli effetti che avrà l’ordinanza di qualche giorno fa pubblicata dalla Cassazione [1]. Già, perché se è vero che rivelare un tradimento è reato, questa regola vale per tutti, anche per il coniuge tradito. In altri termini, chi ha il sospetto che la moglie gli stia mettendo le corna e lo va a rivelare a qualche amico per potersi sfogare o vendicare, deve stare ben attento alle parole che usa; se infatti si lascia andare in epiteti offensivi e screditanti sarà prima condannato penalmente per diffamazione e, dopo, in via civile, subirà una richiesta di risarcimento. In particolare, cosa si rischia a rivelare di essere traditi ed a quanto vuoi che ammonti il danno nell’aver detto la verità? Venticinquemila euro! A tanto, secondo la Suprema Corte, ammonta l’entità della lesione al decoro e alla reputazione dell’infedele.

La vicenda vede un uomo indagato per aver parlato, con gli amici, di un presunto tradimento da parte della moglie. O meglio, dell’ex moglie, visto che i due ormai si erano separati. Del resto, chi mai getterebbe fango sulla propria stessa famiglia se non si fosse già sfaldata? Ma la donna, la cui infedeltà non era mai stata accertata dal giudice, si è rivoltata contro. Legittimo pensare che avesse la coscienza pulita. Ma anche se così non fosse stato, non si può parlare male per il gusto di parlare male. Rivelare un fatto è un conto; lanciarsi in apprezzamenti personali, andando a dire di una donna che è «una poco di buono e una prostituta» è tutt’altra cosa. Innegabile allora parlare di diffamazione. Perché anche i fedifraghi e gli adulteri hanno una loro dignità sociale.

Del resto, non esistono sanzioni per chi tradisce: non è né un reato, né un illecito amministrativo. L’unica conseguenza di un tradimento è il cosiddetto «addebito», ossia la perdita dell’assegno di mantenimento (qualora se ne abbia diritto) e della possibilità di diventare erede dell’ex coniuge (qualora muoia prima del divorzio). L’infedeltà in sé non comporta neanche un risarcimento del danno a meno che le modalità del tradimento non siano state tali da gettare disonore nel tradito (si pensi a una situazione in cui tutto il paese è consapevole del rapporto adulterino).

Parlar male dell’ex coniuge può costare caro. Mettere in giro chiacchiere infamanti sulla reputazione della donna fa scattare la condanna penale e il risarcimento per il danno. Per i Giudici supremi è certa, in particolare, l’esistenza del danno subito dalla donna e consistito «nella derisione e nel pubblico discredito».

Rivelare un tradimento è ancor più reato se a compiere l’azione è un terzo estraneo: si pensi a una persona che va a raccontare in giro della presunta relazione adulterina tra due colleghi di lavoro. La diffamazione in questo caso è scontata, anche se il fatto dovesse essere vero e accertato. E non solo: l’illecito penale scatta anche quando a raccontare la liaison proibita è uno dei due partner coinvolti. Secondo i giudici supremi, è meglio farsi i fatti propri e non andare a rivelare il tradimento. Una cosa, infatti, è dire in giro di avere una relazione con una persona libera, un’altra è se quest’ultima è invece sposata. Così, può essere condannato per diffamazione chi fa circolare in giro, tra gli amici, sull’ambiente di lavoro, in paese o in qualsiasi altro luogo, la notizia di avere una relazione con una persona sposata. Vantarsi delle proprie prodezze amorose è quindi illegale.

L’unico caso in cui rivelare le corna non è considerato reato è quando ciò avviene in giudizio, nel corso cioè di una causa, anche se poi non si dovesse avere le prove di ciò che si afferma. Se così non fosse, non sarebbe mai possibile esercitare i propri diritti (si pensi al caso di un marito che chiede la separazione perché sostiene che la moglie lo abbia tradito). A tale giusta conclusione è pervenuta sempre la Cassazione con una sentenza di due anni fa [2]. L’importante è non usare parole dal carattere dispregiativo o umiliante. Nel caso di specie, però, era stata una terza persona a parlare di una relazione adulterina nei confronti dell’avversario processuale, circostanza che serviva per mettere in discussione l’autenticità delle dichiarazioni del testimone (presunto amante).

note

[1] Cass. ord. n. 6629/18 del 16.03.2018.

[2] Cass. sent. n. 54938/2016.

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Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 13 dicembre 2017 – 16 marzo 2018, n. 6629
Presidente Frasca – Relatore Graziosi

Fatto e diritto

La Corte
rilevato che:
– Il Tribunale di Chieti, con sentenza 21/2008, accoglieva domanda di risarcimento di danno morale (per l’importo di Euro 25.000) e biologico (per l’importo di Euro 15.500) proposta da Ca. Ca. nei confronti dell’ex coniuge Ro. Ci., avendo accertato che il convenuto aveva diffamato l’attrice diffondendo che aveva una relazione extraconiugale e l’aveva aggredita fratturandole ossa nasali;
– il Ci. proponeva appello, adducendo che la sua ex moglie avrebbe ammesso la sua relazione extraconiugale, che egli sarebbe stato vittima di due aggressioni (una il 18 agosto 1999 e l’altra il 20 agosto 2003) da lei, con danni per Euro 44.889,80, che non sarebbe stato provato il quantum del danno da pretesa diffamazione, che non sarebbe stato sussistente l’elemento psicologico per la diffamazione e che in sede penale la controparte sarebbe stata condannata per una delle due aggressioni – quella del 1999 – nonostante ciò venendo rigettata la sua domanda riconvenzionale; controparte si costituiva resistendo e la Corte d’appello di L’Aquila, con sentenza del 19 luglio-16 agosto 2016, rigettava il gravame;
– il Ci. ha presentato un ricorso articolato in due motivi e illustrato pure con memoria, da cui si difende con controricorso l’ex coniuge;
– il motivo A lamenta, ex articolo 360, primo comma, n.3 c.p.c, violazione e/o falsa applicazione degli articoli 1226, 2056, 2059, 2697, primo comma, 2729 c.c., 112, 115 e 116 c.p.c. e il motivo B denuncia omessa motivazione in ordine alla prova del danno alla reputazione della ex coniuge e alla prova delle condizioni economiche dell’attuale ricorrente;
– i due motivi sono esposti congiuntamente: lamenta il ricorrente che il giudice d’appello “non dà conto” del danno alla reputazione della controparte, e quindi dell’incidenza della notizia sulla vita di relazione della diffamata e delle sue sofferenze, la sola prova del fatto lesivo non dimostrando il danno; inoltre il giudice d’appello, ad avviso del ricorrente, non si è rapportato, determinando il quantum, le condizioni economiche dell’attuale ricorrente, mentre avrebbe dovuto considerarle per “soddisfare la funzione punitiva”;
ritenuto che:
– preliminarmente si osserva che nella memoria il ricorrente lamenta un asserito scarno tenore della proposta del relatore: doglianza che non tiene in conto l’attuale testo del primo comma dell’articolo 380 bis c.p.c, che, a differenza di quello previgente in cui il relatore doveva depositare “una relazione con la concisa esposizione delle ragioni che possono giustificare la relativa pronuncia”, ora statuisce che il relatore propone una “proposta”, in relazione alla quale il presidente fissa con decreto l’adunanza “indicando se è stata ravvisata un’ipotesi di inammissibilità, di manifesta infondatezza o di manifesta fondatezza del ricorso”; da ciò discende che la proposta non deve indicare altro, non dovendo quindi essere motivata (v. Cass. sez. 6-3, ord. 22 febbraio 2017 n. 4541: “In materia di procedimento di legittimità, l’articolo 380-bis c.p.c, come modificato dall’articolo 1-bis del D.L. n. 168 del 2016 (conv., con modif., dalla L. n. 197 del 2016), non prevede che la “proposta” del relatore di trattazione camerale possa e debba essere motivata, potendo essa contenere sommarie o schematiche indicazioni, ritenute dal presidente meritevoli di segnalazione alle parti, al momento della trasmissione del decreto di fissazione della camera di consiglio, al fine di una spontanea e non doverosa agevolazione nell’individuazione dei temi della discussione, senza che possa riconoscersi un loro corrispondente diritto.”); e ciò è strutturalmente logico, dal momento che la proposta del relatore non può in alcun modo vincolare la decisione del collegio;
– i due motivi, anche a prescindere dalla – di per sé non corretta – illustrazione congiunta che ne offre il ricorrente, risultano entrambi inammissibili: l’inammissibilità, tanto quanto alla censura in jure di cui al motivo A quanto alla censura motivazionale di cui al motivo B, discende dal fatto che, pur avendo nella esposizione del fatto il ricorso riportato un’ampia parte della motivazione della sentenza impugnata, di questa tuttavia non si tiene conto in alcun modo nella congiunta illustrazione dei motivi stessi, se non limitatamente alla presenza nell’esordio della motivazione del riferimento al danno in re ipsa, il quale, peraltro, ictu oculi non sorregge la motivazione – che infatti raggiunge l’accertamento dell’esistenza del danno individuandolo nella “derisione” e nel “pubblico discredito” subiti dalla vittima, dileggiata e “additata come una poco di buono ed una prostituta” dalle pervicaci “chiacchiere infamanti” del suo ex coniuge -;
– invero, il motivo di ricorso per cassazione deve necessariamente risolversi, in considerazione della sua natura impugnatoria, nella critica della motivazione della sentenza impugnata, onde si presenta inidoneo al suo ontologico scopo se non individua la motivazione oggetto di critica, in tal modo non pervenendo, in ultima analisi, ad effettuare una concreta critica, dal momento che quest’ultima non può prescindere da un oggetto su cui focalizzarsi; il che vale pure nel caso in cui si imputi alla motivazione di aver omesso di considerare un determinato elemento, occorrendo allora individuare nella sentenza lo specifico passo motivazionale da cui emergerebbe l’omissione, dovendosi rispettare la necessaria specificità impugnatoria sancita dall’articolo 366, primo comma, n.6 c.p.c. (v. da ultimo, in motivazione, S.U. 20 marzo 2017 n. 7074 e S.U. 5 agosto 2016 n. 16598);
– meramente ad abundantiam, a questo punto, si rimarca l’assoluta non pertinenza dell’argomento relativo alle condizioni economiche del danneggiante in relazione alla determinazione del quantum del danno risarcibile, il cui parametro non può non essere oggettivo, id est non variante a seconda del soggetto autore della condotta dannosa;
ritenuto che quindi il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, con conseguente condanna del ricorrente alla rifusione delle spese del grado – liquidate come da dispositivo – alla controricorrente;
ritenuto altresì che l’assoluta inammissibilità del ricorso, proposto avverso una sentenza qualificabile come doppia conforme in rapporto a quella pronunciata dal giudice di primo grado senza addurre, appunto, alcuna effettiva confutazione della sentenza stessa, bensì in realtà pretermettendone il contenuto tamquam non esser, ovvero contravvenendo in toto alla struttura impugnatoria attraverso la quale deve essere adito il giudice di legittimità, manifesta chiaramente colpa grave del ricorrente nella proposizione del ricorso, così da condurre all’applicazione dell’articolo 385, quarto comma, c.p.c, nella presente causa ratione temporis consentita (cfr. Cass. sez. 3, 14 ottobre 2016 n. 20732, Cass. sez. 6-3, ord. 22 febbraio 2016 n. 3376, Cass. sez. 3, 12 marzo 2015 n. 4930 e Cass. sez. 3, 20 gennaio 2015 n. 817), condannando pertanto il ricorrente a pagare alla controparte una somma che, in un’ottica equitativa come richiesto dalla legge – ottica che tiene conto, naturalmente, non solo della conformazione del ricorso ma pure dell’oggetto della controversia e dello svolgimento complessivo della stessa nei gradi precedenti -, si ritiene di dover determinare nella misura di Euro 2000;
ritenuto infine che sussistono ex articolo 13, comma 1 quater, D.P.R. 115/2012 i presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso articolo;

P.Q.M.

Rigetta il ricorso, condannando il ricorrente a rifondere alla controricorrente le spese processuali, liquidate in complessivi Euro 6500, oltre a Euro 200 per gli esborsi e al 15% per spese generali, nonché agli accessori di legge; condanna altresì il ricorrente a corrispondere alla controricorrente ex articolo 385, quarto comma, c.p.c. la somma di Euro 2000.
Ai sensi dell’articolo 13, comma 1 quater, D.P.R. 115/2002 dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso articolo 13.


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