Diritto e Fisco | Editoriale

Ferie quando nasce un figlio

24 marzo 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 marzo 2018



Cos’è il riposo retribuito? Cosa sono il congedo di maternità e il congedo di paternità? Quando spettano? Cos’è il congedo papà?

La Costituzione attribuisce ad ogni lavoratore il diritto irrinunciabile alle ferie retribuite e al riposo settimanale [1]. Accanto al diritto alle ferie, però, il lavoratore dipendente ha una serie di altri diritti, i quali si aggiungono e non si sostituiscono alle tradizionali ferie, cioè al riposo retribuito. Tra questi diritti rientra anche quello alle ferie quando nasce un figlio. Vediamo di cosa si tratta.

Ferie: cosa sono?

Prima di approfondire il tema delle ferie quando nasce un figlio, vediamo in cosa consistono le ferie stesse.

Le ferie si concretizzano nella sospensione, per un congruo periodo di tempo, della prestazione lavorativa, senza interruzione degli altri effetti giuridici del rapporto di lavoro.

Le ferie (che consistono, in sostanza, in un riposo prolungato) consentono al lavoratore di recuperare le energie psicofisiche usurate dal servizio e di partecipare alla vita di relazione familiare e sociale e di consentire il soddisfacimento delle esigenze ricreative e culturali.

Per quanto riguarda la loro disciplina, la legge stabilisce che il lavoratore ha diritto ad un periodo annuale di ferie retribuite non inferiore a quattro settimane, consentendo tuttavia alla contrattazione collettiva la facoltà di derogare in senso più favorevole [2]. I contratti collettivi, quindi, possono estendere questo periodo, ma non ridurlo.

Le ferie maturano nel corso del rapporto, anche se questo dura meno di un anno o è in prova.

Durante il periodo feriale, il prestatore ha diritto alla retribuzione corrispondente a quella che percepisce normalmente, comprensiva anche delle voci più strettamente connesse alla prestazione lavorativa.

Nel caso in cui il lavoratore dovesse ammalarsi durante le ferie, queste rimarrebbero sospese per tutta la durata della malattia, con diritto del lavoratore a recuperarle [3].

Ferie: quanto durano?

Salvo diversa previsione, le ferie devono essere godute per almeno due settimane nel corso dell’anno di maturazione delle stesse e, nel caso di impossibilità, le restanti nei diciotto mesi successivi a tale anno. Il periodo delle ferie deve essere possibilmente continuativo, in considerazione delle finalità dell’istituto.

Ferie: cosa succede quando nasce un figlio?

Da quanto abbiamo appena detto si capisce che le ferie, intese in senso stretto, sono un periodo di riposo concesso al lavoratore per recuperare le energie andate via a causa della propria attività. Le ferie, in altre parole, costituiscono un vero e proprio ristoro, un’oasi felice.

Quando nasce un figlio il lavoratore ha diritto ad un permesso retribuito che prende il nome di congedo. Il congedo può essere di maternità o di paternità a seconda che di esso usufruisca la mamma o il papà del neonato. Pertanto, la funzione del congedo è ben diversa da quella delle ferie: se queste ultime servono a far recuperare il dipendente dalle fatiche del lavoro, il primo serve innanzitutto a tutelare il bambino e il suo diritto ad essere assistito da almeno uno dei genitori nei suoi primi mesi di vita. Vediamo più nel dettaglio di cosa si tratta.

Congedo maternità: cos’è?

Il congedo di maternità è il periodo di astensione obbligatoria dal lavoro riconosciuto alle lavoratrici dipendenti durante la gravidanza e il periodo immediatamente successivo. In presenza di determinate condizioni che impediscono alla madre di godere del congedo, lo stesso spetta al padre (congedo di paternità). Il diritto al congedo e all’indennità che ne consegue sono previsti anche in caso di adozione o affidamento di minori.

Congedo maternità: a chi spetta?

Secondo la legge [4], il congedo di maternità è un diritto di:

  • lavoratrici dipendenti assicurate all’Inps anche per la maternità;
  • apprendiste, operaie, impiegate, dirigenti con un rapporto di lavoro in corso all’inizio del congedo;
  • disoccupate o sospese, nei limiti previsti dalla legge;
  • lavoratrici agricole a tempo indeterminato o determinato che, nell’anno di inizio del congedo, siano in possesso della qualità di bracciante con iscrizione negli elenchi nominativi annuali per almeno cinquantuno giornate di lavoro agricolo;
  • colf e badanti;
  • lavoratrici a domicilio;
  • lavoratrici addette ad attività socialmente utili o di pubblica utilità;
  • lavoratrici iscritte alla Gestione Separata Inps e non pensionate;
  • lavoratrici dipendenti da amministrazioni pubbliche le quali sono tenute agli adempimenti previsti dalla legge in caso di maternità verso l’amministrazione pubblica dalla quale dipendono e da cui percepiscono la relativa indennità.

Congedo maternità: quanto dura?

Il congedo di maternità copre un intervallo di tempo sia precedente che successivo alla nascita del bambino. Prima del parto, la donna ha diritto a due mesi di congedo. Il periodo in questione, però, può essere anticipato qualora si tratti di gravidanza a rischio, oppure quando le mansioni svolte dalla lavoratrice sono incompatibili con la gravidanza stessa.

Dopo il parto, invece, il congedo dura tre mesi a partire dalla data effettiva del parto, con le seguenti precisazioni:

  • tre mesi più i giorni non goduti, se il parto è anticipato rispetto alla data presunta (parto prematuro o precoce). Questo anche nel caso in cui la somma dei tre mesi successivi al parto e dei giorni compresi tra la data effettiva e quella presunta del parto supera il limite di cinque mesi;
  • l’intero periodo di interdizione dal lavoro, quando le mansioni della lavoratrice sono incompatibili con la sua situazione post-parto.

Congedo maternità: casi particolari

Da quanto appena detto si capisce che il congedo di maternità ha una durata di cinque mesi (due mesi prima del parto e tre dopo il parto, salvo eccezioni). Per l’adozione o l’affidamento nazionale di minore il congedo di maternità spetta per cinque mesi a partire dall’ingresso in famiglia del minore adottato o affidato prima dell’adozione.

A queste regole, però, seguono delle eccezioni, essenzialmente legate alla particolare condizione del neonato o della lavoratrice.

Innanzitutto, va detto che se il neonato è ricoverato in una struttura ospedaliera, pubblica o privata, la madre può sospendere anche parzialmente il congedo e riprendere l’attività lavorativa. Ciò è dovuto al fatto che il bimbo è affidato alle cure dei medici e, pertanto, la presenza della madre non si rende strettamente necessaria.

Il periodo di congedo a cui rinuncia la lavoratrice, però, non va perso: la madre, infatti, potrà usufruire del tempo rimanente a partire dalle dimissioni del bambino. Questo diritto può essere esercitato una sola volta per ogni figlio, solo se le condizioni di salute della madre sono compatibili con la ripresa dell’attività lavorativa e accertate da attestazione medica.

Queste verifiche sono necessarie per evitare che il datore di lavoro, sfruttando la posizione di debolezza della lavoratrice, possa approfittarne per favorire il rientro accelerato della stessa sul posto di lavoro.

Altri casi particolari sono quelli riguardanti il bambino. Se avviene l’interruzione della gravidanza  centottanta giorni dopo l’inizio della gestazione, oppure si verifica la tragica circostanza della morte del bambino al momento della nascita o durante il congedo di maternità, la lavoratrice può ugualmente astenersi dal lavoro per l’intero periodo di congedo di maternità, tranne nel caso in cui vi rinunci spontaneamente.

Congedo paternità: quando spetta?

Il congedo di paternità è l’alternativa a quello previsto per la donna lavoratrice. Viene riconosciuto quando si verificano eventi che riguardano la madre del bambino, e cioè:

  • morte o grave infermità della madre;
  • abbandono del figlio o mancato riconoscimento del neonato da parte della madre;
  • affidamento esclusivo del figlio al padre mediante provvedimento del giudice.

In caso di adozione o affidamento di minori, oltre agli eventi sopra riportati, il congedo di paternità è fruibile dal padre a seguito della rinuncia totale o parziale della madre lavoratrice al congedo di maternità al quale ha diritto.

Il congedo di paternità, che decorre dalla data in cui si verifica uno degli eventi sopra elencati, dura quanto il periodo di congedo di maternità non fruito dalla madre lavoratrice. Se la madre è non lavoratrice, il congedo di paternità termina dopo tre mesi dal parto.

In buona sostanza, il congedo di paternità è un surrogato di quello di maternità, usufruibile dal papà lavoratore solamente quando non può spettare alla madre. Lo scopo, chiaramente, è quello di assicurare al neonato la vicinanza di almeno uno dei genitori.

Come si vedrà in uno dei prossimi paragrafi, ai papà la legge ha riservato un ulteriore speciale congedo (cosiddetto congedo papà), molto più ridotto del congedo di paternità cui abbiamo appena parlato ma godibile cumulativamente a quello di maternità.

Congedo maternità: quanto spetta?

Durante i periodi di congedo di maternità (o paternità) la lavoratrice (o il lavoratore) ha diritto a percepire un’indennità pari all’80% della retribuzione media globale giornaliera calcolata sulla base dell’ultimo periodo di paga precedente l’inizio del congedo di maternità, quindi, solitamente, l’ultimo mese di lavoro precedente il mese di inizio del congedo. L’indennità è anticipata dal datore di lavoro, mentre è pagata direttamente dall’Inps per determinate categorie di lavoratrici (operaie agricole, lavoratrici dello spettacolo saltuarie o a termine; colf e badanti, ecc.).

Congedo papà: cos’è?

Il congedo di paternità, usufruibile solamente in alternativa a quello di maternità, non va confuso con il cosiddetto congedo papà. Quest’ultimo è un permesso retribuito introdotto dalla tanto chiacchierata legge Fornero [5]  che consente (anzi, obbliga) ai neopapà di fruire di quattro giorni di assenza retribuita, anche in modo non continuativo, nei primi cinque mesi di vita del figlio.

Si tratta, in altre parole, di un congedo di paternità obbligatorio, cumulabile a quello ordinario di cinque mesi della madre. Il lavoratore che gode del congedo papà  viene retribuito dall’Inps con un’indennità pari al cento per cento della retribuzione globale (cioè pari all’intero stipendio spettante per le giornate di assenza) ed accreditando i contributi figurativi. In pratica, il dipendente papà, durante le giornate di assenza, percepisce stipendio e contributi in misura piena, come se si trattasse di normali giornate lavorative.

note

[1] Art. 36 Cost.

[2] Legge n. 66/2003 del 08.04.2003.

[3] Corte cost., sent. n. 6161/1987.

[4] D. lgs. n. 151/2003 del 26.03.2001 e successive modifiche.

[5] Legge n. 92/2012 del 28.06.2012.

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