Diritto e Fisco | Editoriale

Fare ascoltare una telefonata da cellulare è lecito?

21 Mar 2018


Fare ascoltare una telefonata da cellulare è lecito?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 21 Mar 2018



Origliare o far ascoltare un colloquio con un’altra persona è reato oppure è consentito dalla legge?

In un precedente articolo abbiamo spiegato che chi ascolta di nascosto una telefonata altrui non commette reato solo se ha il consenso di almeno uno dei due interlocutori. Quindi, se Tizio si mette ad origliare, dall’altro capo del telefono o con una microspia, ciò che dicono Caio e Sempronio in conversazione telefonica, e nessuno dei due lo sa, è passibile di denuncia. Viceversa, se Tizio accosta l’orecchio al ricevitore perché Caio o Sempronio glielo ha concesso (magari con l’uso del vivavoce), senza che l’altro interlocutore ne sappia nulla, non compie alcun illecito. Vediamo invece ora come inquadrare il comportamento di chi consente a una terza persona di ascoltare una conversazione privata che sta intrattenendo con un altro soggetto. Tornando all’esempio di poc’anzi, posto che Tizio non commette illecito, lo commette invece Caio che gli consente di sentire ciò che gli sta dicendo Sempronio, magari trattandosi di questioni riservate e private? In altri termini è vietato mettere in viva voce la telefonata? Cosa si può fare contro chi fa ascoltare una telefonata a terzi? La risposta è stata fornita dalla Cassazione in una sentenza che analizza tutti gli aspetti conseguenti all’eventuale lesione della privacy.

Far origliare una telefonata è reato?

Facciamo un esempio concreto per comprendere quali implicazioni potrebbe comportare la questione di cui stiamo trattando. Immaginiamo che Mario abbia una conversazione telefonica con Giovanni, suo amico da molti anni, al quale rivela di aver avuto una relazione con Lucia, moglie di un uomo anche questo amico di Giovanni. Giovanni decide però di far ascoltare la confessione di Mario al coniuge tradito, diretto interessato, il quale ovviamente, oltre a chiedere la separazione, inserisce contro Mario e lo minaccia ripetutamente. Mario, a sua volta, si rivolge contro Giovanni colpevole, a suo dire di aver rivelato una confessione segreta, attinente alla sfera sessuale e pertanto da considerarsi privata. Ha ragione?

Immaginiamo un’altra situazione. Antonio e Romolo parlano al telefono del loro capo, ma Antonio non sa che Romolo è proprio accanto a quest’ultimo che sta ascoltando la conversazione. Ignaro di ciò, si lascia sfuggire una serie di imprecazioni e di insulti nei confronti del datore il quale poi gli rivela di aver sentito tutto. Certo, il datore di lavoro non potrà licenziare Antonio o comminargli alcuna sanzione (non avendo questi commesso una diffamazione la quale sussisterebbe solo se la confidenza fosse stata rivelata davanti ad almeno due persone), ma è verosimile che cambi atteggiamento nei confronti del suo dipendente. Cosa potrà fare Antonio nei confronti di Romolo?

È legale rivelare a un’altra persona fatti riservati altrui

La Cassazione [1] ha detto che come non commette reato colui che assiste a una conversazione svoltasi tra altre persone se autorizzato da una di esse, non è altresì passibile di alcuna azione legale – civile o penale – chi consente a terzi di origliare la telefonata che ha con un’altra persona, anche se quest’ultima, all’insaputa di ciò, rivela fatti personali e riservati. Ciò perché rientra nella facoltà di chiunque informare altri di ciò che gli viene detto da un’altra persona nel corso di un colloquio, sia telefonico che diretto. Non c’è quindi un illecito di comunicazione di informazioni o dati riservati che, tutt’al più, potrebbe verificarsi nel caso di comunicazione in pubblico o di pubblicazione su un social network di notizie riservate.

Chi parla accetta il rischio che altri rivelino ciò che sta dicendo

Chiunque partecipa a una conversazione, telefonica o meno, con altre persone, e decide di rivelare fatti personali, deve accettare anche il rischio conseguente alla possibilità che uno dei partecipanti al dialogo diffonda le proprie affermazioni. Si tratta di un rischio insito in qualsiasi rapporto interpersonale che non può essere ostacolato o limitato se non per via della fiducia che si ripone in una determinata persona. Ma tradire la fiducia altrui non è reato e non può essere fonte di risarcimento del danno, a detta della Cassazione. C’è intrusione nelle comunicazioni di terzi solo se chi origlia lo fa senza essere stato autorizzato da uno dei conversanti.

note

[1] Cass. sent. n. 15003/2013: «Non commette il reato di cui all’art. 615-bis c.p., né quello di cui agli artt. 617 e 623 c.p. colui che assiste ad una conversazione telefonica svoltasi fra altre persone, in quanto autorizzato da una delle stesse». In motivazione, la Corte ha osservato che la partecipazione da parte di terzi estranei alla conversazione telefonica tra due persone non realizza le fattispecie previste dagli artt. 615-bis, 617 e 623 c.p., che riguardano l’intrusione di terzi in assenza del consenso dei partecipanti, poiché rientra nella facoltà di ciascuno dei conversanti di porre a conoscenza di altri quanto percepisce, mentre tale possibilità di ostensione a terzi delle proprie comunicazioni rientra nel rischio dei partecipanti al dialogo di vedere diffuse le proprie affermazioni, insito in qualsiasi rapporto interpersonale, ineludibile se non con la generica fiducia riposta nella persona con la quale ci si pone in relazione. La Corte ha rilevato, inoltre, che le suddette fattispecie presuppongono l’intrusione nelle comunicazioni di terzi avvenute senza il consenso di uno dei partecipi, come è reso evidente dagli incisi “indebitamente” e “fraudolentemente” richiamati, rispettivamente, nell’art. 615-bise nell’art. 517 c.p. o fanno riferimento a rivelazioni di segreti conosciuti per ragioni del proprio stato o ufficio e della propria professione o arte.

Autore immagine: 123rf com


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