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Assegno smarrito o rubato: che succede se si incassa?

21 marzo 2018


Assegno smarrito o rubato: che succede se si incassa?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 21 marzo 2018



La detenzione di un assegno in assenza di specifica e convincente motivazione sulla liceità delle modalità con cui la detenzione è stata conseguita, integra il reato di ricettazione.

Attenzione a incassare un assegno per il quale è stato denunciato lo smarrimento o il furto. Le conseguenze possono essere di carattere penale e il rischio è quello di essere coinvolti in un procedimento per ricettazione. Ma attenzione perché le cose non stanno sempre così e chi ha denunciato il furto o lo smarrimento potrebbe non aver detto la verità solo al fine di bloccare l’assegno. Ecco perché, in questi casi, è necessario conoscere cosa prevede la legge e qual è l’interpretazione dei giudici. Lo faremo in questo articolo prendendo spunto da una sentenza della Cassazione di ieri con la quale è stato chiarito che succede se si incassa un assegno smarrito o rubato. Ecco quali sono state le conclusioni cui è pervenuta la Suprema Corte.

Le ipotesi che si possono verificare sono di due tipi. Nella prima prederemo a riferimento un soggetto in malafede che, trovando un assegno smarrito per terra o in casa di un’altra persona (ad esempio l’artigiano intervenuto per fare dei lavori) se ne appropria e lo porta in banca per l’incasso. Nella seconda ipotesi invece considereremo una persona in buona fede che, creditrice di un’altra, accetta da questa un assegno; senonché il debitore, pentitosi del pagamento effettuato, per poterlo bloccare, si reca alla polizia e ne denuncia lo smarrimento o il furto.

Solo nel primo caso il possessore dell’assegno risponderà prima del reato di furto e poi di quello di ricettazione. La malafede può essere implicita già nel fatto che l’assegno sia stato alterato, ad esempio con l’aggiunta di alcuni zeri, con la falsificazione della firma o con l’indicazione dell’importo con una grafia diversa da quella del titolare dell’assegno stesso. Anche il fatto di non riuscire a dimostrare, in modo convincente e specifico, le motivazioni e le modalità per cui si è entrati in possesso dell’assegno possono essere una prova del reato di furto e ricettazione.

Mai denunciare il furto o lo smarrimento di un assegno solo per bloccarne il pagamento

Chi riesce invece a dimostrare la propria buona fede e le ragioni per cui detiene l’assegno non rischia alcuna incriminazione. È ad esempio il caso di chi abbia un contratto in essere o abbia eseguito dei lavori per conto del titolare del carnet di assegni. Tuttavia – e qui sta il vero problema – per dimostrare la propria buona fede è necessario che si apra un’indagine penale e, quindi, il prenditore del titolo si troverà comunque costretto a nominare un avvocato che lo difenda quantomeno nella fase delle indagini preliminari, nella speranza che non si vada a successivo giudizio.

Cosa può fare, a questo punto, chi è stato ingiustamente accusato di aver rubato un assegno o di essersene appropriato benché smarrito? Abbiamo visto che, per difendersi dal reato, dovrà semplicemente dimostrare il proprio diritto di credito. Ma non è tutto. Egli potrebbe passare da una strategia di difesa a quella di attacco e controquerele il debitore per calunnia. Difatti quest’ultimo, nell’aver dichiarato falsamente alle autorità l’esistenza di un reato, pur conoscendo l’innocenza del prenditore del titolo, ha commesso a sua volta un crimine. Per lui, quindi, si aprirà la strada di un sicuro procedimento penale con altrettanto sicura condanna. Recita infatti il codice penale [2] che è punito con la reclusione da due a sei anni chiunque, con denunzia, querela, richiesta o istanza, anche se anonima o sotto falso nome, diretta all’Autorità giudiziaria o ad un’altra Autorità che a quella abbia obbligo di riferirne (come appunto polizia e carabinieri), incolpa di un reato qualcuno che egli sa innocente (…).

Nonostante ciò c’è ancora qualche pessimo consulente che consiglia ai propri clienti di denunciare lo smarrimento o il furto degli assegni per bloccarne il pagamento. In realtà, l’unico modo legale – che non comporta alcuna conseguenza penale – per impedire il pagamento dell’assegno è sperare che il creditore lo incassi dopo la scadenza dei termini previsti dalla legge (otto giorni per gli assegni “su piazza”, ossia relativi a banche con sede in città diversa da quella del pagamento; quindi giorni per gli assegni “fuori piazza”, quando cioè la banca del debitore è in un’altra città). Difatti la revoca dell’assegno è efficace e legittima solo dopo che sono scaduti tali termini.

note

[1] Cass. sent. n. 12845/2018 del 20.03.2018.

[2] Art. 368 cod. pen.

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 8 – 20 marzo 2018, n. 12845
Presidente De Crescienzo – Relatore Monaco

Ritenuto in fatto

1. La Corte d’Appello di Brescia, con sentenza in data 10/04/2017, parzialmente riformando la sentenza pronunciata dal Tribunale di Bergamo in data 27/6/2016, riduceva ad anni due di reclusione ed Euro 600 di multa la pena irrogata in primo grado a P.A. e confermava la condanna in relazione al reato di cui all’art. 648 cod. pen..
2. Propone ricorso per cassazione l’imputato ed a mezzo del difensore deduce i seguenti motivi.
2.1 Violazione di legge quanto alla “falsa applicazione dell’art. 648 cp in relazione alla mancata determinazione del reato presupposto”. La difesa lamenta che la Corte d’Appello, in assenza di prove che l’assegno sia pervenuto al P. a seguito della consumazione di un delitto, non abbia assolto il ricorrente.
2.2 Violazione di legge quanto alla “falsa applicazione dell’art. 648 c.p., comma II”. La difesa, considerato che la presunta persona offesa non avrebbe subito alcuna diminuzione patrimoniale, evidenzia che i Secondi Giudici avrebbero dovuto “applicare l’ipotesi attenuata del reato e rilevare l’intervenuta estinzione dello stesso per decorso del tempo”.
2.3 Vizio di motivazione che sarebbe “illogica e contraddittoria circa il danno procurato”. La M. , diversamente da quanto ritenuto dalla Corte, infatti, una volta saputo che l’assegno non avrebbe potuto essere negoziato poiché c’era una denuncia di smarrimento, avrebbe restituito alla Banca la somma originariamente prelevata. Circostanza questa che, esclusa la “brutta figura presso l’operatore bancario”, escluderebbe la sussistenza di danni patrimoniali.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile.
1.1 Le generiche doglianze dedotte quanto alla “falsa applicazione dell’art. 648 c.p. in relazione alla mancata determinazione del reato presupposto” sono manifestamente infondate.
La pacifica giurisprudenza di legittimità sul punto, infatti, evidenzia come nel caso di appropriazione di “cose che, come gli assegni o le carte di credito, conservino chiari ed intatti i segni esteriori di un legittimo possesso altrui, il venir meno della relazione materiale fra la cosa ed il suo titolare non implica la cessazione del potere di fatto di quest’ultimo sul bene smarrito, con la conseguenza che colui che se ne appropria senza provvedere alla sua restituzione commette il reato di furto e non quello di appropriazione di cose smarrite” (così Sez. 2, n. 46991 del 08/11/2013, Rv. 257432, nello stesso senso cfr anche Sez. 2, n. 24100 del 03/05/2011, Rv. 250566 e, in precedenza, Sez. 2, n. 8109 del 26/04/2000, Rv 216589).
Per tale motivo la detenzione successiva dell’assegno (così come della carta di credito) in assenza di una specifica e convincente spiegazione circa la liceità delle modalità attraverso le quali tale detenzione è stata conseguita, integra necessariamente, anche da un punto di vista soggettivo, il reato di ricettazione.
Nel caso di specie l’assegno risultava essere stato contraffatto, mediante l’aggiunta di alcuni zeri e nella parte relativa al beneficiario con l’indicazione del nome della M. , circostanza questa che non consente di ritenere legittima ovvero comunque in buon fede la detenzione del titolo. Assegno che, peraltro, era stato originariamente emesso per una compravendita di semi ad una azienda zootecnica con la quale né l’imputato, né il T. (indicato come effettivo detentore del titolo), né la M. (beneficiario al cui ordine era apparentemente tratto il titolo) risultano aver mai avuto rapporti.
Ad analoghe conclusioni, inoltre, come correttamente evidenziato dai giudici di merito, conduce la -non certo usuale- condotta posta in essere dal ricorrente, con il contributo della M. , per aiutare l’evocato ma ignoto T. a conseguire in contanti la somma.
1.2 Manifestamente infondata deve ritenersi la doglianza, sinteticamente esposta, circa il mancato riconoscimento dell’ipotesi attenuata di cui al comma secondo dell’art. 648 c.p..
Anche in questo caso la difesa non sembra essersi confrontata con la giurisprudenza di legittimità sul punto. Le stesse Sezioni Unite citate nell’atto di ricorso, che peraltro si erano in quel caso occupate in via principale e prevalente della diversa attenuante di cui all’art. 62 n. 4 c.p. e del rapporto tra questa e l’art. 648, co. 2 c.p. – dopo aver evidenziato che “ai fini della sussistenza della circostanza attenuante del danno patrimoniale di speciale tenuità, non rileva solo il valore economico della cosa ricettata, ma anche il complesso dei danni patrimoniali oggettivamente cagionati alla persona offesa dal reato come conseguenza diretta del fatto illecito e perciò ad esso riconducibili, la cui consistenza va apprezzata in termini oggettivi e nella globalità degli effetti” – hanno comunque escluso la ricorrenza dell’attenuante in parola nella ricettazione di un blocchetto di assegni di conto corrente bancario, successivamente riempiti per un ammontare complessivo di circa quattro milioni di lire (Sez. un., n. 35535 del 12/04/2007, Rv. 236914 e, recentemente e negli stessi termini Sez. 2, n. 42866 del 20/06/2017, Rv. 271154: “La “particolare tenuità”, nel delitto di ricettazione, va desunta da una complessiva valutazione del fatto che comprenda le modalità dell’azione, la personalità dell’imputato e il valore economico della “res”. (In applicazione del principio, la S.C. ha annullato la decisione del tribunale che aveva riconosciuto l’attenuante in questione con riferimento ad un assegno di importo pari a Euro 2.340, omettendo di considerare il “modus operandi” dell’imputato)”).
Nel contesto interpretativo così delineato, quindi, oltre e più che l’effettivo ammontare del danno patrimoniale, da tenere comunque presente qualora l’assegno contenga l’indicazione dell’importo che l’imputato intende perseguire, ciò che rileva è la complessiva condotta tenuta.
Applicati correttamente tali principi, pertanto, la Corte territoriale con motivazione specifica, considerato il ruolo determinante in concreto svolto dal P. nella negoziazione dell’assegno, tenuto altresì conto dell’importo consistente, ha escluso la possibilità di riconoscere la speciale circostanza attenuante di cui all’art. 648 co. 2 c.p..
L’eventuale riconoscimento dell’attenuante di “particolare tenuità”, comunque, non comporterebbe un diverso calcolo della prescrizione poiché “l’ipotesi attenuata prevista dal secondo comma dell’art. 648 cod. pen. non costituisce una autonoma previsione incriminatrice, ma una circostanza attenuante speciale; ne consegue che, ai fini dell’applicazione della prescrizione, deve aversi riguardo alla pena stabilita dal primo comma del predetto articolo” (da ultimo S2, n. 14767, 21 marzo 2017, Rv. 269492).
1.3 La rilevata illogicità della motivazione quanto alla erronea indicazione contenuta nella sentenza impugnata in merito al danno non coglie nel segno.
La diminuzione patrimoniale ed il conseguente danno, infatti, diversamente da come indicato dalla difesa, devono essere verificati e valutati in relazione al soggetto titolare del conto corrente sul quale è tratto l’assegno oggetto del furto e della ricettazione, soggetto che si vide addebitare l’importo di 13.200 Euro e non quello di 132,00 per il quale l’assegno era stato emesso.
La restituzione della somma da parte della M. , indicata quale beneficiaria nell’assegno così contraffatto, è avvenuta solo in un secondo momento, quando la banca la informò che l’assegno risultava smarrito e che la somma non le sarebbe stata comunque accreditata. Tale circostanza non ha alcun rilievo quanto alla sussistenza del reato ed alla configurabilità del danno che la stessa ben potrebbe essersi determinata a riparare al solo fine di evitare di essere direttamente e personalmente ritenuta responsabile del reato di ricettazione.
Alla inammissibilità del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché, ai sensi dell’art. 616 c.p.p., al versamento della somma di Euro duemila a favore della cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila alla cassa delle ammende.


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1 Commento

  1. Cosa accadrebbe se mi accorgessi di aver posto all’incasso un assegno denunciato come smarrito? Potrei evitare conseguenze legali disponendone il richiamo alla mia banca?

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