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Lo sai che? Arresto in flagranza: quando può farlo il privato cittadino

Lo sai che? Pubblicato il 22 marzo 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 22 marzo 2018

Quando, in attesa che arrivi la polizia, un privato può fermare un ladro o qualsiasi altro criminale e bloccarlo: l’arresto in flagranza del privato è possibile solo per reati perseguibili d’ufficio.

Mentre uscivi dalla posta a ritirare dei soldi sei stata derubata: solo all’ultimo secondo ti sei accorta di una donna che ha messo le mani nella tua borsa sottraendoti il portafogli con tutte le carte di credito. Troppo tardi per toglierle di mano il bottino: se l’era ormai data a gambe. Tuttavia, gli anni passati in palestra hanno dato il loro profitto: in pochi secondi sei riuscita a raggiungerla per cercare di riprenderti ciò che era tuo. In quello stesso istante, alcune persone, vedendo la scena e sentendo le grida di aiuto, sono venute a soccorrerti, strappando letteralmente dalle mani della ladruncola i tuoi averi e restituendoteli. Nel frattempo però si è verificata una vera e propria caccia: trattandosi forse di un’extracomunitaria, la gente non se l’è fatto ripetere due volte e l’ha bloccata fisicamente in attesa che arrivasse la polizia. Così è successo e gli agenti hanno potuto assicurare alla giustizia la malvivente. Fatto sta che quest’ultima, contro cui inizia un processo penale, si oppone all’arresto: sostiene – o meglio, il suo avvocato per lei – che solo le forze dell’ordine e non i privati possono bloccare un altro privato cittadino, seppur colto in flagranza di reato. Peraltro, quando i poliziotti erano arrivati, il portafogli era stato già restituito al legittimo titolare e, non avendolo in mano la presunta ladra, non c’è una vera e propria prova della colpevolezza. Chi ha ragione? Quando un privato cittadino può fare un arresto in flagranza? La risposta è stata fornita dalla Cassazione proprio ieri [1].

Legittima la convalida dell’arresto in flagranza

Partiamo subito da ciò che dice il codice penale [2]: ogni persona è autorizzata a procedere all’arresto in flagranza, quando si tratta di reati perseguibili d’ufficio e puniti con l’ergastolo o con la reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni e nel massimo a vent’anni. Si tratta di un’ampia sfera di reati, tra cui appunto il furto con scippo. Il nostro caso, quindi, rientra astrattamente nella regola.

Ma cosa può fare il privato per “arrestare” un ladro o qualsiasi altro criminale? Nonostante la parola “arresto” richiami sempre l’idea di manette, il termine è qui utilizzato nel suo senso letterale: l’atto dell’arresto implica un blocco fisico, una coercizione della persona arrestata. In particolare, dice il codice penale, la persona che ha eseguito l’arresto deve, senza ritardo, consegnare l’arrestato e le cose costituenti il corpo del reato (eventuali coltelli, pistole, ecc.) alla polizia giudiziaria la quale compila una verbale e ne rilascia copia.

Secondo la pronai della Cassazione, è legittimo (e il giudice deve convalidarlo) l’arresto fatto dai privati cittadini che inseguono l’autore del reato, del quale sono stati testimoni oculati. Gli inseguitori possono fermare il criminale fino all’arrivo dei carabinieri. È ugualmente valido tale arresto se i militari non trovano la refurtiva addosso all’arrestato perché questa è stata prontamente recuperata dalla vittima.

L’arresto fatto in flagranza non è quindi, propriamente, quello eseguito dalle forze dell’ordine intervenute solo successivamente alla commissione del crimine ed sulla base delle informazioni della vittima o di terzi fornite nell’immediatezza dei fatti, ma quello eseguito dai privati stessi.

L’arresto in flagranza a seguito di indagine

In realtà le Sezioni Unite della Cassazione, con un precedente di un paio di anni fa [3], avevano fatto intendere che l’arresto in flagranza, fatto dalla polizia successivamente all’intervento dei privati, non sarebbe possibile. Ma si trattava di un caso completamente diverso: l’episodio riguardava un caso di lesioni personali e l’arresto era avvenuto, da parte dei militari, dopo un inseguimento “investigativo” avvenuto grazie alle indicazioni fornite dalla vittima.

Invece, è possibile convalidare l’arresto in flagranza fatto non dai carabinieri – arrivati solo alla fine dei fatti – ma direttamente dai privati, dalle persone cioè che hanno assistito al crimine e colto in flagranza l’autore del reato perseguibile d’ufficio.

Dunque, l’arresto in flagranza fatto dai privati, secondo la Cassazione, è legittimo e in linea con il codice di procedura penale.

Quando non è possibile l’arresto in flagranza cosa si può fare?

Attenzione: si può parlare di arresto in flagranza fatto da privati solo quando questi esercitano una coercizione sul reo. Invece, se il privato si limita ad invitare il presunto colpevole ad attendere l’arrivo dell’organo di polizia giudiziaria, nel frattempo avvertito, non si tratta di un «arresto» vero e proprio, ma di un semplice comportamento di denuncia, consentito a ciascun cittadino in qualsiasi situazione di violazione della legge penale e, quindi, senza il rispetto delle condizioni che abbiamo visto sopra [4]. L’arresto in flagranza del privato si risolve nell’esercizio di fatto dei poteri anche coattivi e nell’esplicazione delle attività procedimentali proprie dell’organo di polizia giudiziaria normalmente destinato ad esercitare tali poteri volti a operare l’arresto e il successivo accompagnamento coattivo del soggetto presso un ufficio di polizia.

Sullo stesso tema la Cassazione si era già espressa nel 2004 con una interessante sentenza [5]: Il privato, pur se non ricorrono le condizioni previste dal codice di procedura penale, e quindi anche se non ha la facoltà di procedere all’arresto in flagranza dell’autore dei reati per i quali è solo previsto l’arresto facoltativo da parte della polizia giudiziaria, ha tuttavia il diritto di difendere la sua proprietà e quella dei terzi degli attacchi dei malfattori; e quindi di inseguire un ladro al fine di recuperare la refurtiva e di consentire l’identificazione e l’eventuale arresto da parte però della polizia giudiziaria.

note

[1] Cass. sent. n. 13094/2018.

[2] Art. 383 cod. proc. pen.

[3] Cass. S.U. sent. n. 39131/2016.

[4] Cass. sent. n. 48986/2017.

[5] Cass. sent. n. 37960/2004.

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 15 febbraio – 21 marzo 2018, n. 13094
Presidente Diotallevi – Relatore Pacilli

Ritenuto in fatto

In data 11 novembre 2017 alcuni agenti della compagnia Carabinieri di Cosenza procedevano all’arresto obbligatorio in flagranza dei reati di cui agli artt. 628, comma secondo, c.p. e 582 c.p. di C.E. presso il locale Ufficio postale, arresto di fatto eseguito da alcuni cittadini.
Come risulta dalle sit rese dalla persona offesa e da diversi testimoni oculari del reato, l’intervento dei militari era stato richiesto alle 10.30 da un dipendente dell’Ufficio postale, il quale aveva segnalato ai militari che una cittadina straniera, ivi presente, identificata poi nell’odierna imputata, versava in uno stato di evidente agitazione.
In seguito, la C. aggrediva verbalmente i dipendenti dell’Ufficio postale, danneggiando anche un espositore, e, dopo aver sottratto una carta banco posta a B.F. , una cliente intenta ad effettuare un’operazione tramite POS, si dava alla fuga.
La persona offesa inseguiva dunque la C. , tentando di trattenerla, ma quest’ultima, per assicurarsi il possesso della carta, strattonava la persona offesa e la spingeva con tanta violenza da farla cadere a terra.
La C. veniva inseguita dalle persone presenti all’interno dell’Ufficio postale, le quali, dopo averla raggiunta all’esterno, recuperavano la carta, sottratta alla B. , e riconducevano l’imputata all’interno del menzionato ufficio.
Contemporaneamente sopraggiungevano i Carabinieri, ai quali la C. veniva consegnata dai privati, che erano riusciti a bloccarla e trattenerla fino all’arrivo dei militari.
Come risulta dal verbale di arresto, compilato dai Carabinieri intervenuti in loco, tutte le persone ivi presenti, sentite a sit, dichiaravano di aver avuto diretta percezione del reato posto in essere dalla C. e di averla inseguita sia all’interno sia all’esterno dell’ufficio postale, per impedirne la fuga e consegnarla alle forze dell’ordine.
In sede di giudizio per direttissima, il Tribunale di Cosenza, in composizione collegiale, non convalidava l’arresto, formalizzato dagli Agenti della Compagnia dei Carabinieri di (…), ritenendo insussistenti i presupposti della flagranza di reato di cui all’art. 382 c.p.p., in quanto i militari intervenuti non avevano assistito allo svolgimento dell’episodio criminoso né avevano rinvenuto direttamente il profitto del reato sulla persona della C. , poiché un dipendente dell’ufficio postale era riuscito a strapparle dalle mani la carta banco posta, sottratta alla persona offesa.
Avverso l’ordinanza con cui il Tribunale di Cosenza non convalidava l’arresto della C. proponeva ricorso per Cassazione il pubblico ministero presso il Tribunale cosentino, lamentando l’inosservanza e l’erronea applicazione della legge penale e delle norme processuali, ex art. 606 lett. b) e c) c.p.p..
Secondo il ricorrente il Tribunale era pervenuto alla conclusione dell’insussistenza dello stato di flagranza, partendo da un presupposto non corrispondente a realtà, ovvero che i militari avessero arrestato la prevenuta sulla base delle sole informazioni ricevute dai testimoni del fatto e, dunque, in seguito ad un inseguimento meramente “investigativo”, ritenuto dalla Suprema Corte a Sezioni Unite inidoneo a configurare l’ipotesi di flagranza ex art. 382 c.p.p..
All’odierna udienza camerale, celebrata ex art. 127 c.p.p., è stata verificata la regolarità degli avvisi di rito; all’esito le parti presenti hanno concluso come da epigrafe e questa Corte Suprema, riunita in camera di consiglio, ha deciso come da dispositivo in atti.

Considerato in diritto

Il ricorso del Pubblico Ministero è fondato e merita accoglimento.
A giustificazione della mancata convalida dell’arresto, il Collegio giudicante ha richiamato la sentenza delle Sezioni Unite n. 39131/2016, secondo la quale “non può procedersi all’arresto in flagranza sulla base di informazioni della vittima o di terzi fornite nell’immediatezza dei fatti”. Tuttavia, alla base della menzionata pronuncia delle Sezioni Unite, vi era l’arresto dell’autore del reato di lesioni personali, eseguito dalla polizia giudiziaria in seguito ad un inseguimento “investigativo”, effettuato sulla base delle dichiarazioni della persona offesa. In quel caso, dunque, non sussistevano i presupposti dell’arresto in flagranza di cui all’art. 382 c.p.p., in quanto non solo la polizia giudiziaria non aveva colto la persona nell’atto di commettere il reato né aveva sorpreso la stessa con tracce della perpetrazione del crimine, ma l’arrestato non era stato neppure inseguito nell’immediatezza del fatto dalla polizia giudiziaria, dalla persona offesa o da terzi.
Diverso è invece il caso in esame.
Difatti, dalle dichiarazioni rese dalla persona offesa e dai testimoni, presenti all’interno dell’Ufficio postale, nonché dal verbale di arresto della prevenuta risulta evidente che, sebbene i Carabinieri fossero intervenuti solo post crimen patratum e senza rinvenire alcuna traccia della consumazione del reato da parte della C. (poiché la carta sottratta alla B. era stata prontamente recuperata da uno dei dipendenti dell’Ufficio postale, dopo aver arrestato la fuga della prevenuta), tuttavia lo stato di flagranza della C. era determinato dall’essere stata la stessa inseguita, immediatamente dopo i fatti, dalla persona offesa e da coloro che si trovavano all’interno nell’Ufficio postale.
Al momento dell’arresto la C. si trovava dunque nello stato di flagranza normativamente definito in base al combinato disposto degli artt. 382 c.p.p. e 383 c.p.p..
Il pubblico ministero ricorrente correttamente ha rilevato che l’arresto della C. non è stato posto in essere dai Carabinieri intervenuti dopo la commissione del reato in virtù delle sole informazioni sull’accaduto, ottenute dai presenti, ma è invece avvenuto ai sensi dell’art. 383 c.p.p., ovverosia nell’esercizio da parte di privati della facoltà di procedere all’arresto in flagranza degli autori di reati perseguibili d’ufficio, nei casi in cui la polizia giudiziaria sia obbligata a procedere in tal senso ex art. 380, comma secondo, lettera f), c.p.p. (Sent. Cass. Sez. II Pen., 18.11.2014, n. 50662).
Alla luce delle precedenti considerazioni, l’arresto della C. deve essere qualificato come legittimamente eseguito dai privati ex artt. 383 c.p.p. e 380, comma secondo, lettera f) c.p.p. in esito all’inseguimento della prevenuta immediatamente dopo la commissione del reato, quando la stessa si trovava nello stato di flagranza normativamente definito dall’art. 382 c.p.p..
L’ordinanza deve essere pertanto annullata senza rinvio e l’arresto, operato dai privati, deve dichiararsi legittimo.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio il provvedimento impugnato e dichiara legittimo l’arresto da parte dei privati.


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