Diritto e Fisco | Articoli

Marchio: si può usare lo stesso nome aggiungendo altre lettere?

22 marzo 2018


Marchio: si può usare lo stesso nome aggiungendo altre lettere?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 22 marzo 2018



Concorrenza sleale se alla stessa insegna o al brand usato da un’altra azienda si aggiungono poche lettere.

La tua azienda è ormai presente sul mercato da diversi anni. Si è creata una sua clientela e il nome è apprezzato da tutti. Certo, non è una realtà di livello nazionale, tantomeno sei conosciuto all’estero, ma all’interno del territorio sei “qualcuno”. Tant’è: se dici il nome dell’insegna, tutti capiscono qual è il negozio, dove è situato e cosa vende. Succede però che un concorrente apra un negozio, dall’altro lato della provincia, con il tuo stesso nome, aggiungendovi delle ulteriori lettere e componendo così un marchio più lungo. La cosa ti infastidisce e ti danneggia: si tratta di un atto di concorrenza sleale, gli fai notare, che svia la clientela. Così arrivi a diffidarlo: «Se non smetterai di usare i segni distintivi altrui in modo illegittimo ti farò causa». Lui però non si lascia intimidire e anzi ribatte: i nomi sono formalmente diversi; basta una piccola diversità per escludere l’identità tra gli stessi e, quindi, la confusione. Chi dei due ha ragione? In presenza di due machi simili, si può usare lo stesso nome aggiungendo altre lettere? La risposta è stata data dal tribunale di Catanzaro con una recente sentenza [1].

Quando c’è concorrenza sleale

Innanzitutto viene in rilievo il fatto che, per aversi un atto di «concorrenza sleale» è sufficiente copiare il nome del brand, ossia del prodotto, o dell’azienda o anche la sola insegna del negozio. Si tratta, infatti, di «segni distintivi» che servono a “fidelizzare” la clientela e che vengono pertanto tutelati dalla legge per via degli investimenti che l’imprenditore fa. Ma non sempre si ha concorrenza sleale in presenza di due marchi, prodotti o insegne diverse; è necessaria la compresenza delle seguenti condizioni:

  • gli imprenditori devono esercitare contemporaneamente l’attività (quindi non è possibile tutelare un marchio di un prodotto non più in commercio);
  • l’attività sia rivolta al medesimo settore merceologico (quindi, è ben possibile dare lo stesso nome a un negozio che vende elettrodomestici e a uno che vende abbigliamento);
  • l’attività deve essere svolta nello stesso territorio. In questo senso – sostiene la giurisprudenza – è necessario accertare se la clientela è «comune». Questo requisito non va inteso come identità soggettiva degli acquirente dei prodotti (non si deve trattare cioè delle stesse persone), ma è dato «dall’insieme dei consumatori che sentono il medesimo bisogno di mercato» (quindi va inteso in senso di “potenziale” clientela).

Naturalmente l’elemento principale per aversi concorrenza sleale è che siano posti atti idonei a creare confusione con i prodotti e le attività del concorrente. Si tratta di una verifica – precisa il tribunale – che va effettuata «in via globale e sintetica», dal momento che la valutazione del giudice «si sovrappone concettualmente a quella che compie il consumatore». Alla luce di ciò quindi bisogna vedere se si può usare lo stesso nome di un altro marchio aggiungendovi solo alcune lettere.

L’aggiunta di lettere al marchio altrui

Secondo la sentenza in commento, l’aggiunta di poche lettere al marchio altrui costituisce ugualmente un atto di concorrenza sleale perché non esclude la possibilità di confusione da parte dei consumatori. Immaginiamo, ad esempio, che un’azienda crei il marchio «Nike Company», volendo così imitare il più noto brand di prodotti di abbigliamento sportivo: sicuramente si tratterebbe di un atto di concorrenza sleale perché va a copiare il cuore del marchio stesso che è la parola principale, in questo caso «Nike». Infatti  – si legge nella sentenza in commento – «l’attenzione del pubblico si concentra maggiormente sull’elemento posizionato per primo»; tanto più quando l’aggiunta non è sufficiente a superare «l’identità visiva e fonetica» dei due marchi.

Insomma, molto spesso «la prima parola è quella che conta» perché è quella che si imprime maggiormente nella memoria del cliente, che riconosce il marchio già dalle prime lettere. Alla luce di ciò è del tutto inutile, per poter usare legittimamente un nome altrui, effettuare delle minime differenziazioni aggiungendo o sottraendo lettere al nome “clou” del più noto concorrente.

note

[1] Trib. Catanzaro, sent. del 2.02.2018.

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI