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Contratto a tempo determinato: quando i rinnovi sono troppi

24 marzo 2018


Contratto a tempo determinato: quando i rinnovi sono troppi

> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 marzo 2018



Sono dipendente privato (CCNL part time misto 45%) della stessa ditta con i seguenti contratti a tempo determinato: 02.05.2014-31.12.2014 riassunta con contratto a tempo determinato 15.01.2015-31.12.2015 e 2 proroghe per il 2016 e per il 2017 con termine di contratto al 31.12.2.017. Il mio contratto può considerarsi a tempo indeterminato, come posso far valere questo diritto?

Innanzitutto deve essere chiarito che:

– già nel maggio 2014 (cioè quando la lettrice sottoscrisse l’iniziale contratto a tempo determinato) vigeva il termine massimo di durata dei contratti “a termine” pari a 36 mesi e ciò in base al decreto legge n. 34 del 20 marzo 2014, convertito in legge n. 78 del 16 maggio 2014 (termine di 36 mesi poi confermato dal successivo decreto legislativo n. 81 del 2015);

– che, comunque, la dottrina (Gabriele Fava e Stefano Bianchi in “Risposte i primi dubbi sulla Riforma dei contratti di lavoro alla luce delle modifiche apportate dal Job’s Act”) ha precisato che nel calcolo dei 36 mesi devono essere conteggiati anche i contratti a termine stipulati prima dell’entrata in vigore del decreto legislativo n. 81 del 15 giungo 2015 (come è nel caso in esame).

Fatta questa necessaria premessa, può dirsi che se nel caso specifico, sommando la durata dei contratti a tempo determinato stipulati prima e dopo l’entrata in vigore del decreto legislativo n. 81 del 2015 con lo stesso datore di lavoro, risultano superati i 36 mesi di durata, allora la lettrice ha la possibilità di ottenere il riconoscimento della esistenza di un contratto di lavoro a tempo indeterminato (per superamento del termine massimo di 36 mesi fissato dalla legge) con le seguenti modalità:

– in base all’articolo 28, comma 1, del decreto legislativo n. 81 del 2015, dovrà impugnare il contratto a termine (l’ultimo stipulato dalla lettrice) entro il termine di 120 giorni dalla sua cessazione e, poi, entro i successivi 180 giorni depositare presso il competente tribunale (sezione lavoro) il relativo ricorso giudiziario (si noti che esiste una interpretazione della norma appena citata secondo la quale il lavoratore dovrebbe impugnare tutti i singoli contratti a tempo determinato che si sono succeduti nel tempo, ma che una opinione più realistica afferma invece che il termine di 120 giorni per impugnare comincerebbe a decorrere solo da quando il rapporto si sia effettivamente concluso con la cessazione dell’ultimo dei contratti a tempo determinato i quali, in realtà, hanno dato vita ad un unico rapporto frammentato in più periodi attraverso la stipula di successivi contratti).

Si precisa inoltre che la legge (attualmente gli articoli 19 e seguenti del decreto legislativo n. 81 del 2015) stabilisce che:

1) la durata dei rapporti di lavoro a tempo determinato intercorsi tra lo stesso datore di lavoro e lo stesso lavoratore, per effetto di una successione di contratti, conclusi per lo svolgimento di mansioni di pari livello e categoria legale e indipendentemente dai periodi di interruzione tra un contratto e l’altro, non può superare i 36 mesi (salve eventuali eccezioni previste nella contrattazione collettiva nazionale, territoriale o aziendale, oppure per le attività stagionali oppure a seguito di successivo contratto a termine stipulato presso la Direzione territoriale del lavoro);

2) il superamento di questo limite di durata, a causa di un unico contratto o di una successione di contratti, determina la trasformazione del contratto in contratto a tempo indeterminato a partire dal giorno in cui è avvenuto il superamento (trasformazione che si ottiene, come detto sopra, impugnando l’ultimo dei contratti entro il termine di 120 giorni dalla sua cessazione e poi depositando, entro i successivi 180 giorni, il conseguente ricorso giudiziario in tribunale);

3) la legge, infine, consente anche di prorogare il contratto a tempo determinato (fino ad un massimo di 5 volte e con il consenso scritto del lavoratore), a condizione che la proroga riguardi la stessa attività lavorativa. E sempre a condizione che non siano superati i 36 mesi di durata.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte

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