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Sentenza di condanna e ipoteca: che rischio se non pago

30 marzo 2018


Sentenza di condanna e ipoteca: che rischio se non pago

> Diritto e Fisco Pubblicato il 30 marzo 2018



Ho subito una condanna per peculato essendo stato un pubblico ufficiale. Prima della sentenza ho risarcito tutto il danno ma essendo comparsi articoli sui giornali, la Corte dei Conti mi ha chiesto il danno di immagine e disservizio e mi ha condannato con sentenza definitiva al pagamento in favore del Ministero di € 20.000 più probabili interessi di più o meno la stessa cifra. Non posso fare fronte a tale incombenza in quanto per pagare le somme distratte ho messo ipoteca sulla unica casa in cui abito in comunione dei beni ed ho anche ceduto 1/5 della mia pensione. Può la mia casa essere pignorata e quali procedure saranno adottate eventualmente per recuperare il danno.

Alla sentenza della Corte dei Conti che ha condannato il lettore a risarcire il danno erariale a favore della Pubblica amministrazione presso cui prestava servizio si applicano le norme del codice di giustizia contabile e cioè del decreto legislativo n. 174 del 2016, in vigore dal 7 ottobre 2016.

Infatti il codice stesso stabilisce che le sue norme si applicano alla sentenze emesse dopo la sua entrata in vigore (e la sentenza che riguarda il  lettore è stata appunto emessa successivamente alla entrata in vigore del decreto n. 174).

In particolare, il codice di giustizia contabile stabilisce agli articoli 212 e 213 che la sentenza definitiva di condanna per poter valere come titolo esecutivo per l’esecuzione forzata (cioè per il recupero forzoso delle somme al cui pagamento recano condanna) deve essere:

– munita della formula esecutiva;

– notificata personalmente al condannato con la formula esecutiva da parte dell’amministrazione o dall’ente.

Lo stesso codice di giustizia contabile stabilisce poi all’articolo 214 che l’amministrazione o l’ente titolare del credito indicato nella sentenza debba avviare immediatamente, dopo la notifica della sentenza, l’azione di recupero del credito scegliendo la modalità più idonea al recupero della somma tra:

a) recupero in via amministrativa;

b) o esecuzione forzata secondo le disposizioni del codice di procedura civile;

c) o iscrizione a ruolo per la riscossione dei crediti dello Stato e degli enti locali e territoriali.

Pertanto, anche nel caso specifico, l’amministrazione creditrice della somma di cui alla sentenza della Corte dei Conti dovrà scegliere come procedere al recupero della stessa tra le modalità sopra indicate.

L’amministrazione, dopo aver notificato la sentenza munita di formula esecutiva, potrà dunque scegliere:

a) o il recupero in via amministrativa (disciplinato dall’articolo 215 del codice di giustizia contabile): se così fosse l’amministrazione potrà operare una ritenuta, nei limiti consentiti dalla normativa vigente (per i limiti si veda la conclusione della consulenza), su tutte le somme a qualsiasi titolo dovute all’agente pubblico in base al rapporto di lavoro, di impiego o di servizio, compresi il trattamento di fine rapporto e quello di quiescenza, comunque denominati; nell’ambito della procedura amministrativa, l’ufficio che cura il recupero del credito può chiedere l’iscrizione di ipoteca sui beni del debitore per un importo pari a quello liquidato nella sentenza oltre alle spese di iscrizione di iscrizione con espressa indicazione anche degli interessi legali; il debitore (cioè il lettore nel caso di specie), nel caso l’ente creditore scelga il recupero in via amministrativa, può chiedere di procedere al versamento diretto in Tesoreria di tutte le somme da lui dovute, oppure di rateizzare il pagamento con istanza da proporre all’ufficio che cura il recupero per conto dell’amministrazione creditrice;

b) o l’esecuzione forzata secondo le norme del codice di procedura civile (quindi potranno essere avviate dall’amministrazione azioni per il pignoramento di beni mobili del debitore o di beni immobili del debitore o di crediti anche pensionistici del debitore attraverso il pignoramento presso terzi);

c) o iscrizione a ruolo per la riscossione dei crediti dello Stato e degli enti locali e territoriali (in questo caso l’attività di recupero della somma dovuta sarà affidata ad Agenzia entrate – riscossione che procederà con notificazione di cartella di pagamento; l’Agenzia delle Entrate non potrà, agendo in base alle regole del decreto n. 602, pignorare al lettore la casa se essa è il suo unico immobile di proprietà nel quale questi risiede anagraficamente).

Si precisa che, qualunque sia la strada (tra le tre evidenziate) che l’Amministrazione sceglierà per recuperare le somme dovute dal lettore:

1) il pignoramento dell’immobile, che non sarà consentito solo nel caso remoto (vedi sopra lettera c)) in cui l’amministrazione scegliesse di affidare il recupero delle somme all’Agenzia delle Entrate, sarà negli altri casi possibile sempre per l’intero immobile anche se la casa è in regime di comunione legale poiché, in casi simili, il coniuge non debitore potrà rivalersi sulla somma ricavata dalla vendita all’asta dell’immobile incassando la metà del ricavato loro della vendita stessa (in tal senso si è espressa la Corte di Cassazione con sentenze n. 6.573 del 2013 e n. 6.230 del 2016);

2) nel caso in cui venga aggredita la pensione del lettore, saranno applicabili i limiti previsti dall’articolo 545, 7° comma, del codice di procedura civile che prevede che non possa essere pignorato l’importo della pensione fino a concorrenza della misura massima mensile dell’assegno sociale aumentata della metà (dunque è impignorabile l’importo della pensione fino a circa 670,00 euro); la parte della pensione che eccede i 670,00 euro è invece pignorabile, quando vi siano più pignoramenti per cause diverse, fino alla metà; se, però, la pensione è accreditata su conto corrente bancario o postale, gli accrediti sul conto anteriori al pignoramento sono pignorabili interamente per la parte che eccede il triplo dell’assegno sociale (cioè è interamente pignorabile tutto ciò che c’è sul conto bancario o postale prima della data del pignoramento per la misura che eccede circa 1.344,00 euro), mentre gli accrediti pensionistici contemporanei o successivi alla data del pignoramento sono pignorabili solo per la parte che eccede euro 670,00 e cioè, se vi sono più pignoramenti per più cause, per non oltre la metà della parte che eccede 670,00 euro).

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte

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