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Cause vinte contro medici

22 marzo 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 22 marzo 2018



Quando scatta la responsabilità del medico? Come chiedere il risarcimento danni al dottore inadempiente? Cos’è la responsabilità medica per colpa? Ecco i casi più importanti secondo la giurisprudenza.  

Il settore sella responsabilità medica è, in assoluto, uno dei più dibattuti nel mondo giuridico: da un lato c’è l’esercizio di una professione delicatissima, nelle cui mani è riposta la salute dei pazienti; dall’altra, l’esigenza di tutelare quelle persone che, purtroppo, dall’esercizio della professione sanitaria hanno ricevuto un danno. Il problema è quello di trovare un punto di equilibrio tra la tutela di un’attività che spesso richiede scelte radicali, lasciate all’intuizione del medico, e la responsabilità che sullo stesso incombe. La responsabilità medica non è solo civile, ma anche penale: c’è il rischio, quindi, che per il dottore colpevole scatti il carcere. Il punto è proprio questo: se il legislatore fosse eccessivamente severo con i medici, questi abbandonerebbero ogni tentativo, seppur rischioso, di curare o addirittura di salvare la vita del paziente, intimoriti dalla possibile pena in cui potrebbero incorrere. Fare causa ai medici è un diritto del paziente vittima della condotta errata dello stesso. Vediamo quando è possibile chiedere il risarcimento dei danni e quali sono le principali cause vinte contro medici.

Cause vinte contro medici: cos’è la responsabilità medica?

Prima di analizzare alcune delle cause vinte contro medici, spieghiamo cos’è la responsabilità medica. La responsabilità medica è una particolare forma di responsabilità professionale (cioè, legata ad una professione) riguardante coloro che esercitano l’attività sanitaria.

Possono incorrere in responsabilità medica solamente coloro che svolgono determinate mansioni: sicuramente, ad esempio, non potrà rispondere di questa responsabilità colui che, in ospedale, è addetto al servizio mensa, alla sistemazione delle stanze, ecc.

Cause vinte contro medici: cos’è la responsabilità professionale?

In quanto responsabilità professionale, all’attività medica si applica un principio che riguarda tutte le attività intellettuali (quindi anche agli avvocati, agli ingegneri, ai notai, ecc.): quello secondo cui se la prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, il professionista risponde solo in caso di dolo o colpa grave [1].

In poche parole, significa che un professionista intellettuale (e, quindi, anche un medico), se commette uno sbaglio “scusabile”, cioè un errore che sarebbe stato difficile non compiere, non risponderà del danno causato dalla sua condotta; di conseguenza, non sarà tenuto a pagare il risarcimento.

Esempio: un medico, durante un’operazione d’urgenza, si trova davanti ad alcune complicanze che non erano in alcun modo prevedibili e, a causa delle quali, il paziente decede. In questo caso, poiché al dottore non è attribuibile una colpa grave, cioè una grave negligenza o imprudenza, non gli si potrà neppure chiedere di pagare il risarcimento.

Cause vinte contro medici: cosa dice il decreto Balduzzi?

Nel tentativo di delimitare in maniera efficace i confini della responsabilità medica, la legge italiana (cosiddetto decreto Balduzzi) ha provato ad introdurre nel nostro ordinamento dei parametri per valutare la responsabilità del professionista sanitario e, quindi, anche del medico, in ambito penale.

È stato così previsto che «L’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve …» [2].

Secondo la norma appena riportata (tra l’altro, come vedremo, recentemente modificata) colui che esercita una professione sanitaria, se causa un danno ad un paziente, non è responsabile penalmente se egli, al momento della prestazione:

  1. si è attenuto alle linee guida;
  2. si è attenuto alle buone pratiche;
  3. ha commesso il fatto con colpa lieve.

Analizziamo ciascuno di questi punti.

Responsabilità medica: cosa sono le linee guida?

Abbiamo detto che la persona esercente una professione sanitaria, per andare esente da responsabilità penale, deve aver causato il danno avendo seguito linee guida, buone pratiche e trovandosi in uno stato psicologico di colpa lieve (che, come anticipato, significa che l’errore commesso è scusabile).

Innanzitutto, la disciplina si applica non solo ai medici, ma a tutti gli esercenti una professione sanitaria. Chi sono costoro? Si tratta degli infermieri, delle ostetriche, dei farmacisti: in buona sostanza, di tutti coloro che svolgono un’attività qualificata all’interno del mondo sanitario.

Passiamo ora ad esaminare le cosiddette linee guida (guide lines in inglese). Che significa che, se un medico commette un errore seguendo le linee guida, non risponde penalmente del fatto?

Le linee guida possono essere definite come quelle raccomandazioni di comportamento clinico, elaborate al fine di aiutare medici e pazienti a decidere le modalità assistenziali più appropriate in specifiche situazioni.

In soldoni, le linee guida sono raccomandazioni provenienti dalla comunità scientifica cui il medico deve attenersi. Si tratta di protocolli che, in presenza di determinati casi, il medico è chiamato ad applicare.

Ad esempio, le linee guida possono indicare al medico di effettuare determinate attività diagnostiche in presenza di specifici sintomi del paziente; oppure semplicemente di dimetterlo dopo una degenza conclusasi con esito positivo.

Responsabilità medica: cosa sono le buone pratiche?

Per buone pratiche si intendono quelle regole procedurali volte a evitare che l’evento lesivo si verifichi a causa di negligenza o imprudenza. Si tratta di una clausola generale che, molto spesso, finisce con identificarsi con le linee guida. A differenza di queste ultime, però, le buone pratiche sono più “elastiche”, traducendosi di fatto in comportamenti che possano evitare danni derivanti dalla negligenza del professionista.

Le buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica, quindi, sono identificabili in interventi, strategie e approcci finalizzati a prevenire o moderare le conseguenze inattese delle prestazioni sanitarie o a migliorare il livello di sicurezza delle stesse.

Responsabilità medica: qual è l’elemento psicologico?

Arriviamo, infine, all’elemento più interessante della responsabilità medica: quello della colpa e, nello specifico, della colpa lieve. Per capire di cosa si tratta dobbiamo fare un passo indietro e spiegare cosa sono il dolo e la colpa.

Dolo e colpa sono i cosiddetti elementi psicologici del reato: il primo fa riferimento all’intenzionalità del reo a commettere il fatto delittuoso, mentre la seconda evidenza proprio il contrario, cioè la mancata volontà nel commettere il fatto [3].

Un reato è doloso quando l’autore aveva proprio l’intenzione precisa di commetterlo; è colposo, invece, quando il colpevole non voleva infrangere la legge, ma l’ha fatto perché ha adottato un comportamento incauto o, comunque, rimproverabile. Si pensi, ad esempio, al proprietario di casa che cerchi di riparare il tetto e che, per la poca esperienza, faccia cadere una tegola, ferendo così un passante.

Orbene, spiegato ciò, bisogna capire cosa intende il legislatore quando parla di colpa lieve. A ben guardare, infatti, il codice penale non conosce questo particolare elemento psicologico, limitandosi a distinguere soltanto tra dolo e colpa (in realtà, parla anche di preterintenzione, ma in ipotesi davvero eccezionali).

Il codice civile, invece, come detto, parla di colpa lieve quando intende limitare la responsabilità civile dei professionisti intellettuali.

Responsabilità medica: cos’è la colpa lieve?

La legge del 2012 sembra aver trasportato il concetto di colpa lieve, proprio del diritto civile, nel campo penale, dicendo che l’esercente una professione sanitaria, se ha commesso il fatto attenendosi alle linee guida e alle buone pratiche e, dal punto di vista psicologico, ha agito con colpa lieve, non risponde (penalmente) dell’accaduto.

Cos’è la colpa lieve? La colpa lieve è quell’evento che è sì attribuibile all’agente, ma che è frutto di una condotta non rimproverabile, poiché il colpevole si è trovato davanti ad un evento difficile da fronteggiare. In altre parole, si tratta di un errore scusabile, a differenza della colpa grave, che è invece un errore macroscopico, imperdonabile.

Quindi:

  • per colpa grave si intende quella riferibile ad un errore macroscopico, inescusabile: si pensi al medico che operi il paziente di appendicite anziché di ernia;
  • la colpa lieve, al contrario, si concreta nell’errore scusabile, cioè in quello in cui obiettivamente è difficile poter muover un addebito al’esercente la professione sanitaria. La colpa lieve, pertanto, riguarderà i casi più complessi, quelli in cui l’esito del trattamento non è assolutamente certo.

Cause vinte contro medici: cosa dice la legge Gelli-Bianco?

Le cose sono parzialmente cambiate con una recente legge (cosiddetta legge Gelli-Bianco) [4], la quale ha inciso nuovamente sulla responsabilità penale del medico. La riforma, infatti, ha previsto l’inserimento di un nuovo articolo nel codice penale [5], in base al quale il medico che provoca la morte o la lesione personale del paziente a causa della propria imperizia non risponde dei reati di omicidio colposo e lesioni personali colpose quando ha agito nel rispetto delle  buone pratiche assistenziali, delle raccomandazioni e delle linee guida pubblicate dalla comunità scientifica.

La nuova legge, quindi, riprende quanto detto dalla precedente inserendo un’autonoma ipotesi di reato. Lo scopo è quello di identificare in maniera (più) precisa la responsabilità del medico.

Cause vinte contro medici: cosa dice la Corte di Cassazione?

Il tentativo di fare chiarezza è riuscito solo in parte, in quanto l’introduzione delle linee guida e delle buone pratiche resta comunque un criterio discutibile, non ancorabile ad operazioni certe. Il che, in effetti, è spiegabile dalla molteplicità di situazioni che possono presentarsi al medico di turno, il quale deve pur conservare quel margine di discrezionalità proprio dell’attività professionale e della vicenda concreta.

Al fine di fornire un’interpretazione univoca di quel mix di criteri rappresentati dalle linee guida, dalle buone pratiche e dalla colpa lieve, proprio di recente si è espressa la Corte di Cassazione a Sezioni Unite [6]. Si tratta di un intervento giurisprudenziale importante, volto a marcare ancor meglio i confini della responsabilità sanitaria e, in particolare, della colpa medica.

Nello specifico, la Suprema Corte è intervenuta in tema di responsabilità medica colposa per morte o lesione del paziente stabilendo che il rispetto delle linee guida o delle buone pratiche non esonera automaticamente da responsabilità l’esercente la professione sanitaria quando:

  • la scelta delle linee guida o delle buone pratiche è stata errata, in quanto non adeguata al caso concreto; in questo caso l’esercente la professione sanitaria risponde anche per colpa lieve;
  • non vi sono linee guida e buone pratiche finalizzate a regolare il caso concreto; anche in questa ipotesi l’esercente la professione sanitaria risponde per colpa lieve;
  • la scelta delle linee guida o delle buone pratiche è stata corretta, ma la loro esecuzione, cioè l’applicazione alla fattispecie concreta, è stata sbagliata; in questo caso il medico risponde solo per colpa grave, cioè per errore grossolano o macroscopico.

Da ricordare, da ultimo, come il medico risponda della morte o delle lesioni del paziente anche nel caso di imprudenza o negligenza, a prescindere dal “grado” della colpa (lieve o grave è indifferente).

Cause vinte contro medici: quale responsabilità nella scelta delle linee guida?

La Suprema Corte ha quindi tentato di definire in modo chiaro la portata della responsabilità medica in caso di morte o lesioni del paziente, evitando di fornire ai professionisti facili scappatoie, rappresentate, in questo caso, dalle linee guida e dalle buone pratiche, le quali non possono mai costituire un alibi per il medico che versi in una delle ipotesi sopra individuate.

In effetti, quanto stabilito dalla Corte di Cassazione non è un’assoluta novità: anche prima della riforma apportata dal decreto Balduzzi la giurisprudenza era concorde nel condannare l’applicazione rigida e acritica delle linee guida, figlia di una medicina pigra [7].

Il medico, insomma, deve sempre compiere uno sforzo logico-critico di selezione di linee guida davvero affidabili, cioè di concretizzazione e adattamento delle raccomandazioni in esse contenute, integrandole con ulteriori accortezze, modificandone a tratti i contenuti, al limite decidendo di non seguirle [8].

In sostanza, anche l’osservanza delle linee guida, se inopportuna, rigida e acritica, può integrare gli estremi di un comportamento colposo, penalmente redarguibile.

Cause vinte contro medici: quale responsabilità civile?

Resta, infine, la responsabilità civile. Con la riforma segnata dalla legge Gelli-Bianco sono mutati i profili della responsabilità civile del medico, che non ha più natura contrattuale, ma extracontrattuale, con conseguenze di non poco conto, visto che ora:

  • dovrà essere il paziente a dimostrare l’errore del medico, la sua colpa e il nesso tra la condotta illecita e il danno patito;
  • il termine di prescrizione è dimezzato, da dieci a cinque anni.

Per la struttura sanitaria ove il paziente si ricovera (ospedale, clinica, ecc.), invece, la responsabilità  rimane di tipo contrattuale. La citata legge Gelli-Bianco, infatti, dice espressamente che l’azienda ospedaliera presso cui è ricoverato il malato, pur avvalendosi di medici scelti dal paziente e non direttamente dipendenti della struttura stessa, risponde sempre secondo i principi della responsabilità contrattuale, con tutte le conseguenze in punto di onere della prova, risarcimento del danno e prescrizione dello stesso.

È naturale, quindi, che il paziente sia più incentivato a promuovere una causa contro l’azienda ospedaliera, anziché nei confronti del singolo medico, anche in considerazione delle maggiori disponibilità economiche della prima rispetto al secondo e del maggior tempo a disposizione (la relativa azione si prescrive in dieci anni).

Cause vinte contro medici: morte del paziente

Passiamo ora ad esaminare qualche caso concreto di cause vinte contro medici, partendo da quelle più comuni e più gravi, cioè quelle riguardanti la morte del paziente a seguito di errore medico.

Nel 2017, il tribunale di Palermo si è espresso su una richiesta di risarcimento avanzata nei confronti dell’azienda ospedaliera per il decesso di una congiunta [9]. Il tribunale, dopo aver ricordato che la responsabilità della struttura sanitaria è di tipo contrattuale e che, pertanto, da tale qualificazione deriva tutta una serie di conseguenze in materia di dimostrazione del danno, di entità del risarcimento e di tempi di prescrizione, ha affermato che spetta al medico responsabile (o alla struttura) dimostrare l’incolpevolezza della propria condotta, dovendo la parte danneggiata (o, in questo caso, i parenti della stessa) dimostrare solamente l’esito infausto della terapia.

In altre parole, coloro che ritengono di aver subito un pregiudizio devono solamente dimostrare l’instaurazione del rapporto tra la vittima e la struttura ospedaliera (concretizzatasi nell’accettazione al pronto soccorso), il danno (nel caso di specie, la morte della paziente) e il nesso di causalità, cioè il legame tra la condotta medica e l’evento dannoso (nel caso prospettato, la morte).

In particolare, il tribunale di Palermo ha dovuto affrontare il caso riguardante il decesso di una paziente a seguito del mancato ricovero dopo accettazione in pronto soccorso. La struttura ospedaliera convenuta, infatti, aveva sottovalutato la patologia della malata e l’aveva dimessa immediatamente dopo le analisi di routine effettuate in pronto soccorso.

Subito dopo, però, la paziente stava nuovamente male e veniva pertanto ricoverata in diverso presidio ospedaliero, dove successivamente decedeva. Il nesso di causalità, quindi, era da rinvenire nelle mancate cure prestate dal primo ospedale ove la paziente si era recata.

La difesa della convenuta struttura medica si difendeva dicendo che i propri medici, nell’espletare la prestazione, si erano attenuti alle linee guida approvate a livello europeo. Il tribunale, però, riportando una recente sentenza della Corte di Cassazione [10], secondo cui l’adesione alle linee guida non impedisce al giudice di effettuare le proprie valutazioni e di ritenere che, nel caso concreto, fossero state necessarie altre operazioni, ha condannato l’azienda ospedaliera al pagamento di un cospicuo risarcimento del danno in favore dei parenti che avevano agito in giudizio.

Cause vinte contro medici: lesioni permanenti

Il tribunale di Como, nel 2016 [11], ha deciso sulla richiesta di risarcimento danni avanzata da una persona che, a seguito di un intervento chirurgico, aveva subito un pregiudizio alla salute. A seguito di consulenza tecnica d’ufficio, veniva accertato che l’intervento, originariamente volto a ridurre un’ernia, era stato effettuato male, tanto che il dolore dovuto alla patologia continuava a persistere. Per di più, l’errata operazione aveva comportato la riduzione della capacità lavorativa del paziente pari a circa il quindici per cento.

In questo caso, il giudice, dando torto all’azienda ospedaliera convenuta, ha ritenuto insufficiente la difesa della stessa e l’ha condannata al risarcimento dei danni.

Cause vinte contro medici: risarcimento in favore dei parenti

Un altro aspetto importante delle cause vinte contro medici è il diritto al risarcimento dei danni in favore dei familiari della persona danneggiata. Questo, infatti, spetta anche quando la vittima non sia deceduta, e cioè quando, pur avendo subito un pregiudizio alla propria salute, sia ancora in vita.

In questo caso, il risarcimento del danno ai familiari non spetta in qualità di eredi, ma come diritto proprio, maturato autonomamente, per il solo fatto del vincolo affettivo che lega le persone tra loro. In un caso affrontato dal tribunale di Lodi [12], ai familiari (moglie e figli) del danneggiato è stato liquidato un danno non patrimoniale pari a centomila euro per ogni componente della famiglia.

Sulla falsariga di quanto statuito dalla Corte di Cassazione [13], il danno patito indirettamente dai familiari deve essere dimostrato provando il rapporto affettivo che sussiste con il danneggiato. In particolare, il danno subito dai congiunti deve essere concretamente accertato sulla base di una valutazione complessiva ed equitativa che tenga conto della relazione affettiva con il danneggiato, dell’intensità del vincolo familiare, della situazione di convivenza, delle abitudini di vita e della compromissione che ne sia derivata, dell’età della vittima e dei parenti, nonché di ogni altra circostanza ritenuta utile dal giudice.

Nel caso in cui i parenti non abbiano fornito adeguata prova del rapporto intercorrente con il congiunto danneggiato, il giudice può valutare lo stesso anche mediante presunzioni, sulla base dei dati che ha a disposizione.

Cause vinte contro medici: consenso informato

Un altro aspetto molto importante della responsabilità medica e uno dei casi più diffusi tra le cause vinte contro medici è quello del consenso informato: si tratta dell’obbligo che grava in capo ad ogni medico di informare adeguatamente il paziente circa i trattamento terapeutico che andrà ad affrontare.

Si tratta di un vero e proprio obbligo che prescinde dall’esito dell’intervento. Ed infatti, secondo la Corte di Cassazione [14], l’omissione dell’informazione comporta una privazione della libertà di autodeterminazione del paziente, al quale viene preclusa la possibilità di esercitare tutte le opzioni relative alle operazioni mediche, senza che questo pregiudizio sia compensato dall’esito favorevole dell’intervento.

Pertanto, il dottore è sempre tenuto ad informare in maniera chiara, corretta e completa il paziente, andando esente da responsabilità solamente se, durante l’intervento, sorgano complicazioni tali da non poter essere previste al momento dell’informativa.

note

[1] Art. 2236 cod. civ.

[2] Legge n. 189/2012.

[3] Art. 43 cod. pen.

[4] Legge n. 24/2017 del 08.03.2017.

[5] Art. 590-sexies cod. pen.

[6] Cass., sent. n. 8770/2018 del 22.02.2018.

[7] Cass., sent. n. 4391/2011 del 22.11.2011.

[8] Cass., sent. n. 10454/2010 del 18.02.2010.

[9] Trib. Palermo, sent. n. 3371/2017 del 26.06.2017.

[10] Cass., sent. n. 11208/2017.

[11] Trib. Como, sent. n. 2089/2016 del 14.01.2016.

[12] Trib. Lodi, sent. n. 829/2014 del 01.11.2014.

[13] Cass., sent. n. 22909/2012; Cass., sent. n. 20667/2010.

[14] Cass., sent. n. 12205/2015.

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