Diritto e Fisco | Editoriale

Avvocato non propone il ricorso: posso essere risarcito?

22 marzo 2018


Avvocato non propone il ricorso: posso essere risarcito?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 22 marzo 2018



Il non aver consigliato al cliente in tempo utile della possibilità proporre ricorso contro la sentenza, con buone probabilità di vittoria, comporta per l’avvocato l’obbligo del risarcimento del danno?  

Dopo molti anni di attesa è finalmente uscita la sentenza in una causa che ti vedeva coinvolto in un ricorso contro il fisco. Senonché i giudici ti hanno dato torto e ora ti tocca non solo pagare la cartella esattoriale, ma anche le spese processuali. Il tuo avvocato ti ha mandato un’email informandoti della sentenza negativa e invitandoti a passare dal suo studio per ritirare carte e fascicolo. Nella mail è allegato anche il provvedimento del tribunale, benché la tua inesperienza col diritto non ti consenta di comprenderne senso e motivazioni. «Il giudice ha così deciso» ti ha riferito il legale senza altro aggiungere. Fatto sta che, dopo qualche mese, fai leggere la stessa sentenza a un altro professionista il quale si accorge di un grosso abbaglio preso dalla Commissione Tributaria. «C’è un errore macroscopico» ti dice, visto che la Cassazione ha di recente fornito un’interpretazione opposta. Anzi, rimane stranito del fatto che il tuo precedente difensore non ti abbia suggerito di fare appello. Ora però i termini sono scaduti ed è troppo tardi per opporsi. Un bel danno che, a tuo giudizio, deve ricadere sull’avvocato che non ti ha informato del fatto di poter sfruttare il secondo grado di giudizio. Quest’ultimo, invece, rimanda le accuse al mittente: «il mandato professionale è cessato con la pubblicazione della sentenza – ti dice – per cui non ero tenuto a stimolarti a proseguire il giudizio. Né tu me lo hai chiesto». Ti fa pesare peraltro il fatto di non essere mai passato dallo studio a ritirare le carte e a pagargli l’onorario. Dal canto tuo insisti: «Sarei passato subito – gli spieghi – se solo mi avessi detto che si poteva fare appello». Chi ha ragione? In caso di sentenza negativa, l’avvocato deve informare il cliente dell’appello? Se l’avvocato non propone il ricorso puoi essere risarcito? La risposta è stata fornita di recente dalla Cassazione [1]. Eco cosa hanno detto i giudici supremi.

L’avvocato deve comunicare al cliente della sentenza?

Intanto devo darti subito una brutta notizia: se il tuo avvocato non ti ha informato del fatto che potevi fare appello o ricorso per cassazione, ossia che potevi impugnare la sentenza, e i termini nel frattempo sono scaduti, non hai più la possibilità di fare nulla. Difatti, nonostante tu non fossi al corrente della pubblicazione della decisione, non c’è modo di far resuscitare la possibilità di opporsi. La sentenza diventa definitiva e tu sarai tenuto a rispettarla. Non ti resta che muoverti per chiedere il risarcimento del danno contro l’avvocato. Ma è davvero possibile?

L’avvocato deve comunicare la sentenza al cliente. Ma non solo…

Quando l’avvocato è responsabile?

Come noto, la responsabilità dell’avvocato non scatta in automatico per il solo fatto che questi abbia omesso un atto (ad esempio dimenticando di depositare un documento importante) oppure abbia commesso un errore processuale. Affinché il professionista sia tenuto a risarcire il cliente è necessario che quest’ultimo abbia subito un danno, danno che non può evincersi solo dal fatto che abbia perso la causa. In altri termini bisogna dimostrare che, in assenza dell’errore, il processo avrebbe avuto un esito più favorevole al cliente danneggiato. Se invece l’errore non ha mutato l’esito del giudizio – che comunque sarebbe stato ugualmente negativo per l’assistito – il professionista non deve scucire un euro di risarcimento.

L’avvocato deve consigliare al cliente di poter fare appello?

Questo principio deve applicarsi anche per quanto riguarda la possibilità di presentare appello o ricorso per Cassazione. È infatti astrattamente vero che l’avvocato deve informare subito il proprio cliente del fatto che è uscita la sentenza e che il codice prevede la possibilità di impugnarla, ma è anche vero che, in caso di inerzia a tale obbligo, la responsabilità dell’avvocato scatta solo in caso di probabile esito positivo del giudizio successivo.

Il non aver consigliato al proprio cliente in tempo utile di proporre appello o ricorso per cassazione contro la sentenza negativa, con buone probabilità di ottenere una pronuncia positiva, comporta l’obbligo del risarcimento del danno subito dal cliente stesso a carico del professionista.

Avvocato risarcisce solo se crea un vero danno

La Cassazione termina ricordando che l’unico modo per opporsi a una sentenza i cui termini sono ormai scaduti è dimostrare di non aver mai avuto conoscenza del processo, dar cioè prova di non aver mai ricevuto alcuna notifica.

note

[1] Cass. sent. n. 6859/2018 del 20.03.2018.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 9 gennaio – 20 marzo 2018, n. 6859
Presidente Travaglino – Relatore Cigna

Fatti di causa

F.D. propone ricorso per Cassazione, articolato su due motivi, avverso sentenza del Tribunale di Milano, la cui impugnazione è stata dichiarata inammissibile dalla Corte di Appello di Milano con ordinanza ex art. 348 bis cpc.
Il Tribunale, in particolare, previa revoca di decreto ingiuntivo emesso in favore del F. , aveva dichiarato risolto -per inadempimento di quest’ultimo- il contratto d’opera professionale relativo alla difesa di P.R. in un giudizio dinanzi alla CTR Lombardia conclusosi con sentenza 134/50/05 ed aveva condannando il F. al pagamento, a titolo di risarcimento danni, della somma di Euro 52.237,66, oltre interessi legali e spese di lite; nella specie, il Tribunale, per quanto ancora rileva, sulla base delle prove offerte dalla P. , aveva dapprima ritenuto fondati gli addebiti mossi da quest’ultima al F. : tra questi, il non avere fornito la dovuta attività di consulenza, e specificamente non avere consigliato in tempo utile alla P. l’unico rimedio esperibile, e cioè la proposizione di ricorso per Cassazione avverso la predetta sentenza 134/50/05; al riguardo il Tribunale aveva precisato che il F. aveva avvertito la P. della possibilità di ricorrere in cassazione solo il 5-12-2006, quando era ormai spirato il termine di impugnazione; di conseguenza, il Tribunale aveva ritenuto provato l’inadempimento colpevole del professionista e, sulla base dei documenti presentati dalla P. nel giudizio tributario, aveva affermato che, ove fosse stato proposto tempestivo ricorso per Cassazione, le ragioni della P. avrebbero trovato accoglimento.
La Corte di Appello ha valutato la ricostruzione dell’appellante F. in contrasto con le risultanze documentali ed ha ritenuto la valutazione prognostica svolta dal Tribunale in ordine all’esito del giudizio di Cassazione in linea con i criteri probabilistici enunciati al riguardo dalla S.C.
Resiste il F. con controricorso.

Ragioni della decisione

Con il primo motivo di ricorso il F. , deducendo – ex art. 360 n. 3 cpc – violazione e falsa applicazione dell’art. 327 cpc, si duole che il Tribunale e Corte d’Appello abbiano erroneamente fatto decorrere il termine lungo per impugnare la sentenza della CTR 134/50/2005 dalla data di pubblicazione della stessa (8-11-2005) e non dalla data (8-3-2006) di effettiva conoscenza della stessa da parte di esso F. .
Il motivo è infondato.
Come già affermato da questa Corte, invero, “nel processo tributario l’ammissibilità dell’impugnazione tardiva, oltre il termine “lungo” dalla pubblicazione della sentenza, previsto dall’art. 38, comma 3, del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, presuppone che la parte dimostri l’ignoranza del processo”, ossia di non averne avuto alcuna conoscenza per nullità della notificazione del ricorso e della comunicazione dell’avviso di fissazione dell’udienza…” (Cass. 23323/2013; conf. tra le altre, Cass. 7653/2016 e Cass. 12761/2011; difforme solo Cass. 6048/2013 la cui motivazione viene ritenuta dal collegio non condivisibile); nel caso di specie il F. , pur affermando di non risultare costituito nel giudizio conclusosi con la sentenza della CTR 134/50/2005, non ha neanche dedotto né provato di non avere avuto conoscenza del detto giudizio per le su indicate nullità; correttamente, pertanto, il Tribunale e la Corte di appello non hanno dato alcun rilievo alla data di effettiva conoscenza della sentenza della CTR.
Con il secondo motivo il F. , deducendo – ex art. 360 n. 3 cpc – violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2697 cc, nonché – ex art. 360, comma 1, n. 4, cpc – nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 cpc, sostiene che il Tribunale ha, da un lato, violato l’art. 2697 cc in quanto ha ritenuto l’astratta eventualità dell’accoglimento del ricorso in Cassazione equipollente alla dimostrazione in concreto dell’accoglimento, e, dall’altro, “ha reso nulla la sentenza non ponendo alla sua base le prove e le argomentazioni sottopostogli da parte della P. , bensì le proprie argomentazioni che hanno supplito alle lacune difensive”.
Anche detta censura è infondata.
Il Tribunale, invero, in coerenza con quanto richiesto dalla parte ed in linea con i principi enucleati al riguardo da questa Corte (v. Cass. 2638/2013), ha ritenuto, sulla scorta di criteri probabilistici, che “ove il F. avesse diligentemente operato, la P. sarebbe risultata vittoriosa in Cassazione”; tanto ha affermato in concreto “in ragione dei documenti presentati dalla P. nel giudizio tributario” (documenti specificamente riportati dal Tribunale a pag. 6 della sentenza) e “delle esaurienti e coerenti motivazioni rese dalla Commissione Tributaria regionale nella sentenza” (motivazioni anch’esse espressamente ribadite dal Tribunale sempre a pag. 6).
Alla luce di tali considerazioni, pertanto, il ricorso va rigettato.
Le spese del presente giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, dpr 115/2002, poiché il ricorso è stato presentato successivamente al 30-1-2013 ed è stato rigettato, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1 bis del cit. art. 13.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano in Euro 3.200,00, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge; dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale.


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1 Commento

  1. il protezionismo della corte verso gli avvocati E’ SPAVENTOSO NONOSTANTE SIA ACCERTATO CHE SONO LORO (GLI AVVOCATI) AD AFFOSSARE LA GIUSTIZIA ITALIANA – MA -COME HA DETTO UN AVVOCATO- LA GIUSTIZIA NON E’ DI QUESTA TERRA ….(ITALIANA)

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