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Lo sai che? Diritto dell’ex moglie al Tfr dell’ex marito

Lo sai che? Pubblicato il 25 marzo 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 25 marzo 2018

La liquidazione del coniuge ormai morto passa anche all’ex moglie nonostante il divorzio. Non è invece dovuto con la separazione.

In caso di divorzio, all’ex coniuge che non si è risposato spetta una quota del Tfr (trattamento di fine rapporto) erogato all’altro dal suo datore di lavoro. Questo diritto non spetta però alle coppie che sono ancora separate. In altri termini, se marito e moglie si separano e uno dei due muore prima dell’avvio della causa di divorzio, all’ex coniuge non spetta la quota del Tfr dell’altro. Sono questi alcuni dei chiarimenti forniti dalla giurisprudenza in tema di diritto dell’ex moglie al Tfr dell’ex marito, chiarimenti da ultimo ribaditi con una recente ordinanza della Cassazione [1].

Per fare il punto della situazione però è meglio ripercorrere da capo quanto prevede la legge in tema di divorzio e di assegnazione del trattamento di fine rapporto all’ex coniuge.

Se il lavoratore muore a chi va il Tfr?

Il Tfr e l’indennità sostitutiva del preavviso devono essere corrisposti ai familiari del lavoratore deceduto: coniuge, figli e, se conviventi a carico del lavoratore, parenti entro il terzo grado ed affini entro il secondo.

Se il lavoratore ha divorziato, cosa spetta all’ex coniuge?

Il coniuge nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di divorzio (più propriamente chiamata «sentenza di scioglimento e di cessazione degli effetti civili del matrimonio») ha diritto a una percentuale dell’indennità di fine rapporto percepita dall’altro coniuge, all’atto della cessazione del rapporto di lavoro, anche se l’indennità viene a maturare dopo la sentenza. Tale percentuale è pari al 40% dell’indennità totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio [2].

L’ex coniuge ha diritto a una quota del Tfr solo se sono presenti le seguenti condizioni:

  • la coppia deve aver divorziato. Come vedremo a breve, non spetta il Tfr maturato prima del deposito in tribunale del ricorso per ottenere il divorzio, quando cioè la coppia è ancora separata;
  • il coniuge che chiede il Tfr dell’ex deve essere titolare dell’assegno di divorzio. Se però questo assegno gli è stato riconosciuto in un’unica soluzione (cosiddetto una tantum) non ha diritto a chiedere il Tfr;
  • il coniuge che chiede il Tfr dell’ex non deve essersi risposato;
  • il rapporto di lavoro deve essersi svolto prima del divorzio e non dopo.

Sussistendo le suddette condizioni, la percentuale di TFR alla quale ha diritto l’ex coniuge spetta nella misura del 40% della liquidazione maturata dal lavoratore, riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio. Il periodo va, quindi, calcolato ricomprendendovi anche l’intera fase della separazione, poiché il matrimonio non viene meno né con la cessazione della convivenza (separazione di fatto) né con la separazione giudiziale, ma permane fino alla pronuncia di divorzio.

Il suddetto 40% va calcolato sull’importo netto (ossia effettivamente dovuto e percepito dall’ex coniuge lavoratore) e non, invece, su quello “lordo” (cioè gravato dagli oneri fiscali ).

Leggi anche Come ottenere il Tfr dall’ex coniuge.

Negli altri casi a chi va il Tfr del coniuge?

In mancanza di queste persone (ad esempio perché decedute), le somme sono suddivise secondo le disposizioni testamentarie o, in difetto, sulla base della successione legittima seguendo le regole fissate dal codice civile.

Il datore di lavoro deve assegnare le somme agli aventi diritto in base ad accordi preventivi tra i medesimi o, in difetto, in base alla decisione del giudice che ripartisce le somme secondo il bisogno di ciascuno.

Il coniuge separato ha diritto al Tfr dell’ex?

Come spiegato più volte dalla Cassazione, il diritto a percepire il Tfr dell’ex coniuge spetta solo in caso di divorzio e non di separazione. Leggi Alla moglie separata spetta il Tfr del marito?

La giurisprudenza ha infatti precisato che il diritto alla quota del TFR dell’atro coniuge sorge solo quando l’indennità sia maturata al momento o dopo la proposizione della domanda di divorzio, ma non anche quando sia maturata precedentemente ad essa [3].

Per esempio, se Mario e Lucia sono separati e il primo viene licenziato prima che uno dei due avvii la causa di divorzio, il Tfr non va diviso. Ciò che conta non è l’emissione della sentenza di divorzio ma il deposito del ricorso in tribunale per ottenere la cessazione del matrimonio: se prima di tale momento il lavoratore matura il diritto al Tfr (per dimissioni o licenziamento) allora il Tfr non va all’ex; viceversa, se il ricorso è stato già depositato al momento della cessazione del rapporto di lavoro, allora il Tfr va diviso tra i due in misura del 60% e 40% a testa.

Pertanto, se il coniuge separato cessa di lavorare dopo la pronuncia di separazione ma prima dell’instaurazione del giudizio di divorzio, egli di fatto può disporre liberamente delle somme ricevute a titolo di indennità di fine rapporto e l’altro coniuge non può pretendere alcunché, anche se titolare di assegno di mantenimento.

L’ex coniuge solo separato non può neanche rivendicare una quota delle eventuali anticipazioni sul Tfr percepite dall’altro coniuge, essendo ormai dette somme entrate nell’esclusiva disponibilità dell’avente diritto [4].

Che succede se non si ha diritto al Tfr dell’ex coniuge?

Conseguenza di quanto detto è che il coniuge separato potrà pretendere una quota del Tfr dell’altro coniuge soltanto se, al momento della maturazione dell’indennità di fine rapporto, egli abbia già depositato ricorso per divorzio dinanzi la cancelleria del tribunale competente. Tuttavia, se il coniuge percepisce il Tfr mentre pende il giudizio di separazione, il giudice dovrà tenerne conto nel valutare la sua situazione economica e quindi ai fini della quantificazione dell’assegno di mantenimento (che potrebbe così crescere per via della maggiore disponibilità di ricchezza). Qualora, invece, il coniuge separato percepisca il Tfr dopo la sentenza di separazione, ma prima del deposito in tribunale della domanda di divorzio, l’altro coniuge sarà legittimato a chiedere una revisione dell’assegno di mantenimento, atteso che la riscossione dell’indennità di fine rapporto da parte di un coniuge comporta di fatto una modifica della situazione economica rispetto a quella esistente al momento in cui fu pronunciata la separazione.

note

[1] Cass. ord. n. 7239/2018 del 22.03.2018.

[2] Art. 12 bis co. 2 L. 898/70.

[3] Cass. sent. n. 25520 del 16.12.2010.

[4] Cass. sent. n. 24421 del 29.10.2003.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 13 febbraio – 22 marzo 2018, n. 7239
Presidente Di Virgilio – Relatore Valitutti

Fatto e diritto

Rilevato che:
F.G. ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte d’appello di Lecce n. 142 del 2016, depositata il 16 febbraio 2016, con la quale è stata accolta la domanda, avanzata dal controricorrente, allora appellante signor D.Q.D. , di rigetto della domanda di pagamento della quota di TFR dalla odierna ricorrente proposta ex art. 12 bis L. 898/1970; il signor D.Q.D. ha replicato con controricorso;
Considerato che:
con il primo motivo di ricorso -violazione e falsa applicazione dell’art. 12 bis della legge 898 del 1970 (art. 360, primo comma, n.3 cod. proc. civ.) – la ricorrente lamenta che la Corte d’appello abbia erroneamente escluso il diritto a percepire la quota di TFR richiesta, dovendosi individuare, quale elemento temporale di riferimento a tal fine, quello in cui il TFR entra definitivamente nella disponibilità del coniuge e non quello in cui sorge il relativo diritto;
con il secondo motivo di ricorso – omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio (art. 360 c.p.c. comma 1, n. 5) – la ricorrente si duole della circostanza che la Corte salentina abbia omesso di dar conto, con adeguata e corretta motivazione, delle ragioni ostative alla valutazione dell’istanza di rinnovo, formulata nei precedenti gradi di giudizio, di acquisizione delle informative rivolte al datore di lavoro dell’appellante, nonché all’Istituto nazionale di previdenza sociale, volte alla cognizione della data di erogazione del TFR e del relativo quantum;
Ritenuto che:
l’espressione, contenuta nell’art. 12-bis della legge 10 dicembre 1970, n. 898, secondo cui il coniuge ha diritto alla quota del trattamento di fine rapporto anche se questo “viene a maturare dopo la sentenza” implichi che tale diritto deve ritenersi attribuibile anche ove il trattamento di fine rapporto sia maturato prima della sentenza di divorzio, ma dopo la proposizione della relativa domanda, quando invero ancora non possono esservi soggetti titolari dell’assegno divorzile, divenendo essi tali dopo il passaggio in giudicato della sentenza di divorzio ovvero di quella, ancora successiva, che lo abbia liquidato; infatti, poiché la “ratio” della norma è quella di correlare il diritto alla quota di indennità, non ancora percepita dal coniuge cui essa spetti, all’assegno divorzile, che in astratto sorge, ove spettante, contestualmente alla domanda di divorzio, ancorché di regola venga costituito e divenga esigibile solo con il passaggio in giudicato della sentenza che lo liquidi, ne derivi che, indipendentemente dalla decorrenza dell’assegno di divorzio, ove l’indennità sia percepita dall’avente diritto dopo la domanda di divorzio, al definitivo riconoscimento giudiziario della concreta spettanza dell’assegno è riconnessa l’attribuzione del diritto alla quota di T.F.R. (Cass., 06/06/2011, n. 12175; Cass., 20/06/2014, n. 14129);
siffatta interpretazione sia, per vero, coerente con la natura costitutiva della sentenza di divorzio e con la possibilità, ai sensi dell’art. 4, decimo comma, legge n. 898 del 1970, di stabilire la retroattività degli effetti patrimoniali della sentenza di cessazione degli effetti civili del matrimonio a far data dalla domanda (Cass., 17/12/2003, n. 19309);
Rilevato che:
nel caso di specie, la Corte d’appello ha correttamente applicato la norma, l’articolo 12 bis, oggetto di censura, avendo individuato nella data di cessazione del rapporto di lavoro, a seguito di licenziamento, quella nella quale è sorto il diritto del D.Q. al TFR ed avendo negato, conformemente all’orientamento di codesta Corte sopra richiamato, il diritto per l’odierna ricorrente a riceverne una quota, quale ex coniuge, essendo stato proposto il ricorso per la cessazione degli effetti civili del matrimonio in un arco cronologico successivo alla maturazione del diritto dl TRF in capo al marito;
In conseguenza di quanto suesposto, risulta del tutto corretta la decisione del giudice di appello di negare qualsivoglia rilevanza, ai fini della definizione della controversia, all’istanza ex art. 210 c.p.c. di acquisizione di notizie sulla data di erogazione del TFR e del relativo ammontare;
Ritenuto che:
peraltro, l’omesso esame di istanze istruttorie non valga ad integrare il vizio di cui al novellato art. 360, primo comma, n. 5 cod. proc. civ. (Cass. Sez. U. 07/04/2014, nn. 8053 e 8054);
alla stregua delle considerazioni che precedono, il ricorso debba essere rigettato con condanna del ricorrente alle spese del presente giudizio).

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente, in favore del controricorrente, alle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 100,00, ed agli accessori di legge. Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.


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