Diritto e Fisco | Editoriale

A chi controlla il conto corrente l’Agenzia delle Entrate?

25 marzo 2018


A chi controlla il conto corrente l’Agenzia delle Entrate?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 marzo 2018



Bonifici e versamenti di denaro in contanti sospetti: ecco nei confronti di chi avvengono i controlli bancari con l’anagrafe dei conti correnti.

«Versamenti sospetti»: queste due semplici parole dovrebbero far rabbrividire ogni contribuente. Dietro di esse, infatti, si nasconde un meccanismo perverso di controllo del conto corrente da parte del fisco che spesso mette in ginocchio il cittadino. Perché mai? Perché, per legge – sì, è proprio la legge a prevederlo – il fisco può presumere automaticamente che dietro ogni bonifico o versamento di denaro sul conto vi sia un’evasione fiscale. Spetta poi al contribuente dimostrare il contrario. È probabile, a questo punto, che tu stia pensando: «Ma io ho le carte in regola e non temo nulla». Così è, o meglio dovrebbe essere. Il punto però è che, a distanza di molti anni (visto che il termine per gli accertamenti va da 5 a 7 anni a seconda che la dichiarazione dei redditi sia solo irregolare o del tutto assente), è difficile ricordare come ci si è procurati una certa disponibilità di contanti versati sul conto o per quale ragione è stato ricevuto un bonifico da un amico. Ecco perché, quando si parla di movimentazioni bancarie sospette c’è spesso da ricorrere a un buon consulente che sappia spiegare come muoversi e in che modo difendersi. Vediamo allora di superare il primo interrogativo che, nel leggere questa notizia, ci si può porre: a chi controlla il conto corrente l’Agenzia delle Entrate? Quali sono i contribuenti esposti a maggiore rischio di una verifica dei versamenti in banca? La risposta viene da una recente sentenza della Cassazione [1]. Ecco cosa è stato detto nel caso di specie.

Cos’è e come funziona la la presunzione legale della disponibilità di maggior reddito?

La legge stabilisce che l’Agenzia delle Entrate possa controllare solo i versamenti sul conto e non anche i prelievi. I versamenti sono sia quelli che tu fai allo sportello o al bancomat nel momento in cui depositi il contante, sia quelli che ricevi tramite bonifico da altre persone. Se l’importo risulta “sospetto” rispetto al reddito riportato nella dichiarazione dei redditi, l’Agenzia delle Entrate è legittimata a presumere che si tratti di maggior reddito sottratto ad imposizione. In altri termini, può legittimamente pensare che sia “nero”. Si pensi a una persona che guadagna mille euro al mese, con accredito diretto sul conto corrente da parte del datore, che un giorno deposita in banca cinque mila euro: da dove gli saranno provenuti? Si pensi a un professionista che riceve un bonifico di tremila euro da una persona e non vi sia alcuna fattura che richiami questo importo. Questa presunzione di maggior reddito – che viene detta “legale” in quanto è la legge stessa che l’autorizza – può ammettere la prova contraria (per questo si chiama «presunzione relativa»): il contribuente cioè è sempre ammesso a dimostrare l’origine lecita del denaro e il fatto che esso non debba essere dichiarato perché già tassato o perché esente. Si pensi al frutto di una donazione o di una vincita al gioco, di un risarcimento o di un lascito ereditario.

Leggi anche Conti correnti: come evitare controlli.

Cosa può sapere il fisco di te e del tuo conto corrente?

Con la fine dell’epoca del segreto bancario e l’introduzione della trasparenza, i nostri conti correnti sono diventati scatole trasparenti per tutti, dove ciò che fai, sposti, ricevi e togli può essere visibile in qualsiasi momento da parte dell’Agenzia delle Entrate. E non c’è neanche bisogno che si sforzi più di tanto, che mandi la finanza in banca a fare ispezioni e a requisire documenti. Sono le stesse banche a inviare al fisco questo informazioni, facendole confluire in un maxi database chiamato Anagrafe dei rapporti finanziari, meglio nota come Anagrafe dei conti correnti, che poi altro non è che una “dependance” della più ampia Anagrafe tributaria. Insomma, con una semplice connessione da  computer gli ispettori oggi possono sapere:

  • quanti conti correnti hai;
  • presso quali istituti di credito si trovano questi conti correnti;
  • se questi conti correnti sono in rosso o in attivo;
  • quanti soldi sono depositati presso il conto corrente;
  • se il conto corrente è già pignorato o meno;
  • quali prelievi hai eseguito sul conto corrente;
  • quali versamenti di contanti hai effettuato sul conto corrente;
  • quali bonifici hai ricevuto sul conto;
  • qual è la giacenza del conto, ossia il saldo;
  • se possiedi cassette di sicurezza presso la banca (il contenuto però è coperto da privacy, sebbene – con le apposite autorizzazioni – la Guardia di Finanza potrebbe sempre chiederti di aprirle in sua presenza);
  • se possiedi titoli e altri investimenti in gestione presso la banca.

A quali persone il fisco controlla il conto corrente?

Il luogo comune in cui spesso si cade è quello di pensare che gli occhi del fisco siano puntati solo sui conti correnti delle aziende, degli imprenditori, dei lavoratori autonomi o dei liberi professionisti. Niente di più falso. Come spiega la sentenza della Cassazione qui in commento, «in tema d’imposte sui redditi, la presunzione legale della disponibilità di maggior reddito, desumibile dalle risultanze dei conti bancari, non è riferibile ai soli titolari di reddito di impresa o da lavoro autonomo, ma si estende alla generalità dei contribuenti». Questo significa che anche lavorati dipendenti o disoccupati possono essere chiamati a giustificare come si sono procurati i soldi che poi sono stati accreditati sul conto corrente.

Posso dire che i soldi me li hanno dati i miei genitori?

Secondo la sentenza in commento, a giustificare le movimentazioni bancarie sospette sulle quali si basa l’accertamento fiscale non bastano i debiti-crediti familiari. Per la Cassazione la prova liberatoria sulle movimentazioni bancarie sospette deve consistere nella dimostrazione dell’esistenza di redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta. Quindi non basta dire genericamente che i versamenti riguardano denaro ricevuto dai familiari, magari per restituzione di prestiti fatti in passato, se questa argomentazione è generica e non supportata da documenti scritti. Ecco perché è meglio far passare tutto dal conto corrente e tramite bonifico, in modo da dimostrare che non si stanno dicendo bugie.

note

[1] Cass. ord. n. 7277 del 23..03.2018.

Corte di Cassazione, sez. V Civile, ordinanza 25 gennaio – 23 marzo 2018, n. 7277
Presidente Virgilio – Relatore Perrino

Fatti di causa

L’Agenzia delle entrate rettificò le dichiarazioni dei redditi per gli anni d’imposta 2003 e 2004 di C.G. ed irrogò le relative sanzioni pecuniarie, in esito ad accertamento con metodo sintetico dei redditi prodotti; in particolare, fece leva sul reddito di capitale scaturente dall’acquisizione di azioni di valore di gran lunga superiore a quello complessivo dichiarato.
La contribuente impugnò i relativi avvisi di accertamento, senza successo in primo grado.
Di contro, la Commissione tributaria regionale ha accolto il successivo appello da lei proposto. Ha al riguardo sostenuto che dai documenti prodotti si possa evincere che le movimentazioni bancarie valorizzate dall’Ufficio s’inquadrano in operazioni di sistemazione di rapporti credito-debito intercorsi nell’ambito familiare, sicchè, ha concluso, la contribuente ha offerto un’analitica giustificazione di ciascuna operazione.
Contro questa sentenza l’Agenzia delle entrate propone ricorso per ottenerne la cassazione, che affida a due motivi, cui C.G. replica con controricorso, che illustra con memoria.

Ragioni della decisione

1.- Con i due motivi di ricorso, da esaminare congiuntamente perchè connessi, l’Agenzia delle entrate si duole della violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, nonchè del vizio di motivazione della sentenza impugnata, là dove il giudice d’appello ha ritenuto sufficienti a superare la presunzione in favore dell’Ufficio le giustificazioni addotte dalla contribuente perchè concernenti rapporti di debito-credito di natura familiare, limitandosi ad affermare il “diverso spessore probatorio” dei documenti prodotti.
La censura complessivamente proposta è fondata.
2.- A fronte dell’accertamento sintetico calibrato su fattori-indice, resta a carico del contribuente, posto nella piena condizione di difendersi dalla contestazione dell’esistenza di quei precisi fattori, l’onere di dimostrare che il reddito presunto non esiste o esiste in misura inferiore (Cass. 19 aprile 2013, n. 9539; ord. 10 agosto 2016, n. 10912; 19 ottobre 2016, n. 21142).
2.1.- Il che comporta, per un verso, che la prova consista, a norma del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 38, comma 6, ratione temporis applicabile, nella dimostrazione dell’esistenza di redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta (in termini, Cass. 7 marzo 2014, n. 5365) e, per altro verso, che questi ultimi si attaglino ai fattori-indice, anche in base a circostanze sintomatiche (Cass. 18 aprile 2014, n. 8995).
2.2.- D’altronde, ha ulteriormente precisato questa Corte (Cass. 20 gennaio 2017, n. 1519), in tema d’imposte sui redditi, la presunzione legale (relativa) della disponibilità di maggior reddito, desumibile dalle risultanze dei conti bancari giusta il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, comma 1, n. 2, non è riferibile ai soli titolari di reddito di impresa o da lavoro autonomo, ma si estende alla generalità dei contribuenti, come si ricava dal successivo art. 38, riguardante l’accertamento del reddito complessivo delle persone fisiche, che rinvia allo stesso art. 32, comma 10, n. 2.
3.- Il giudice d’appello non si è attenuto a questi principi, in quanto ha assegnato rilevanza dirimente alla circostanza, di per sè ininfluente anche per la genericità del modo in cui è stata dedotta, che le movimentazioni bancarie si riferiscono a “sistemazione di rapporti creditori-debitori intercorsi nell’ambito familiare”, perdipiù valorizzando documenti, dei quali non descrive il contenuto.
4.- Il ricorso va quindi accolto e la sentenza cassata, con rinvio, anche per le spese, alla Commissione tributaria regionale della Campania in diversa composizione.

P.Q.M.

accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Commissione tributaria regionale della Campania in diversa composizione.

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