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Le Guide È vero che la legge non ammette ignoranza?

Le Guide Pubblicato il 25 marzo 2018

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Cos’è l’ignoranza inevitabile? Quando la mancata conoscenza della legge è scusabile? Vediamo quando la legge penale può essere ignorata.

«La legge è uguale per tutti»; «Dura lex sed lex»; «La legge non ammette ignoranza»: sono tutte espressioni di uso comune che fanno riferimento alla sacralità della legge e alla sua superiorità rispetto agli egoismi individuali. Non a caso, la dea della giustizia viene rappresentata come una donna bendata (per un approfondimento su questo tema, si rinvia alla lettura dell’articolo «Perché la giustizia è bendata?»), imparziale davanti agli interessi contrapposti delle parti.

Tutto ciò è vero, ma solo in parte. Da anni, oramai, il mito della durezza della legge (talvolta perfino della crudeltà) è venuto meno grazie all’interpretazione giurisprudenziale di alcune importanti norme dell’ordinamento italiano. E allora: è vero che la legge non ammette ignoranza? Scopriamolo con questo articolo.

Ignoranza della legge penale: cosa dice il codice penale?

Il principio secondo cui la legge non ammette ignoranza (in latino: ignorantia legis non excusat) è previsto direttamente dal codice penale italiano, il quale stabilisce che nessuno può invocare a propria scusa l’ignoranza della legge penale [1]. In altre parole, colui che commette un reato non può giustificarsi davanti al giudice dicendo che non sapeva di infrangere la legge.

La ragione del principio è chiara: se tutti volessero accampare come scusa la mancata conoscenza del diritto, non ci sarebbero più condannati, in quanto più o meno tutti sarebbero in grado di dimostrare che non erano a conoscenza della norma infranta. Questa affermazione, però, merita un approfondimento.

Ignoranza della legge penale: per quali reati?

A ben vedere, la scusa di non conoscere la legge è plausibile nei casi in cui il reato non sia percepibile da chiunque. Facciamo un esempio. Tizio conserva la sua vecchia automobile non più funzionante in giardino, non sapendo che essa, ai sensi del codice dell’ambiente, può costituire un pericoloso rifiuto e, di conseguenza, integrare un’ipotesi di reato. Ancora, Caio effettua una mutazione di destinazione d’uso di un immobile, pensando che, non modificando la volumetria del bene, non abbia bisogno di alcun permesso.

In buona sostanza, molti reati presuppongono una conoscenza tecnica che la maggior parte dei comuni cittadini non hanno. In questo caso, è giusto dire che la legge non ammette l’ignoranza?

Facciamo ancora un altro esempio: Sempronio, di origini straniere, sposa due donne, ritenendolo una cosa normale visto che la bigamia è tranquillamente tollerata nel suo Paese d’origine; anzi, è addirittura diffusa. In Italia, però, la bigamia è un reato punibile addirittura con la reclusione fino a cinque anni [2].

In questo caso, il comportamento di Sempronio è giustificato? Potrebbe difendersi sostenendo che non avrebbe mai potuto immaginare che contrarre nozze senza aver sciolto il precedente vincolo coniugale costituisse reato? È vero che la legge non ammette l’ignoranza?

Ultimo esempio: Mevio percuote abitualmente la moglie perché ritiene che, all’interno della famiglia, il maschio debba comandare. Commette il reato di maltrattamenti contro familiari [3], pur giustificandosi dicendo che, nella sua famiglia patriarcale, le donne sono sempre state trattate così?

Ignoranza della legge penale: quando vale?

intuitivamente si capisce che, negli esempi riportati nel paragrafo precedente, alcuni comportamenti potrebbero anche essere tollerati, mentre altri no.

Così, se sono comprensibili gli errori commessi da Tizio e Caio, i quali hanno ignorato una normativa di settore non conosciuta da tutti, meno giustificabili appaiono Sempronio e, soprattutto, Mevio, i quali hanno trasgredito a regole che potevano facilmente immaginarsi. Entrano quindi in gioco diversi fattori, i quali devono tutti essere considerati quando si vuole rispondere alla domanda è vero che la legge non ammette ignoranza?

Ignoranza della legge penale: quando è scusabile?

Per capire se è vero che la legge non ammette ignoranza bisogna considerare almeno due fattori: il tipo di reato commesso e il grado culturale dell’autore della condotta incriminata.

Ignoranza della legge penale: il tipo di reato

Innanzitutto, diciamo subito che è inutile accampare scuse per quelle condotte che tutti sanno essere reato. Si tratta dei cosiddetti “reati naturali”, cioè di quei crimini che sono sanzionati dalla notte dei tempi: omicidio, furto, lesioni, ecc. In tutte queste ipotesi, sarà impossibile per il colpevole giustificarsi dicendo che non era a conoscenza dell’illiceità della condotta: tutti sanno che rubare o uccidere è reato.

Differente è il discorso per quei reati che sono di creazione puramente legislativa, cioè che non esistono in natura; si tratta per lo più di reati tributari, di contravvenzioni o di ipotesi residuali: si pensi alla soglia penalmente rilevante dei contributi non versati, modificata periodicamente dalla legge.

In questi casi, l’ignoranza potrebbe giustificare l’errore commesso dal reo, il quale ha agito senza sapere che il fatto costituisse reato.

Ignoranza della legge penale: il grado culturale

Se il tipo di reato costituisce l’elemento oggettivo del tema riguardante l’ignoranza della legge, il grado culturale del reo ne rappresenta l’aspetto soggettivo. Il quesito è questo: si può punire colui che non ha la minima idea di cosa sia un reato?

Si pensi a tutte quelle persone che sono cresciute in una situazione familiare disagiata, in assoluta povertà, ai margini della società: ci si può attendere da costoro lo stesso grado di conoscenza di chi ha frequentato l’università? La consapevolezza di ciò che si sta facendo è fondamentale all’interno di un ordinamento giuridico che intende punire e rieducare solamente chi si rende conto di quello che ha fatto.

Ignoranza della legge penale: cos’è il fatto commesso con coscienza e volontà?

A conferma di quanto appena detto, occorre ricordare che il codice penale dice che nessuno può essere punito per un’azione od omissione preveduta dalla legge come reato se non l’ha commessa con coscienza e volontà [4]. Lo stesso codice, poi, prosegue dicendo che, salvo diversa previsione della legge, nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come delitto, se non l’ha commesso con dolo, cioè prevedendo e volendo il fatto criminoso come conseguenza della propria condotta [5].

La consapevolezza dell’illiceità della propria condotta, quindi, è basilare per la legge italiana. Si pensi soltanto che la Costituzione:

  • prevede un periodo di quindici giorni (cosiddetta vacatio legis) tra la pubblicazione di una nuova legge in Gazzetta Ufficiale e la sua effettiva entrata in vigore, in modo tale da consentire a tutti di informarsi circa la nuova disposizione [6];
  • afferma che la pena deve tendere alla rieducazione del reo [7].

Quest’ultimo punto, in particolare, è molto importante. Nel diritto penale moderno, la pena inflitta a seguito di una condanna non deve essere fine a se stessa, né deve preoccuparsi solamente di castigare il colpevole. La pena deve innanzitutto tendere a far comprendere al reo lo sbaglio fatto, inducendolo, per il futuro, a non delinquere ulteriormente.

Tanto detto, si pone un quesito: se venisse punito chiunque, anche colui che non è consapevole di aver infranto la legge, perché non la conosce oppure semplicemente perché non comprende il disvalore della sua azione, avrebbe ancora senso di parlare di finalità rieducativa della pena? In altre parole, come si fa a “raddrizzare” colui che non ha nemmeno capito di aver sbagliato?

Ignoranza della legge penale: quando non si risponde?

Quello che è stato appena detto trova conforto in altre disposizioni del codice penale, come, ad esempio, quella che esclude la punizione per i minori di quattordici anni [8] o per i minori di diciotto che non abbiano un adeguato grado di maturità [9]; oppure quella che esclude la punibilità degli infermi di mente [10] o di quanti non sono in grado di intendere e di volere [11].

Tutti questi soggetti non sono imputabili in quanto non si può attribuire loro una volontà consapevole di delinquere. Tizio, affetto da grave vizio di mente, uccide Caio. Durante l’istruttoria dibattimentale, a seguito di perizie mediche, emerge l’assoluta incapacità di intendere e di volere di Tizio. Da tanto deriva l’impossibilità di condannare Tizio per il grave fatto commesso (salva l’applicazione di una misura di sicurezza, come ad esempio quella del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario, struttura oggi sostituita dalla residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza).

Ignoranza della legge penale: cosa dice la Corte Costituzionale?

Quanto detto finora serve a dare una risposta alla domanda è vero che la legge non ammette ignoranza? La risposta è che la ammette, ma in determinati casi.

A fare chiarezza è stata, sul finire degli anni ottanta, una sentenza storica della Corte Costituzionale [12] la quale ha dichiarato parzialmente incostituzionale la norma del codice penale che vieta l’ignoranza della legge penale nella parte in cui non esclude dall’inescusabilità l’ignoranza inevitabile. Cosa significa?

Ignoranza della legge penale: cos’è l’ignoranza inevitabile?

Secondo la Corte Costituzionale, quindi, la legge non ammette ignoranza, salva che questa sia inevitabile. Quando l’ignoranza è inevitabile? Lo è in tutti i casi che abbiamo visto sopra, e cioè:

  • quando il soggetto non era assolutamente in grado di conoscere il precetto penale;
  • quando la legge penale, non essendo chiara, è oggetto di interpretazione controversa;
  • quando le condizioni personali dell’individuo possono far escludere, con ragionevole certezza, che potesse essere in grado di comprendere il divieto penale.

L’ignoranza inevitabile è fonte di una inconsapevolezza scusabile, davanti alla quale pare ingiusto che l’ordinamento risponda con una sanzione.

Ovviamente, la porta aperta dalla Corte Costituzionale alla scusabilità dell’ignoranza non deve trasformarsi in un escamotage comodo per quanti vogliano delinquere. Ed infatti, anche alla luce di quanto detto nei paragrafi precedenti, il giudice, nel valutare la colpevolezza dell’imputato, dovrà tener conto di numerosi fattori, tra cui:

  • le condizioni personali del reo;
  • le condizioni sociali;
  • la obiettiva possibilità di conoscere e capire il precetto penale violato.

Si pensi, ad esempio, ad una norma penale di nuova introduzione particolarmente tecnica e di difficile comprensione: una persona anziana, malata e isolata in casa, senza televisione né riferimenti esterni, potrebbe essere giustificata nel caso di violazione.

Di certo non si può dire lo stesso di un professionista, socialmente ben inserito e culturalmente preparato. La Corte di Cassazione è chiara: l’inevitabilità dell’errore derivante da ignoranza della legge penale non si configura quando l’agente svolge una attività in uno specifico settore rispetto alla quale ha il dovere di informarsi con diligenza sulla normativa esistente [13].

Ignoranza della legge penale: cosa dice la Corte di Cassazione?

La giurisprudenza, proprio per evitare una facile scappatoia, è molto attenta nell’applicare la causa di giustificazione dell’ignoranza inevitabile.

Secondo la Corte di Cassazione, in caso di giurisprudenza non conforme o di oscurità del dettato normativo sulla regola di condotta da seguire, non è possibile invocare la scusante dell’ignoranza inevitabile poiché, in caso di dubbio, il cittadino deve astenersi dal tenere quella condotta [14]. In altre parole, se l’agente ha anche soltanto il dubbio circa la liceità o meno di un comportamento, egli è tenuto a non agire, proprio perché, pur non avendone la certezza, sospetta che la condotta fosse illecita.

Si pensi a colui che acquista da un venditore ambulante un telefonino di ultima generazione, pagandolo però due soldi. In questo caso, se all’acquirente verrà contestato il reato di ricettazione [15], non potrà di certo dire che non sospettava della provenienza delittuosa del cellulare, visto che, a causa del costo irrisorio, lo avrebbe potuto ben immaginare. In questo caso l’ignoranza non è scusabile perché qualsiasi uomo, dalla media avvedutezza, avrebbe potuto pensare che l’acquisto non fosse proprio lecito.

Ancora, l’ignoranza scusabile non può essere invocata da chi, professionalmente inserito in un determinato campo di attività, non si informi sullo stato delle norme che disciplinano l’attività stessa e che possono essere agevolmente acquisite dal soggetto [16]. Nel caso affrontato dalla Suprema Corte, un operaio era stato tratto in giudizio per il reato di disturbo della quiete pubblica per aver effettuato dei lavori utilizzando un martello pneumatico. La difesa eccepiva l’ignoranza del precetto penale, in quanto l’imputato era solo il dipendente di una ditta. I giudici hanno escluso l’esimente ritenendo che, trattandosi di normativa inerente l’attività svolta dal lavoratore, questi non poteva scusarsi sulla base della semplice mancata conoscenza del precetto.

Alla stessa maniera la Corte di Cassazione ha ritenuto colpevole del reato di usura l’imputato che aveva applicato interessi superiori a quelli previsti dalla legge e che aveva cercato di scusarsi adducendo la poca chiarezza della norma penale. I giudici hanno ritenuto inevitabile l’ignoranza solamente in presenza di un’oscurità evidente ed insuperabile della legge, condizioni che mancavano nel caso del reato di usura [17].

Sempre secondo i giudici di legittimità, l’ignoranza della legge penale scusa l’autore dell’illecito solo quando sia inevitabile e, quindi, incolpevole, facendo così venir meno l’elemento soggettivo (psicologico) del reato. Questa condizione deve ritenersi sussistente per il cittadino comune, soprattutto se sfornito di specifiche competenze, allorché egli abbia assolto il dovere di conoscenza con l’ordinaria diligenza attraverso un corretto utilizzo dei mezzi di informazione di cui dispone, come, ad esempio, di internet [18].

Sulla scorta di queste considerazioni, la Corte ha condannato un uomo che portava con sé un apparecchio che trasmetteva impulsi elettrici, ritenendo infondata la giustificazione addotta dallo stesso, il quale si era difeso dicendo che ignorava che quel tipo di strumento potesse rientrare nella categoria delle armi.

La Corte di Cassazione ha invece scusato lo straniero che si era sottratto all’ordine di presentarsi in questura in quanto non conosceva la lingua italiana e non gli erano state spiegate le conseguenze penali del suo gesto [19].

note

[1] Art. 5 cod. pen.

[2] Art. 556 cod. pen.

[3] Art. 572 cod. pen.

[4] Art. 42 cod. pen.

[5] Art. 43 cod. pen.

[6] Art. 73 Cost.

[7] Art. 27 Cost.

[8] Art. 97 cod. pen.

[9] Art. 98 cod. pen.

[10] Art. 88 cod. pen.

[11] Art. 85 cod. pen.

[12] Corte Cost., sent. n. 364/1988 del 24.03.1988.

[13] Cass., sent. n. 22205/2008 del 03.06.2008.

[14] Cass., sent. n. 6991/2011 del 23.02.2011.

[15] Art. 648 cod. pen.

[16] Cass., sent. n. 2530/1990 del 23.02.1990.

[17] Cass., sent. n. 36343/2033 del 05.02.2003.

[18] Cass., sent. n. 25912/2003 del 18.12.2003.

[19] Cass., sent. n. 5436/1992 del 09.05.1992.

Autore immagine: Pixabay.com


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