Diritto e Fisco | Editoriale

Parità di trattamento nel rapporto di lavoro

6 aprile 2018 | Autore:


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Divieto di discriminazione sul posto di lavoro: la tutela delle donne, degli stranieri, dei disabili e dei bambini.

Il discorso inerente alla parità di trattamento nel rapporto di lavoro è molto ampio e riguarda la lotta a diversi tipi di discriminazione: c’è innanzitutto la parità di trattamento in base al sesso del lavoratore; c’è poi quella relativa alla nazionalità, alla disabilità e all’età del lavoratore. Aspetti fondamentali che trovano un principio di disciplina già all’interno della Costituzione.

Vediamo allora cos’è e come si realizza la parità di trattamento nel rapporto di lavoro.

Parità di trattamento: cosa dice la Costituzione?

La Costituzione italiana stabilisce a chiare lettere che la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Viene altresì aggiunto che le condizioni di lavoro devono consentire alla donna l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione [1].

La norma appena enunciata rappresenta una concreta applicazione del principio di uguaglianza contemplato nella Costituzione: tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di opinioni politiche, ed è compito della Repubblica rimuovere ogni tipo di disparità esistente tra di essi [2].

Parità di trattamento: cosa dice l’Unione Europea?

Dello stesso tenore è il diritto dell’Unione Europea. Anche qui, infatti, è possibile rintracciare una disposizione del tutto analoga a quella della Costituzione italiana. Dice la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea che «La parità tra uomini e donne deve essere assicurata in tutti i campi, compreso in materia di occupazione, di lavoro e di retribuzione. Il principio della parità non osta al mantenimento o all’adozione di misure che prevedano vantaggi specifici a favore del sesso sottorappresentato» [3].

La parità di trattamento nel rapporto di lavoro rappresenta, per espressa previsione, uno dei capisaldi del principio di uguaglianza tra i sessi, tanto da essere specificamente contemplato nella norma appena citata.

Parità di trattamento: come viene tutelata la donna?

A proposito della parità di trattamento nel rapporto di lavoro tra uomo e donna, il codice civile tutela la lavoratrice che si trovi in stato di gravidanza o che abbia da poco partorito. In questi casi, l’obbligazione di lavorare rimane sospesa, con diritto della lavoratrice alla conservazione del posto di lavoro e conseguente divieto di licenziamento per un periodo di tempo (cosiddetto periodo di irrecedibilità o, con specifico riferimento alla malattia e all’infortunio, di comporto) la cui durata è stabilita dalla legge o dai contratti collettivi [4].

Sotto il profilo economico, in questo periodo il lavoratore continua ad avere il diritto allo stipendio e alle prestazioni previdenziali, nei limiti e nelle modalità stabilite di volta in volta dalla legge.

Esempio emblematico della tutela della lavoratrice è il congedo di maternità (per approfondimenti si rinvia all’articolo Ferie quando nasce un figlio): si tratta di un periodo di astensione obbligatoria dal lavoro riconosciuto alle lavoratrici dipendenti durante la gravidanza e il periodo immediatamente successivo (cosiddetto puerperio) [5].

Il congedo spetta primariamente alla madre: solo in presenza di determinate condizioni che impediscono a quest’ultima di godere del beneficio, lo stesso spetterà al padre (congedo di paternità). Il diritto al congedo e alla relativa indennità sono previsti anche in caso di adozione o affidamento di minori.

Parità di trattamento: cosa prevede la legge per gli stranieri?

La parità di trattamento nel rapporto di lavoro non riguarda solo il gentil sesso, ma anche la provenienza geografica. La legge italiana [6] dice che lo Stato deve garantire a tutti i lavoratori stranieri regolarmente soggiornanti nel suo territorio e alle loro famiglie parità di trattamento e piena uguaglianza di diritti rispetto ai lavoratori italiani.

Parità di trattamento: cos’è il permesso di soggiorno?

Per poter lavorare in Italia il cittadino straniero non comunitario deve essere in possesso del permesso di soggiorno. Il permesso di soggiorno viene rilasciato dalla questura in determinati casi individuati dalla legge: tra questi vi sono anche, ovviamente, i motivi di lavoro.

Ad esempio,  il permesso di soggiorno per lavoro subordinato viene rilasciato su richiesta del lavoratore extracomunitario che, entrato in Italia a seguito di nullaosta al lavoro rilasciato dalla prefettura al datore di lavoro, ha sottoscritto apposito contratto di soggiorno per lavoro presso lo sportello unico per l’immigrazione.

Il permesso ha una validità pari alla durata dell’offerta di lavoro (e comunque non superiore a un anno per contratto a tempo determinato e non superiore a due anni per tempo indeterminato), è sempre rinnovabile alla scadenza e consente di svolgere qualsiasi altra attività di lavoro subordinato o di lavoro autonomo.

Il permesso di lavoro può esser rilasciato anche in caso di lavoro autonomo (in questa circostanza il nullaosta viene rilasciato dalla Camera di Commercio, con attestazione dei parametri economici necessari, nonché dal competente Ordine professionale, qualora si tratti di una professione regolamentata), di lavoro stagionale, di lavoro artistico, nonché in un’altra serie di casi non inerenti all’attività lavorativa (motivi familiari, assistenza minori, ecc.).

Parità di trattamento: come vengono tutelati i disabili?

La parità di trattamento nel rapporto di lavoro non può prescindere dalla tutela delle persone affette da disabilità. È la stessa Costituzione italiana a ricordare che gli inabili al lavoro hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale [7].

Lo stesso fa la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, secondo cui «L’Unione riconosce e rispetta il diritto dei disabili di beneficiare di misure intese a garantirne l’autonomia, l’inserimento sociale e professionale e la partecipazione alla vita della comunità» [8].

La legge italiana prevede una disciplina ampia e dettagliata a protezione di quelle categorie di persone che, a causa della propria patologia, sarebbero nettamente svantaggiate nella ricerca di un posto di lavoro. Vale la pena ricordare, tra i tanti provvedimenti, quelli sull’invalidità civile [9], sui portatori di handicap [10] e sulle categorie protette [11].

Parità di trattamento: cosa sono le categorie protette?

In particolare, la legge da ultimo citata (quella sulle categorie protette) tutela tutte quelle persone che, a causa della loro patologia oppure delle particolari condizioni sociali in cui versano, potrebbero non riuscire a trovare un lavoro senza l’aiuto dello Stato. Per questi soggetti la legge italiana prevede delle agevolazioni, essenzialmente riconducibili ad una corsia preferenziale al momento dell’assunzione.

Nelle categorie protette rientrano non soltanto i disabili, ma anche coloro che, a causa della loro particolare condizione, sarebbero ugualmente svantaggiati nella ricerca del lavoro. Ecco le categorie tutelate:

  • gli invalidi civili con percentuale minima di invalidità pari o superiore al 46%;
  • gli invalidi del lavoro con percentuale minima di invalidità pari o superiore al 34%;
  • i non vedenti (comprese anche le persone con residuo visivo non superiore a un decimo in entrambi gli occhi, anche con correzione di lenti);
  • i non udenti (individui colpiti da sordità dalla nascita o prima dell’apprendimento della lingua parlata, purché la sordità non sia di natura esclusivamente psichica o dipendente da causa di guerra, di lavoro o di servizio);
  • gli invalidi di guerra, invalidi civili di guerra, invalidi di servizio;
  • gli orfani e i coniugi superstiti di coloro che siano deceduti per cause di lavoro, di guerra e di servizio svolto nelle pubbliche amministrazioni (inclusi gli orfani, le vedove e i familiari delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata);
  • i soggetti equiparati, ovvero coniugi e figli di soggetti riconosciuti grandi invalidi per causa di guerra, lavoro e servizio;
  • i profughi italiani rimpatriati.

Al fine di promuovere l’integrazione lavorativa dei disabili, la legge prevede l’obbligo di riservare ai lavoratori appartenenti alle categorie protette una quota di assunzioni, variabile a seconda del numero di lavoratori alle dipendenze del datore (per un maggiore approfondimento dell’argomento si rinvia alla lettura degli articoli Chi fa parte delle categorie protette).

Parità di trattamento: come vengono tutelati i bambini?

Nel discorso inerente alla parità di trattamento nel rapporto di lavoro non si può non parlare del lavoro minorile. È sempre la Costituzione a fornire la prima tutela: la Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione. Spetta alla legge stabilire il limite minimo di età per il lavoro salariato [12].

La legge italiana dice che l’età minima per l’ammissione al lavoro è subordinata al completamento dell’istruzione obbligatoria (periodo pari a dieci anni) [13], fermo restando che, comunque, non può avvenire prima dei sedici anni compiuti

Il lavoro dei soggetti di età inferiore a quindici anni e che, comunque, non hanno ancora concluso il periodo di istruzione obbligatoria, è assolutamente vietata, salvo che in casi eccezionali (attività di carattere culturale, artistico, sportivo o pubblicitario etc.).

Fanno eccezione i rapporti di apprendistato caratterizzati dalla funzione formativa, nel cui ambito è ammessa l’assunzione a partire dal quindicesimo anno di età.

È vietato adibire gli adolescenti alle lavorazioni e ai lavori potenzialmente pregiudizievoli per il pieno sviluppo fisico del minore: si tratta di lavori che comportano l’esposizione ad agenti chimici, fisici o biologici oppure specifici processi di lavorazione (es. produzione di polveri metalliche). Fanno eccezione alcuni particolari casi previsti dalla legge.

Lo svolgimento del rapporto di lavoro del minore avviene secondo la disciplina normativa del lavoro vigente per la generalità dei lavoratori, salvo deroghe ed eccezioni più favorevoli disposte dalla legge o dalla contrattazione collettiva volte a tutelare o garantire le diverse esigenze dei minori.

Ad esempio, particolari disposizioni vigono in materia di orario di lavoro, lavoro notturno, riposo settimanale e ferie annuali. È infatti previsto che:

  • l’orario di lavoro non possa superare le sette ore giornaliere e le trentacinque ore settimanali, se si tratta di bambini, e le otto ore giornaliere e le quaranta ore settimanali, se si tratta di adolescenti;
  • il lavoro notturno è vietato, ossia il lavoro svolto nel periodo di almeno dodici ore consecutive comprendente l’intervallo tra le ore 22 e le ore 6, o tra le ore 23 e le ore 7;
  • il riposo settimanale deve essere assicurato per almeno due giorni, possibilmente consecutivi e comprendenti la domenica;
  • salvo previsioni collettive di maggior favore, le ferie annuali non possono essere inferiori a trenta giorni per i minori di anni sedici, mentre per coloro che hanno superato tale età valgono le norme previste per la generalità dei lavoratori.

note

[1] Art. 37 Cost.

[2] Art. 3 Cost.

[3] Art. 23 Carta diritti fondamentali UE.

[4] Art. 2110 cod. civ.

[5] D. lgs. n. 151/2003 del 26.03.2001 e successive modifiche.

[6] Art. 2, comma tre, d. lgs. n. 286/1998 del 25.07.1998.

[7] Art. 38 Cost.

[8] Art. 26 Carta diritti fondamentali UE.

[9] Legge n. 118/1971 del 30.03.1971.

[10] Legge n. 104/1992.

[11] Legge n. 68/1999.

[12] Art. 37 Cost.

[13] D.Lgs. n. 345/1999 del 04.08.1999.

Autore immagine: Pixabay.com


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