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Versamento di soldi su conto cointestato: è donazione?

26 Marzo 2018


Versamento di soldi su conto cointestato: è donazione?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 Marzo 2018



Il versamento di denaro su un conto cointestato, con firme disgiunte, è dunque qualificabile come donazione indiretta anche se la somma proviene da uno solo dei cointestatari.

Fare un bonifico di denaro sul conto corrente di un amico o di un familiare è una donazione e, pertanto, se si tratta di un importo non ridotto rispetto alle possibilità economiche del donante c’è bisogno del notaio e di due testimoni. Si paga anche l’imposta sulle donazioni. Invece, se il bonifico serve per un fine specifico come, ad esempio, acquistare una macchina, una casa o consentire di estinguere un debito, si parla di donazione indiretta che non richiede né l’atto notarile, né il pagamento delle tasse. Vediamo invece cosa succede in caso di versamento di soldi sul conto cointestato: è una donazione? Immaginiamo ad esempio che una persona, padre di due figli, abbia un conto cointestato con uno dei due (quello magari con cui convive): ogni volta che la pensione del primo viene depositata sul conto, si può dire che il 50% dell’importo va anche al cointestatario del conto a titolo di donazione? Sulla questione è di recente scesa la Cassazione con una interessate sentenza [1].

Quali tasse si pagano sulla donazione

Prima però di spiegare se il versamento di soldi sul conto cointestato è una donazione facciamo una breve digressione che potrà essere utile a chiunque voglia regalare dei soldi e magari ha timore che questa operazione possa costargli troppo in termini di tasse. Attualmente le imposte sulle donazioni tra parenti sono assai rare. Difatti, vige un sistema di franchigie grazie al quale le donazioni, anche di non modico valore, sono esentasse. Ecco perché:

  • donazioni tra parenti in linea retta, ossia tra genitori, figli, nipoti: non si pagano tasse fino a un milione di euro di valore (cosiddetta franchigia). Dopo tale soglia, si pagano le imposte del 4%. In pratica il 4% si calcola sull’eccedenza del valore della donazione rispetto al milione;
  • donazioni tra fratelli e sorelle: non si pagano tasse fino a 100mila euro. Dopo tale soglia l’imposta è del 6% rispetto all’eccedenza;
  • donazioni tra altri parenti fino al 4° grado: l’imposta scatta immediatamente, senza franchigie, ed è pari al 6%;
  • in tutti gli altri casi, l’imposta sulle donazioni è dell’8% senza franchigie, fatto salvo solo il caso di donazione a soggetti con handicap per i quali la franchigia è di 1,5 milioni di euro.

Bonifico: sulla donazione indiretta niente tasse e notaio

La donazione indiretta è quella che si realizza indirettamente, con un atto che, in prima battuta, ha un altro scopo e che solo in via mediata comporta un arricchimento per il beneficiario. Si pensi al caso del padre che paga un debito al figlio o che versa una somma a un costruttore di una casa affinché intesti l’immobile alla figlia. In entrambi i casi, il pagamento avviene in favore di un terzo ma, comunque, indirettamente, il beneficio va a favore del donatario (il figlio). È anche donazione indiretta il bonifico sul conto di una persona diretto a una specifica finalità (ad esempio, l’acquisto di una macchina).

Secondo le Sezioni Unite della Cassazione [2] la donazione indiretta non sconta imposte e non richiede il notaio a condizione che l’atto di acquisto specifichi chiaramente da chi provengono i soldi e che gli stessi sono stati dati a titolo di donazione. Il regime della forma solenne è proprio solo della donazione “tipica” (o “diretta”) e ha finalità di tutela del donante: la legge circonda di particolari cautele la formazione della volontà di chi decide di spogliarsi, senza corrispettivo, dei suoi averi. Per la validità delle donazioni indirette, invece, basta qualsiasi tipo di forma, anche il semplice comportamento dell’avvenuto bonifico; non necessita quindi di atti tantomeno notarili.

Bonifico sul conto cointestato a firma disgiunta

Già in passato la Suprema Corte ha chiarito che la cointestazione di un conto corrente si deve considerare una donazione, a patto che non risulti un diverso intento. Ad esempio, se un padre, ormai divenuto anziano e impossibilitato a recarsi in banca, cointesta al figlio il proprio conto corrente affinché questi effettui le operazioni allo sportello, prelevi la pensione e magari paghi le tasse e le utenze, la cointestazione è solo fittizia e le somme restano quindi sempre di proprietà del genitore. Con la conseguenza anche che, alla sua morte, il conto sarà diviso integralmente tra tutti gli eredi, anche il 50% che altrimenti sarebbe spettato al figlio cointestatario.

Allo stesso modo bisogna ragionare per quanto riguarda i singoli versamenti fatti da uno dei cointestatari sul conto cointestato: anche questi si considerano tante frazionate donazioni indirette a favore dell’altro cointestatario (almeno nei limiti della metà della somma stessa) e sempre salvo prova contraria.

In questo sta il chiarimento della Cassazione: il 50% del denaro versato su un conto bancario cointestato da uno solo dei cointestatari si considera “regalato” all’altro, ossia una donazione indiretta. Se invece viene dimostrato che non vi è alcuno spirito di generosità, ossia che la cointestazione è solo fittizia (strumentale ad altri scopi), il denaro continua ad appartenete al soggetto che lo ha versato e il cointestatario, se lo utilizza comunque sfruttando la possibilità di agire sul conto con firma disgiunta, commette un illecito. Illecito che lo costringe a restituire i soldi prelevati senza consenso.

note

[1] Cass. sent. n. 4682/2018 del 28.02.2018.

[2] Cass. S.U. sent. n. 18725/2017.

Cassazione civile, sez. II, 28/02/2018, (ud. 10/01/2018, dep.28/02/2018),  n. 4682  

IN FATTO

C.M. ha convenuto in giudizio, innanzi al tribunale di Roma, M.G. deducendo che la somma di Euro 50.000,00, da lui prelevata dal conto corrente bancario cointestato con la convenuta presso Banca Intesa, era stata oggetto di donazione da parte della M., la quale aveva cointestato il predetto conto corrente ad entrambe le parti versando sullo stesso la somma di Euro 100.000,00. In forza di tali fatti, l’attore ha chiesto che fosse accertata la contitolarità della somma complessiva di Euro 100.000 e la spettanza in suo favore di metà della somma, per donazione indiretta e per applicazione dell’art. 1298 c.c..

La convenuta, costituendosi in giudizio, ha chiesto il rigetto della domanda ed, in via riconvenzionale, la condanna dell’attore alla restituzione della somma di Euro 50.000,00, deducendo che: la contestazione del conto derivava, in realtà, dalla necessità che le operazioni di versamento e di pagamento fossero effettuate, per suo conto, dall’attore, con il quale aveva rapporti di amicizia da lungo tempo, in ragione dei periodi trascorsi dalla stessa in Francia e della sua età avanzata; non aveva mai manifestato l’animus donandi in relazione alla somma di Euro 50.000,00, prelevata dall’attore di sua iniziativa; la donazione mancava, in ogni caso, della forma prevista dall’art. 782 c.c.; nessun rilievo aveva il richiamo all’art. 1298 c.c..

Il tribunale di Roma, con sentenza del 18/9/2009, ha respinto la domanda dell’attore ed, in accoglimento della domanda riconvenzionale, ha condannato C.M. al pagamento della somma di Euro 50.000,00, oltre interessi e spese.

C.M. ha proposto appello, sostenendo, per un verso, la sussistenza dell’animus donandi e, per altro verso, che, trattandosi di donazione indiretta, non era necessaria la forma solenne di cui all’art. 782 c.c..

L’appellata ha chiesto il rigetto dell’appello.

La corte d’appello di Roma, con sentenza depositata il 21/4/2014, ha rigettato l’appello.

La corte, in particolare, dopo aver premesso, in generale, che, in caso di donazione indiretta, non è necessaria la forma solenne richiesta dall’art. 782 c.c., essendo sufficiente il rispetto delle forme prescritte per il negozio tipico utilizzato per realizzare lo scopo di liberalità, dato che l’art. 809 c.c., nello stabilire le norme sulle donazioni applicabili agli altri atti di liberalità realizzati con negozi diversi da quelli previsti dall’art. 769 c.c., non richiama l’art. 782 c.c., che prescrive per la donazione l’atto pubblico, ha ritenuto, in fatto, che “è pacifico, considerato che è lo stesso appellante che lo ha affermato nel giudizio di primo grado, che la somma impiegata per l’apertura del c/c cointestato apparteneva a M.G. che ha giustificato la cointestazione con la necessità di consentire al C. di svolgere una serie di operazioni per suo conto” e che “al di là di questo,… la mera cointestazione non costituisce prova della donazione di metà della somma, ma la mera presunzione di titolarità di entrambi, in ragione di metà ciascuno, del saldo attivo del conto (e non certo dell’importo esistente al momento dell’apertura del conto)”. “Nè – ha aggiunto la corte – è possibile provare la… volontà della M. di volerlo beneficiare della somma di Euro 50.000,00, attraverso l’assunzione della prova testimoniale riproposta con l’atto di appello (ma non riproposta nelle conclusioni di primo grado)…”: posto che, per la donazione indiretta, non è necessaria la forma solenne dell’atto pubblico, essendo sufficiente, ma necessaria, la forma del negozio utilizzato, ha osservato la corte che, “nella specie, il negozio utilizzato è stato quello di apertura di conto corrente che, in ragione del D.Lgs. 1 settembre 1993, n. 385, art. 117, (T.U. Legge bancaria) deve essere redatto per iscritto”, sicchè “anche la prova dell’animus donandi avrebbe dovuto essere data per iscritto”, ritenendo, dunque, inammissibile la prova testimoniale.

C.M., con ricorso notificato il 30/5.3/6/2014 e depositato il 19/6/2014, ha chiesto, per un motivo, la cassazione della sentenza della corte d’appello.

Ha resistito M.G., con controricorso notificato l’11/7/2014 e depositato in data 24/7/2014.

La controricorrente ha depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.Con un unico articolato motivo, il ricorrente, lamentando l’erronea o la falsa applicazione dell’art. 809 c.c., ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello, dopo aver ammesso che, in caso di donazione indiretta, non è necessaria l’osservanza della forma dell’atto pubblico, ha ritenuto che, trattandosi dell’apertura di un c/c bancario, l’animus donandi doveva risultare per iscritto, laddove, però, così opinando, si realizzerebbe una donazione diretta, mentre invece, in caso di donazione indiretta, è necessario osservare solo la forma del negozio scelto per attuare la liberalità atipica, come è accaduto nel caso di specie, dove si è sottoscritto un contratto di c/c bancario con la cointestazione dello stesso alle parti e senza che la M. abbia stabilito vincoli in ordine all’utilizzo o al prelievo di somme: e l’apertura di un c/c cointestato con denaro proveniente da una sola delle parti contraenti, non può che realizzare, in mancanza di un diverso accordo tra le parti, una forma di donazione indiretta del 50% dell’importo depositato.

2. Il motivo è fondato. Occorre premettere che il regime formale della forma solenne (fuori dai casi di donazione di modico valore di cosa mobile, dove, ai sensi dell’art. 783 c.c., la forma è sostituita dalla traditio) è esclusivamente proprio della donazione tipica, e risponde a finalità preventive a tutela del donante, per evitargli scelte affrettate e poco ponderate, volendosi circondare di particolari cautele la determinazione con la quale un soggetto decide di spogliarsi, senza corrispettivo, dei suoi beni. Per la validità delle donazioni indirette, invece, non è richiesta la forma dell’atto pubblico, essendo sufficiente l’osservanza delle forme prescritte per il negozio tipico utilizzato per realizzare lo scopo di liberalità, dato che l’art. 809 c.c., nello stabilire le norme sulle donazioni applicabili agli altri atti di liberalità realizzati con negozi diversi da quelli previsti dall’art. 769 c.c., non richiama l’art. 782 c.c., che prescrive l’atto pubblico per la donazione (Cass. n. 468 del 2010, in motiv.; Cass. n. 14197 del 2013; Cass. SU n. 18725 del 2017 in motiv.). Ora, la cointestazione, con firma e disponibilità disgiunte, di una somma di denaro depositata presso un istituto di credito, è qualificabile come donazione indiretta qualora detta somma, all’atto della cointestazione, risulti essere appartenuta ad uno solo dei cointestatari, rilevandosi che, in tal caso, con il mezzo del contratto di deposito bancario, si realizza l’arricchimento senza corrispettivo dell’altro cointestatario: a condizione, però, che sia verificata l’esistenza dell'”animus donandi”, consistente nell’accertamento che il proprietario del denaro non aveva, nel momento della cointestazione, altro scopo che quello della liberalità. Ed invero, in una fattispecie per molti aspetti analoga alla presente, questa Corte ha affermato che “l’atto di cointestazione, con firma e disponibilità disgiunte, di una somma di denaro depositata presso un istituto di credito qualora la predetta somma, all’atto della cointestazione, risulti essere appartenuta ad uno solo dei contestatari – può essere qualificato come donazione indiretta solo quando sia verificata l’esistenza dell’animus donandi, consistente nell’accertamento che il proprietario del denaro non aveva, nel momento della cointestazione, altro scopo che quello della liberalità” (Cass., n. 26983 del 2008; Cass. n. 468 del 2010) In altri termini, la possibilità che costituisca donazione indiretta la cointestazione, con firma e disponibilità disgiunte, di una somma di denaro depositata presso un istituto di credito, qualora la predetta somma, all’atto della cointestazione, risulti essere appartenuta ad uno solo dei cointestatari, è legata all’apprezzamento dell’esistenza dell’animus donandi, consistente nell’accertamento che, al momento della cointestazione, il proprietario del denaro non avesse altro scopo che quello di liberalità (Cass. n. 26991 del 2013, in motiv.; Cass. n. 6784 del 2012). Nel caso di specie, la corte d’appello ha escluso, in fatto, la sussistenza, in capo a M.G., dell’animus donandi, sul rilievo, per un verso, che “… la mera cointestazione non costituisce prova della donazione di metà della somma…”e, per altro verso, che non è possibile provare “la volontà della M. di voler beneficiare il ricorrente della somma di Euro 50.000,00 attraverso l’assunzione della prova testimoniale” a tal fine invocata (sui capi riproposti nelle conclusioni rese: v. p. 2, 3 e 4 della sentenza impugnata) e non ammessa dal tribunale: posto che, per la donazione indiretta, non è necessaria la forma solenne dell’atto pubblico, essendo sufficiente, ma necessaria, la forma del negozio utilizzato, ha osservato la corte che, “nella specie, il negozio utilizzato è stato quello di apertura di conto corrente che, in ragione del D.Lgs. 1 settembre 1993, n. 385, art. 117, (T.U. Legge bancaria) deve essere redatto per iscritto”, sicchè “anche la prova dell’animus donandi avrebbe dovuto essere data per iscritto”. Così opinando, però, la corte d’appello ha finito per ritenere che l’animus donandi, anche ai fini della prova della sussistenza della donazione indiretta, dev’essere oggetto di una emergenza diretta dal (diverso) atto scritto da cui tale liberalità risulta (art. 809 c.c.), laddove, al contrario, solo nella donazione diretta l’animus donandi deve emergere direttamente dall’atto (pubblico: art. 782 c.c.) che (con salvezza della donazione di bene mobile di modico valore), sotto pena di nullità, la contiene. Nella donazione indiretta, invece, la liberalità si realizza, anzichè attraverso il negozio tipico di donazione, mediante il compimento di uno o più atti che, conservando la forma e la causa che è ad essi propria, realizzano, in via indiretta, l’effetto dell’arricchimento del destinatario, sicchè l’intenzione di donare emerge non già, in via diretta, dall’atto o dagli atti utilizzati, ma solo, in via indiretta, dall’esame, necessariamente rigoroso, di tutte le circostanze di fatto del singolo caso, nei limiti in cui risultino tempestivamente e ritualmente dedotte e provate in giudizio da chi ne abbia interesse.

3. Il ricorso dev’essere, quindi, accolto e la sentenza impugnata, per l’effetto, cassata con rinvio, per un nuovo esame, ad altra sezione della corte d’appello di Roma, anche ai fini della regolamentazione delle spese del presente giudizio.

PQM

la Corte così provvede: accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della corte d’appello di Roma, anche ai fini della regolamentazione delle spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile, il 10 gennaio 2018.

Depositato in Cancelleria il 28 febbraio 2018


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