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Mancata costituzione in causa: si evita la condanna alle spese?

26 marzo 2018


Mancata costituzione in causa: si evita la condanna alle spese?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 marzo 2018



La contumacia del convenuto può evitare di dover pagare le spese processuali all’avversario e al suo avvocato?

Sei stato citato in una causa: hai portato l’atto di citazione al tuo avvocato e gli hai chiesto se c’erano chance di vittoria. Lui ti ha dato poche speranze e, peraltro, ti ha presentato un preventivo di parcella per niente economico. Fatti i tuoi conti, hai ritenuto che la costituzione in giudizio è del tutto inutile: sia con o senza di te, il giudice probabilmente ti condannerà lo stesso. Meglio allora mettere i soldi da parte per quando arriverà il momento di pagare. Peraltro – hai pensato – «se rimango contumace, il giudice non potrà condannarmi a pagare anche l’avvocato all’avversario». Ma è davvero così? Con la mancata costituzione in causa si evita la condanna alle spese processuali? Sulla questione è intervenuta la Cassazione con una recente ordinanza [1]. Vediamo cosa dice.

Chi paga le spese processuali?

La regola della cosiddetta «soccombenza» vuole che chi perde il giudizio paga tutte le spese. Significa che sostiene quelle che ha anticipato e rimborsa all’avversario quelle da lui pagate fino a quel momento, compresa la parcella del suo avvocato (secondo delle tabelle fissate da un decreto ministeriale del 2014). In più sostiene i costi del consulente del giudice (Ctu) e la tassa di registrazione della sentenza.

Il giudice può, in via del tutto eccezionale, compensare le spese: in questo modo ciascuna parte sostiene i costi propri. Ciò avviene solo quando:

  • se vi è soccombenza reciproca ossia quando il giudice rigetta in parte le richieste di ciascun soggetto;
  • nel caso di assoluta novità della questione trattata;
  • nel caso di mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni essenziali del giudizio.

Ci si deve costituire in causa?

Nel giudizio il convenuto deve costituirsi entro 20 giorni dalla prima udienza. Può farlo anche più tardi (purché ovviamente la causa non sia ormai finita), ma in tal caso:

  • non potrà più chiamare in causa altri soggetti garanti
  • non potrà proporre domande riconvenzionali;
  • non potrà sollevare determinate eccezioni (difese).

Attenzione: il convenuto che non si costituisce entro la prima udienza viene dichiarato contumace. Non si tratta di una penalizzazione. In pratica il processo si svolge senza di lui. L’unica conseguenza è che non potrà presentare prove e altre eccezioni, per cui il giudice dovrà per forza “sentire una sola campana”. La contumacia non è quindi una sazino ma un pregiudizio di fatto.

Che succede se il convenuto è contumace

Il fatto che il convenuto abbia deciso di non costituirsi non solleva l’attore dall’onere della prova: egli deve cioè dimostrare comunque al giudice i fatti a fondamento del proprio diritto. In pratica le prove tipiche del processo civile devono esserci lo stesso. Se l’attore si adagiasse sul fatto che il convenuto è contumace e non dimostrasse i propri diritti perderebbe la causa.

Il contumace che perde la causa viene condannato alle spese processuali?

Veniamo ora alla questione principale. Se una persona decide di non costituirsi in causa e, pertanto, di rimanere contumace si salva dalle spese processuali? Oppure il giudice può condannare alle spese – secondo la regola della soccombenza – anche chi decide (magari per risparmiare sull’avvocato) di non presentarsi in giudizio? La questione, secondo la Cassazione, va decisa nel seguente modo: anche se contumace, il convenuto soccombente va condannato a pagare le spese processuali. E questo perché ciò che conta ai fini della soccombenza è, più che altro, il comportamento tenuto dalla parte prima del processo, comportamento che ha costretto l’avversario a rivolgersi al giudice per ottenere il riconoscimento dei propri diritti. L’eventuale comportamento scorretto in causa viene punito con un’ulteriore sanzione prevista dal codice di procedura civile che prevede, in tali casi, il risarcimento del danno. Ma la condanna alle spese processuali, invece, resta (quasi) automatica per il fatto di aver perso il giudizio, a prescindere se costituiti o meno.

Peraltro, conclude la Corte, la mancata costituzione non può neanche essere considerata una delle ragioni in forza della quale compensare le spese.

note

[1] Cass. ord. n. 7292/18 del 23.03.2018.

Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza 13 dicembre 2017 – 23 marzo 2018, n. 7292
Presidente Matera – Relatore Oricchio

Fatto e diritto

Rilevato che:
Con ricorso ex articolo 702 bis c.p.c. M.J. proponeva opposizione contro il decreto di liquidazione in proprio favore dei compensi dovutigli quale difensore di imputato ammesso al patrocinio a spese dello Stato.
Il ricorrente-opponente lamentava l’erronea liquidazione dei compensi stessi perché era stato applicato il d.m. 140 del 2012 in luogo del d.m. 127 del 2004, vigente all’epoca di cessazione del mandato, nonché l’omessa liquidazione delle spese generali e delle spese documentate.
Con ordinanza del 12 aprile 2013 la Corte di Appello di Bologna accoglieva l’opposizione, ma liquidava in favore del difensore del ricorrente le sole spese vive sostenute per l’opposizione. Contro l’ordinanza summenzionata della Corte di appello di Bologna ha proposto ricorso per cassazione M.J. , articolandolo in due motivi.
Il Ministero della Giustizia non ha svolto attività difensiva.
Considerato che:
1.- Con il primo ed il secondo motivo di ricorso, che possono essere trattati congiuntamente stante la loro connessione, M.J. lamenta la violazione e falsa applicazione degli articoli 91, 92 e 132 c.p.c. e degli articoli 13, comma 6, della legge n. 247 del 2013 ed 1 del D.M. 140 del 2012, nonché l’insufficienza, apparenza ed illogicità della motivazione.
Nella sostanza le doglianze attengono al fatto che erano state liquidate solo le spese documentate e non anche i compensi per lo svolto giudizio di opposizione.
Il ricorrente lamenta, in particolare, la circostanza che la Corte territoriale, benché abbia accolto la sua opposizione, abbia ritenuto di non liquidare i compensi spettanti al suo difensore in ragione della “posizione processuale non oppositiva assunta” dall’amministrazione interessata.
La doglianza è fondata.
Per costante giurisprudenza, qualora il difensore di persona ammessa al patrocinio a spese dello Stato, ai sensi degli articoli 84 e 170 d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, proponga opposizione avverso il decreto di pagamento dei compensi, contestando l’entità delle somme liquidate ed il diritto alla liquidazione degli onorari del procedimento medesimo, l’obbligo del pagamento è regolato dalle disposizioni del codice di procedura civile relative alla responsabilità delle parti per le spese di cui agli articoli 91 ss c.p.c. (Cass., Sez. 6 – 2, Ord. 12 agosto 2011, n. 17247).
Nella specie, l’opposizione di M.J. era stata accolta, ma la Corte territoriale -errando- stabiliva che “i contro interessati, considerata la posizione processuale non oppositiva assunta, non vanno assoggettati alle spese di lite di questa fase, salvo il rimborso delle spese vive”.
Tale statuizione viola il disposto dell’articolo 91 c.p.c., in base al quale “Il giudice, con la sentenza che chiude il processo davanti ci lui, condanna la parte soccombente al rimborso delle spese a favore dell’altra parte e ne liquida l’ammontare insieme con gli onorari di difesa” e dell’articolo 92, comma 2, c.p.c., nel testo applicabile ratione temporis, secondo cui “Se vi è soccombenza reciproca o concorrono altre gravi ed eccezionali ragioni, esplicitamente indicate nella motivazione, il giudice può compensare, parzialmente o per intero, le spese tra le parli“.
Deve, quindi, ritenersi che la Corte di Appello di Bologna, pur non esprimendosi in maniera esplicita, abbia operato una compensazione parziale delle spese di lite.
Peraltro, in tema di spese giudiziali, le gravi ed eccezionali ragioni che, in forza dell’articolo 92, comma 2, c.p.c., nella formulazione introdotta dalla legge n. 69 del 2009, qui applicabile, giustificano la compensazione in assenza di reciproca soccombenza, devono trovare riferimento in specifiche circostanze o aspetti della controversia decisa da indicare esplicitamente nella motivazione della sentenza, senza che possa darsi meramente rilievo alla contumacia della controparte, permanendo in questa circostanza la sostanziale soccombenza della parte (Cass., Sez. Terza, Sent. 19 ottobre 2015, n. 21083).
Nel caso in esame, invece, la Corte di Appello di Bologna ha valorizzato, per compensare le spese, la sola mancata opposizione dell’amministrazione e, quindi, la sua contumacia, venendo meno al suo obbligo di corretta motivazione.
2.- Il ricorso è, quindi, fondato e va accolto.
Conseguentemente il provvedimento impugnato va cassato, con rinvio alla stessa Corte territoriale, in diversa composizione, che provvederà a definire la causa, pure per le spese del presente giudizio di legittimità, uniformandosi ai principi innanzi esposti.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa l’impugnato provvedimento e rinvia, anche per le spese, alla Corte di Appello di Bologna in diversa composizione.


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