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Lo sai che? Posso rifiutare la reperibilità?

Lo sai che? Pubblicato il 27 marzo 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 27 marzo 2018

Dalle norme del codice civile (articoli 2086, 2094, 2104) non può dedursi l’obbligo di reperibilità del lavoratore dipendente in quanto aggiuntivo rispetto alla prestazione ordinaria.

Durante un giorno di riposo, mentre sei coi tuoi amici a goderti un pomeriggio di relax, trovi una serie di telefonate sul cellulare, tutte provenienti dal tuo datore di lavoro ed a cui non hai potuto rispondere per tempo. «Seccature» pensi, e così eviti di richiamare. Lui, imperterrito, ti invia una serie di sms; ma, ritenendo di non essere tenuto a leggerli, non li apri neanche, indispettito da tanta insistenza. Siccome già dai tanto quando sei in servizio, pretendi che almeno nei giorni di vacanza o di ferie nessuno debba seccarti, neanche se ci sono urgenze. Non esiste un obbligo contrattuale di leggere i messaggi o di risponde al cellulare, pensi, e così continui serenamente a fare ciò che stavi facendo. Il giorno dopo, però, il capo ti chiama e ti fa un richiamo verbale. Secondo lui, un dipendente ha sempre l’obbligo di collaborare con l’azienda in qualsiasi momento della giornata e, quantomeno, di preoccuparsi a richiamare qualora non senta il telefono squillare. «È sintomo di fedeltà e lealtà» – dice il datore di lavoro – due obblighi che il codice civile pone a carico del dipendente. Ma, a tuo avviso, i doveri di fedeltà del dipendente cessano quando inizia il riposo, che è un diritto costituzionale e che nessuno può toccare. Chi dei due ha ragione? Se anche tu ti sei trovato in una situazione del genere o magari il tuo capo, proprio quando stavi uscendo dall’ufficio, ti ha chiaramente chiesto di “restare reperibile in caso di necessità” e ti sei domandato, in tale circostanza, «Posso rifiutare la reperibilità?» ecco la soluzione al tuo dubbio. A dartela è una recente ordinanza della Cassazione [1] pubblicata proprio in questi giorni, che ha sancito se e quando il dipendente ha la possibilità di negarsi durante il riposo e di non accettare l’intimazione del datore che lo obbliga alla reperibilità.

Il riposo è un diritto costituzionale

Non solo la legge, ma anche la Costituzione stabiliscono che il riposo è un diritto irrinunciabile neanche dietro pagamento. Salvo il riconoscimento di apposite indennità, in casi straordinari e comunque entro limiti temporali massimi fissati dalla legge, i contratti collettivi o quelli individuali di lavoro possono stabilire dei turni di reperibilità o degli straordinari. Questo però non può comportare un eccessivo stress e affaticamento del lavoratore che, altrimenti, potrebbe sempre far causa all’azienda.

Sul punto leggi Quanto riposo tra un turno e l’altro di lavoro?

L’attività lavorativa svolta durante il giorno di riposo settimanale deve essere:

  1. compensata con il riposo in un giorno diverso e
  2. retribuita con maggiorazioni secondo quanto previsto dai contratti collettivi.

In assenza di disciplina contrattuale, per la giurisprudenza il lavoro prestato di domenica deve essere comunque remunerato; tale compenso può consistere nell’attribuzione di vantaggi e benefici contrattuali che differenzino il complessivo trattamento economico-normativo rispetto a quello dei lavoratori che usufruiscono del riposo, come ad esempio attraverso la concessione di maggiori riposi compensativi oppure di una specifica indennità [2].

La reperibilità è obbligatoria?

Secondo la Cassazione la reperibilità del dipendente nei giorni destinati al riposo settimanale è una prestazione strumentale e accessoria, qualitativamente diversa dalla prestazione di lavoro; essa, infatti, limita soltanto, senza escluderlo, il godimento del riposo settimanale [3]. Questo significa che se non è espressamente prevista nel contratto collettivo o in quello individuale di lavoro non è obbligatoria. Il dipendete può rifiutarsi di essere reperibile senza perciò subire alcuna sanzione disciplinare.

Secondo la Cassazione, infatti, è impossibile parlare di «obbligo a carico del lavoratore di esecuzione di compiti, quale quello di reperibilità, palesemente aggiuntivi ed estranei alla prestazione ordinaria dedotta in contratto». È peraltro irrilevante anche il richiamo a una presunta «prassi aziendale», ritenuta non operativa anche perché «in contrasto con la disciplina collettiva».

Come viene pagata la reperibilità?

In quanto costituisce un patto aggiuntivo, la reperibilità, se non prevista espressamente, non è obbligatoria. In caso contrario, però, essa non è equiparabile al lavoro effettivamente svolto. Il fatto di dover essere “pronti” al richiamo non significa perdere completamente il proprio riposo. La reperibilità pertanto giustifica un trattamento economico diverso e aggiuntivo rispetto a quello spettante in caso di effettiva e piena prestazione e non legittima la pretesa di un riposo compensativo per la reperibilità stessa [4] (i turni di reperibilità non maturano cioè ulteriori periodi di riposo).

note

[1] Cass. ord. n. 7410/18 del 26.03.2018.

[2] Cass. SU 8 sent. n. 10513/1991.

[3] Cass. sent. n. 4394/1998.

[4] Cass. sent. n. 26723/2014.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – L, ordinanza 6 febbraio – 26 marzo 2018, n. 7410
Presidente Doronzo – Relatore De Marinis

Rilevato

che con sentenza del 10 giugno 2016, la Corte d’Appello di Firenze confermava la decisione resa dal Tribunale di Firenze e accoglieva la domanda proposta da Ma. Pi. Ba. nei confronti di Esselunga S.p.A., avente ad oggetto la declaratoria di illegittimità della sanzione disciplinare irrogatagli per aver rifiutato, in quanto asseritamente a questa non tenuto, la prestazione di servizi di reperibilità;
che la decisione della Corte territoriale discende dall’aver questa ritenuto non configurabile, ai sensi di legge e di contratto collettivo e individuale, a carico del lavoratore un obbligo di esecuzione di tali prestazioni e, dunque, la condotta contestata insuscettibile di assumere rilevanza sul piano disciplinare ; che per la cassazione di tale decisione ricorre la Società, affidando l’impugnazione a tre motivi, poi illustrati con memoria, cui resiste, con controricorso, l’intimato;
che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c, è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio non partecipata;
che il Collegio ha deliberato di adottare una motivazione semplificata

Considerato

che, con il primo motivo, la Società ricorrente, nel denunciare la violazione e falsa applicazione degli artt. 2086, 2094 e 2104 c.c. 3, 4 e 5 D.Lgs. n. 66/2003 e 41 Cost, lamenta la non conformità a diritto dell’orientamento espresso dalla Corte territoriale secondo cui il datore di lavoro non potrebbe disporre unilateralmente l’impiego del lavoratore in servizi, come quello di reperibilità, non rientranti nella prestazione ordinaria e nel tempo di questa convenuto in contratto;
che, con il secondo motivo, denunciando il vizio di omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, in relazione agli artt. 224, comma 2, CCNL 18.7.2008 ed all’allegato 1 al CIA 15.6.2005, la Società ricorrente imputa alla Corte territoriale, in considerazione all’assenza di qualsiasi riferimento nella motivazione dell’impugnata sentenza, di aver tralasciato l’analisi della disciplina contrattuale vigente in materia;
che la violazione e falsa applicazione dell’art. 1340 c.c. è dedotta nel terzo motivo in relazione al convincimento maturato dalla Corte territoriale in ordine all’inconfigurabilità di una prassi aziendale di adibizione continuativa dei manutentori ai servizi di reperibilità;
che tutti i motivi, i quali, in quanto strettamente connessi, possono essere qui trattati congiuntamente, risultano infondati, dovendosi ribadire, in linea di puro diritto, come, contrariamente all’assunto di cui al primo motivo, non possa farsi discendere dal combinato disposto degli artt. 2086, 2094 e 2104 c.c., un obbligo a carico del lavoratore di esecuzione di compiti, quale quello di reperibilità, palesemente aggiuntivi ed estranei alla prestazione ordinaria dedotta in contratto nonché l’inoperatività di prassi aziendali, dal ricorrente invocate nel terzo motivo, formatesi in contrasto con la disciplina collettiva e rilevare, con riguardo al secondo motivo, che la medesima conclusione cui perviene la Corte territoriale in ordine all’inconfigurabilità di un obbligo di reperibilità in capo al lavoratore anche alla stregua della disciplina collettiva, recata dall’art. 224 del CCNL di categoria e dal contratto integrativo aziendale del 15.6.2005, all. 1 (tra l’altro prodotti per la prima volta in appello, come si legge nell’impugnata sentenza), lungi dal derivare dal denunciato omesso esame di tale disciplina da parte della Corte territoriale, risulta indotta dalla non riferibilità della stessa al lavoratore cui la Corte medesima deve addivenire stante la mancata deduzione da parte della Società dell’appartenenza del lavoratore, qui ancora genericamente qualificato come manutentore (del resto in sintonia con la lettura che la Società sembra operare della predetta disciplina, secondo cui l’obbligo in parola investirebbe tutti i manutentori) alle figure di “Capi reparto DRO” o di “Assistenti del reparto DRO”, indicate nel richiamato All. 1 al CIA 15.6.2005 quali destinatarie esclusive del servizio di reperibilità, non riferibilità di fronte alla quale la Corte stessa non si è arrestata, procedendo nella valutazione delle situazioni di fatto dedotte dalla Società come indicative della sussistenza dell’obbligo e correttamente escludendo tale rilevanza sulla base di argomentazioni, quale quella relativa alla non significatività ai fini in questione della strumentazione in dotazione, che non risultano qui neppure fatte oggetto di censura;
– che, pertanto condividendosi la proposta del relatore, il ricorso va rigettato;
che le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo;

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 3.500,00 per compensi, oltre spese generali al 15% ed altri accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, co. 1 quater del D.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.


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