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Lo sai che? Responsabilità del medico che non parla chiaro

Lo sai che? Pubblicato il 28 marzo 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 28 marzo 2018

Vietato usare tecnicismi: il medico deve esprimersi in linguaggio chiaro con il paziente, altrimenti è responsabile se quest’ultimo, non ben informato, abbia sottovalutato la patologia. 

«La Legge per Tutti» è nata con l’intento di spiegare al cittadino le norme a lui dirette, affinché i tecnicismi di avvocati e giudici non gli impediscano la comprensione di quei doveri la cui violazione, alla fine dei conti, ricade sempre e solo su di lui. Se è vero che la legge non ammette ignoranza e che la responsabilità di tale ignoranza ricade sull’uomo comune e non sul suo consulente, allora è giusto che il linguaggio sia “comune” come l’uomo. Ma questo discorso – che è una facoltà per i legali – è un obbligo per i medici. A dirlo è una sentenza della Cassazione [1] secondo cui il dottore che riferisce al paziente l’esito della diagnosi deve esprimersi in modo chiaro e semplice, senza usare paroloni. Al di là del linguaggio usato nel referto che, per sua natura, è tecnico. Il malato poco informato potrebbe infatti sottovalutare gli effetti e le conseguenze della sua patologia e, per questo, astenersi da cure o altri esami diagnostici. Non si scherza: in gioco c’è la vita! Anche in questo caso, dunque, e forse a maggior ragione, visto che le conseguenze dell’ignoranza ricadono sul cittadino, è bene prevenire l’ignoranza. Ma procediamo con ordine e vediamo perché i giudici hanno ritenuto sussistente la responsabilità del medico che non parla chiaro.

Il medico non può spiegarsi in “medichese”

Il referto scritto non esaurisce il dovere del medico, in quanto rientra negli obblighi di ciascun medico, come stabilito nel codice deontologico, il fornire al paziente tutte le dovute spiegazioni sul suo stato di salute, tenendo peraltro conto anche delle capacità di comprensione dell’interlocutore. Il lavoro di comunicazione di qualsiasi medico non può e non deve esaurirsi solo tramite quel referto, strumento comunicativo in linguaggio tecnico.

Il caso deciso dalla Corte è quello di un radiologo che, non avendo ben informato la paziente dei noduli che le erano stati riscontrati, le aveva sollecitato una ulteriore indagine a distanza di sei mesi, mentre invece, quest’ultima, in detto arco temporale è morta per un tumore al seno.

Il consenso informato deve essere chiaro

Lo stesso principio è stato espresso, sempre dalla Cassazione [2], anche con riferimento al consenso informato fornito al paziente dal medico prima del trattamento sanitario (un intervento chirurgico, una terapia farmacologica, ecc.). Le spiegazioni devono, in particolare, essere dettagliate ed adeguate al livello culturale del paziente, con l’adozione di un linguaggio che tenga conto del suo particolare stato soggettivo e del grado delle conoscenze specifiche di cui egli dispone. Sempre la Suprema Corte ha anche detto che la sottoscrizione di un modulo di consenso informato del tutto generico da parte del paziente non basta a far presumere che il medico abbia comunicato oralmente al paziente tutte le informazioni necessarie che egli era tenuto a fornire a tal fine [3].

Il linguaggio del modulo di consenso informato quindi non deve essere solo dettagliato e preciso, ma anche semplice, rapportarsi alle conoscenze del paziente (per cui, se il malato è un medico, il lessico potrà essere più tecnico; se il paziente è un uomo privo di cognizioni scientifiche bisognerà usare una terminologia più semplice). Non avrebbe del resto senso sottoporre al malato un trattato universitario di medicina: sarebbe come fargli firmare il vuoto. Dal lato opposto a un consenso informato troppo tecnico c’è quello generico, ossia che, invece di dire “troppo”, non dice nulla.

In tema di prova del consenso informato, secondo la Suprema Corte, tutte le volte in cui il paziente sostiene di non essere stato reso edotto della terapia, costituisce onere per il medico provare l’adempimento dell’obbligazione di fornirgli un’informazione completa ed effettiva sul trattamento sanitario e sulle sue conseguenze, senza che sia dato presumere la prestazione del consenso informato sulla base delle qualità personali del paziente. L’informazione deve sostanziarsi in spiegazioni dettagliate e adeguate al livello culturale del paziente, con l’adozione di un linguaggio che tenga conto del suo particolare stato soggettivo e del grado di conoscenze specifiche di cui dispone [4].

La Cassazione ha stilato il vademecum delle modalità e dei caratteri che deve avere il consenso alla prestazione medica. Esso, anzitutto, esso deve essere personale (salvo i casi di incapacità di intendere e volere del paziente), specifico ed esplicito, nonché reale ed effettivo, non essendo consentito il consenso presunto. Deve essere pienamente consapevole e completo, ossia deve essere, “informato“, dovendo basarsi su informazioni dettagliate fornite dal medico, ciò implicando la piena conoscenza della natura dell’intervento medico e/o chirurgico, della sua portata ed estensione, dei suoi rischi, dei risultati conseguibili o delle eventuali conseguenze negative. A tal riguardo si è puntualizzato che non adempie all’obbligo di fornire un valido ed esaustivo consenso informato il medico che ritenga di sottoporre al paziente, perché lo sottoscriva, un modulo del tutto generico, da cui non sia possibile desumere con certezza che il paziente medesimo abbia ottenuto in modo esaustivo le suddette informazioni. Inoltre, la qualità del paziente non rileva ai fini della completezza ed effettività del consenso, bensì sulle modalità con cui è veicolata l’informazione, ossia nel suo dispiegarsi in modo adeguato al livello culturale del paziente stesso, in forza di una comunicazione che adotti un linguaggio a lui comprensibile in ragione dello stato soggettivo e del grado delle conoscenze specifiche di cui dispone [5].

Con riferimento alla esecuzione di un intervento chirurgico su paziente avvocato, cui il corrispondente modulo del consenso informato sia stato fatto sottoscrivere nell’imminenza dell’operazione, spetta al medico dimostrare – a fronte dell’allegazione di inadempimento da parte del paziente – di aver invece adempiuto all’obbligazione di fornirgli un’informazione completa ed effettiva sulla natura dell’intervento medesimo, sulla sua portata ed estensione, sui suoi rischi, sui risultati conseguibili e sulle possibili conseguenze negative, essendo irrilevante la qualità personale del paziente al fine di stabilire se vi sia stato o meno consenso informato nel senso sopra evidenziato, e potendo tale qualità incidere solo sulle modalità di informazione, che deve sostanziarsi in spiegazioni dettagliate ed adeguate al livello culturale del paziente, con l’adozione di un linguaggio che tenga conto del suo particolare stato soggettivo e del grado di conoscenze specifiche di cui dispone [6].

note

[1] Cass. sent. n. 6688/2018.

[2] Cass. sent. n. 19212/15 del 29.09.2015.

[3] Cass. sent. n. 26827/2017 del 14.11.2017.

[4] Trib. Bari, sent. n. 1297/2016.

[5] Cass. sent. n. 2177/2016.

[6] Cass. sent. n. 19220/2013.


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