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Lo sai che? La testimonianza: cos’è e come funziona

Lo sai che? Pubblicato il 28 marzo 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 28 marzo 2018

La testimonianza è una dichiarazione resa dal testimone al giudice, o in forma scritta o orale, sotto giuramento: egli così riferisce i fatti di cui è a conoscenza diretta.

Un processo, sia esso civile o penale, si vince solo sulla base delle prove. Senza prove non si possono dimostrare i propri diritti e, di conseguenza, si perde la causa; tant’è vero che la fase istruttoria – quella cioè dell’esibizione delle prove –  è il vero cuore del processo, il momento nevralgico dal quale dipende l’esito della sentenza. Tra le prove, quella più diffusa e utilizzata è la testimonianza; difatti le controversie vertono spesso su fatti che non sono documentati o documentabili perché avvengono informalmente o all’improvviso. Si pensi a un incidente stradale: chi mai può essere tanto previdente da azionare una telecamera prima di essere tamponato, in modo da dimostrare al giudice la dinamica del sinistro? Ed ancora, immaginiamo il titolare di un supermercato che fa credito a un proprio cliente e poi reclama il pagamento degli scontrini emessi, pur non avendo mai fatto firmare alcun documento al debitore. Ebbene, in questi casi corre in nostro soccorso la testimonianza aiutandoci a dimostrare situazioni complicate che, altrimenti, non potremmo mai provare, con conseguente perdita della tutela legale. Ecco perché è molto importante sapere cos’è e come funziona la testimonianza e come deve comportarsi il testimone in processo.

Cos’è la testimonianza?

La testimonianza è un mezzo di prova. La si usa tanto nel processo civile che in quello penale e amministrativo. Non vale invece nel processo tributario: per impugnare cartelle di pagamento o accertamenti fiscali non si possono portare in aula testimoni a proprio vantaggio ma solo documenti (eccezionalmente si possono utilizzare i verbali della Finanza che, intervenuta presso la sede del contribuente, ha raccolto le testimonianze dei presenti).

A poco serve spiegare cos’è la testimonianza se non si parla del testimone (o anche detto teste). Il testimone, ossia colui che rende la testimonianza, è una persona terza rispetto alle parti in causa che riferisce al giudice i fatti di cui ha conoscenza diretta. A poter testimoniare nel processo civile sono solo soggetti terzi e mai quelli coinvolti nel giudizio (attore, convenuto e chiamati in causa in garanzia). Solo nel processo penale la vittima può testimoniare a favore di se stessa, mentre l’accusato non ha tale facoltà (ecco perché spesso si dice – anche se in modo approssimativo – che per mandare in galera una persona basta la parola di un’altra, la vittima appunto).

A cosa serve la testimonianza?

La testimonianza serve per provare i fatti dedotti dalle parti a fondamento delle proprie richieste. Basterebbe, in teoria, anche una sola testimonianza per vincere una causa se questa è convincente, non contraddittoria, resa da persona informata sui fatti e non contrastata da altre prove come ad esempio dei documenti.

Il testimone deve avere conoscenza diretta di ciò che dice. Ecco perché si parla di “testimone oculare”. Non è ammesso il testimone che dichiara ciò che non ha visto personalmente ma ha sentito dire da una delle parti in giudizio; ad esempio, non è consentita la testimonianza di una persona che afferma di sapere del debito altrui solo perché gliel’ha detto il creditore. Eccezionalmente il testimone può riferire fatti saputi da terzi: si tratta dei casi in cui il testimone riferisce fatti saputi da terzi (e non dalle parti in causa); in tale ipotesi le sue dichiarazioni non sono prove ma semplici indizi.

Chi chiede la testimonianza?

A chiedere la testimonianza sono gli avvocati delle parti. A questi è rimessa la scelta delle prove da portare in processo e, tra queste, potranno quindi chiedere di ascoltare i testimoni. Leggi Le prove nel processo civile. I nomi dei testimoni, insieme alle generalità e alle domande che a questi andranno fatte, devono essere indicate dai rispettivi legali entro i termini fissati dal codice di procedura (civile o penale). Ad esempio, nel processo civile, l’elenco va depositato entro 60 giorni dalla prima udienza di trattazione.

Chiaramente chi chiede una testimonianza può sempre proporre ulteriori prove a supporto delle proprie argomentazioni. Questo significa, ad esempio, che per dimostrare il proprio credito, una persona potrebbe presentare un contratto e un testimone che afferma che la prestazione è stata successivamente resa e accettata dal cliente.

Il giudice può ridurre discrezionalmente la lista dei testimoni sovrabbondanti ed eliminare quelli che non possono essere sentiti per legge.

Una volta ammessa la prova, il difensore della parte interessata deve citare i testimoni all’udienza fissata dal giudice. Di regola, lo fa chiedendo all’ufficiale giudiziario di notificare ai testimoni un atto di intimazione a comparire.

Se l’intimazione non può essere notificata in mani proprie del destinatario o mediante il servizio postale, deve essere eseguita in busta chiusa e sigillata per la tutela della privacy.

Il termine entro cui l’intimazione deve essere notificata ai testimoni è almeno 7 giorni prima dell’udienza in cui i testimoni sono chiamati a comparire.

L’intimazione può anche essere effettuata dal difensore personalmente tramite raccomandata a/r, fax o Pec.

Il difensore, che ha spedito l’atto da notificare con lettera raccomandata, deve depositare nella cancelleria del giudice copia dell’atto inviato, attestandone la conformità all’originale, e l’avviso di ricevimento

Che valore ha una testimonianza?

La testimonianza è considerata poco sicura e non sempre attendibile, non solo per il fatto che le persone possono essere influenzate dalle parti in causa e da personali opinioni che potrebbero portarle a valorizzare alcuni aspetti piuttosto che altri, ma anche perché l’occhio umano, l’orecchio e soprattutto la memoria sono soggetti ad errore. Ecco perché il valore da attribuire alla prova testimoniale è rimesso, caso per caso, alla valutazione del giudice. In pratica, questo può voler dire che un testimone oculare, chiaro e preciso, che non si contraddice, può valere molto più di cento testimoni. Se una parte in causa chiama dieci testimoni non necessariamente vincerà su una che ne ha soltanto due. Il giudice è chiamato a valutare l’attendibilità del teste ed, eventualmente, confrontare ciò che dice con le dichiarazioni degli altri testimoni.

Cosa non può dire il testimone

Il testimone può dire solo ciò che ha visto o che sa per conoscenze personali.

Non può esprimere valutazioni. Ad esempio può dire di aver sentito un rumore assordante, ma non può dire che il rumore ha svegliato tutto il vicinato o era tale da non far dormire anche il condomino dell’ultimo piano.

Il testimone può riferire ogni fatto che conoscenza senza timore di violare l’altrui privacy. Non deve però esprimere giudizi che possano essere ritenuti offensivi.

Chi può testimoniare

Può testimoniare chiunque non sia parte in causa. Non può neanche testimoniare chi potrebbe agire per la difesa del medesimo diritto (ad esempio il comproprietario). Con parole più tecniche la Cassazione ha detto che non possono essere chiamate a testimoniare le persone che hanno nella causa un interesse giuridicamente qualificato che potrebbe legittimare la loro partecipazione alla causa; è tale l’interesse concreto e attuale che legittima il soggetto a partecipare al giudizio in relazione all’oggetto della contesa. Leggi a riguardo: Scambio di testimonianza: è possibile? Può invece testimoniare il dipendente di un’azienda, il coniuge anche se in regime di comunione dei beni. Allo stesso modo possono testimoniare genitori, figli e parenti di qualsiasi grado.

Se una parte chiede l’ammissione come teste di una persona che non può testimoniare, la controparte che vuole impedirne l’assunzione deve sollevare l’eccezione di incapacità a testimoniare.

È possibile sollevare tale eccezione fino al momento dell’espletamento della prova o nella prima difesa successiva all’escussione del teste.

Quando è falsa testimonianza? 

La falsa testimonianza è un reato punibile con la reclusione da due a sei anni [1] e qualsiasi giudice, abituato per professione a smascherare i colpevoli, non impiega molto a capire se un giovane testimone sta mentendo.

Come avviene la testimonianza

Di regola la testimonianza è orale: il giudice legge al testimone i capitoli di prova formulati dagli avvocati e il cancelliere verbalizza le risposte. Nella prassi sono spesso gli avvocati a fare direttamente le domande e a verbalizzare. Una recente riforma ha consentito l’uso della testimonianza scritta: su accordo delle parti si invia una raccomandata al testimone con richiesta di rispondere. Leggi La testimonianza scritta. Il testimone è tenuto a rispondere ai quesiti formulati nella richiesta di testimonianza scritta. Se si avvale della facoltà d’astensione di cui abbiamo detto sopra, ha comunque l’obbligo di compilare il modello di testimonianza, indicando le complete generalità e i motivi di astensione.

Se il testimone non spedisce o non consegna le risposte scritte nel termine stabilito, il giudice può condannarlo alla pena pecuniaria tra 100 e 1.000 euro.

L’unico caso in cui il testimone non ha l’obbligo di rendere la deposizione scritta si ha quando l’oggetto della testimonianza è costituito da documenti di spesa già depositati dalle parti e quindi ormai acquisiti agli atti del processo. In questo caso, infatti, il testimone può rendere la deposizione anche mediante una semplice dichiarazione sottoscritta e trasmessa al difensore della parte interessata alla relativa assunzione.

Ci si può esimere dal testimoniare?

Chi viene citato come testimone non può rifiutarsi di testimoniare o meglio di presentarsi davanti al giudice. In quella sede potrà poi dire di non ricordare i fatti e di non poter rispondere senza subire sanzioni. Invece le sanzioni scattano se il testimone, senza giustificato motivo, non si presenta davanti al giudice. Se il giudice non vede il testimone in udienza può rinviare ad altra udienza ed eventualmente disporre l’accompagnamento coattivo con la forza pubblica e il pagamento di una multa non inferiore a 100 euro e non superiore a 1.000 euro.

Per le persone che non possono deambulare si può disporre la prova testimoniale a casa. Per quelle che risiedono in una città diversa e che non possono viaggiare si può ammettere la prova delegata con incarico al tribunale del luogo.

Si può provare un contratto con un testimone?

La prova per testimoni avente ad oggetto dei contratti è ammessa solo se il giudice lo ritiene necessario per la soluzione della causa, tenuto conto della qualità delle parti, della natura del contratto e di ogni altra circostanza. Il giudice istruttore può dunque ammettere la prova testimoniale esercitando un suo ampio potere discrezionale. Ad esempio, se per prassi un contratto si stipula oralmente (come i contratti conclusi per telefono) il giudice può ammettere la prova testimoniale.

La prova per testimoni non è ammessa se ha ad oggetto accordi verbali aggiunti o contrari al contenuto di un documento per i quali si alleghi che la stipulazione è stata anteriore o contemporanea alla stipula del contratto. È infatti inverosimile che tali patti non siano stati inseriti nel contratto stesso. Tale divieto riguarda, in particolare, gli accordi diretti a modificare, ampliandolo o restringendolo, il contenuto del contratto scritto.

La prova per testimoni è sempre ammessa quando la parte non ha potuto procurarsi una prova scritta. L’impossibilità può essere morale o materiale. L’impossibilità morale si verifica ogni volta che la parte si trovi in una condizione di soggezione tale nei confronti della persona che dovrebbe rilasciare il documento, da impedirgli di procurarsi lo scritto. La valutazione sull’oggettività dell’impedimento psicologico va sempre riferita al caso concreto. Il giudice deve, quindi, tener conto sia del rapporto tra le parti (ad esempio, di parentela o di lavoro), sia della possibile incidenza di eventi o situazioni particolari.

Si può provare un pagamento con un testimone?

È possibile provare per testimoni un pagamento o una remissione di un debito che abbiano un valore superiore a € 2,58 solo se il giudice lo ritiene necessario per la soluzione della causa, tenuto conto della qualità delle parti, della natura del contratto e di ogni altra circostanza.

note

[1] Art. 372 cod. pen.


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