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Lo sai che? Sas: le sanzioni per debiti fiscali si trasmettono agli eredi?

Lo sai che? Pubblicato il 31 marzo 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 31 marzo 2018

Mia madre, accomandante di Sas con il 99% delle quote è morta. L’1% era mio. Ora mi arriva una cartella per pagamento imposta rifiuti. È valida l’ingiunzione? Non ho diritto nella mia qualità di erede a una riduzione sulle sanzioni? La società sta proseguendo l’attività.

Con riguardo alle sanzioni applicate al mancato pagamento della tassa dei rifiuti, purtroppo, va detto che l’Ente Comunale ha agito secondo legge.

La normativa, difatti, prevede – in caso di mancato pagamento della tassa – una sanzione del 30 % che può essere dimezzata solo in caso di ravvedimento operoso, e cioè se si effettua il pagamento entro un certo termine dalla scadenza prevista.

L’art. 13 del Decreto legislativo n. 471 del 18/12/1997, così come aggiornato dalle successive modifiche, stabilisce infatti che chi non esegue, in tutto o in parte, alle prescritte scadenze, i versamenti in acconto, i versamenti periodici, il versamento di conguaglio o a saldo dell’imposta risultante dalla dichiarazione, detratto in questi casi l’ammontare dei versamenti periodici e in acconto, ancorché non effettuati, è soggetto a sanzione amministrativa pari al trenta per cento di ogni importo non versato, anche quando, in seguito alla correzione di errori materiali o di calcolo rilevati in sede di controllo della dichiarazione annuale, risulti una maggiore imposta o una minore eccedenza detraibile. Per i versamenti effettuati con un ritardo non superiore a novanta giorni, la sanzione di cui al primo periodo è ridotta alla metà. Salva l’applicazione dell’articolo 13 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 472, per i versamenti effettuati con un ritardo non superiore a quindici giorni, la sanzione di cui al secondo periodo è ulteriormente ridotta a un importo pari a un quindicesimo per ciascun giorno di ritardo.

Essendo l’atto del 05.09.2015, la decurtazione della sanzione non potrà più operare; e così facendo un rapido calcolo dell’importo della tassa, pari ad € 23.355,70, aumentato del 30%, si arriva all’importo sanzionato, di € 7.006,71.

Si potrebbe, in astratto, contestare la notifica avvenuta con servizi postali, poiché l’art. 2, comma 2 del R.D. n. 639 del 1910, con il quale è stato notificata l’ingiunzione prevede che la stessa sia notificata, nella forma delle citazioni, da un ufficiale giudiziario addetto alla pretura o da un usciere addetto all’Ufficio di conciliazione, nulla disponendo in ordine ai servizi postali. Ma, anche qui, si è creato un orientamento tale per cui questa forma di notifica viene ammessa dal combinato disposto dell’art. 4 della L. 265/2002 e dell’art. 36 della L. 31/2008 ai sensi delle quali si applicano all’ingiunzione fiscale le medesime norme della notifica previste per la cartella esattoriale, di cui svolge la medesima funzione (Cass. Civ. sentenza n. 10958 del 25.05.2005).

Pertanto, l’ingiunzione fiscale che è stata notificata viene ormai equiparata al ruolo esattoriale, che contiene in sé la duplice natura di titolo esecutivo e di precetto.

L’unica via sarebbe quella della contestazione dell’importo della tassa e delle sue modalità di calcolo. Posto che lo scrivente non conosce l’excursus che ha portato l’Ente a calcolare quell’importo (si potrebbe dedurre dall’atto che dicono dalla società ricevuto in data 05.09.2015) con un’opposizione di tal genere si dovrebbe contestare il criterio di calcolo eseguito dal Comune, elemento di alquanto difficile probazione.

Proporre un’opposizione del genere, infatti, non assicura per nulla una facile probabilità di riuscita in quanto il Comune riesce sempre (anche con mezzi poco limpidi) a sistemare i conti e i numeri di ogni singolo conteggio.

Tra l’altro, nel giudizio di opposizione alla cd. ingiunzione fiscale l’opponente non può limitarsi a contestare i requisiti di certezza, liquidità ed esigibilità del credito che radicano nella Pubblica Amministrazione il potere di autotutela ex r.d. n. 639 del 1910, ma deve proporre una domanda di accertamento negativo del credito, andando a provare tutte le ragioni per cui quel credito non dovrebbe esistere.

Con riguardo al decesso della socia accomandante, non vi è la previsione di alcuna riduzione della sanzione in quanto questa è stata irrogata in capo alla società di persone e non ai singoli soci; pertanto, non sarà possibile ottenere alcuna decurtazione in tal senso.

Né la quota minima posseduta dalla socia accomandataria può far sorgere alcun diritto di sconto sul debito accumulato dalla società.

Infatti, il numero (benché limitato) della quota sociale serve solo a determinare il criterio di distribuzione degli utili, oltre che – inizialmente – a quantificare il conferimento che il socio ha effettuato per entrare nella compagine societaria.

Tanto premesso, alla luce della complessità di riuscita che avrebbe un’eventuale opposizione, quello che si consiglia alla lettrice, in quanto socia accomandataria, è quello di presentare un’istanza di rateizzazione – se ancora nei tempi – e così cercare di rientrare dal debito con la Pubblica Amministrazione poco alla volta, senza pesare sulle casse sociali e su quelle personali.

L’art. 2313 del codice civile stabilisce in capo al socio accomandatario una responsabilità solidale e illimitata per le obbligazioni sociali, che va oltre quanto conferito all’interno della S.A.S..

Pertanto, considerando tutta la situazione, un’eventuale opposizione, la cui riuscita sembra alquanto difficile, provocherebbe solo ulteriori esborsi legali che farebbero lievitare il debito già maturato.

Con la rateizzazione, invece, si riuscirebbe – nel giro di qualche anno – ad eliminare questo salasso, e a permettere alla società di conservare la sua liquidità, e la sua esistenza.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla


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