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Lo sai che? Tassa rifiuti: chi non deve pagare

Lo sai che? Pubblicato il 29 marzo 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 29 marzo 2018

Imposta sui rifiuti: si paga per la casa non abitata e vuota, priva di arredo, utenze di luce, acqua e gas? 

Sul pagamento dell’imposta sui rifiuti si scontrano diverse tesi e norme: non ci sono solo i regolamenti Comunali a stabilire tariffe ed esenzioni diverse a seconda del luogo, ma anche le interpretazioni dei giudici, spesso in contraddizione tra loro, non aiutano il contribuente a districarsi nell’interpretazione di questa non agevole normativa. Di recente, peraltro, il ministero dell’economia e delle Finanze ha dichiarato – in palese contrasto con la Cassazione – che l’immobile vuoto, privo di utenze e di arredi, non è tenuto a pagare la Tari (appunto l’imposta sui rifiuti). Come dimenticare, poi, il recente scandalo partito proprio da un chiarimento ministeriale, secondo cui molti Comuni avrebbero duplicato la tassazione sulle pertinenze, per aver chiesto, anche su di esse, la quota fissa dell’imposta (mentre invece è dovuta solo quella variabile). In tutto ciò si aggiunge un ampio scenario di esenzioni e sconti consentiti, ad esempio, quando il servizio non funziona, il cassonetto è lontano da casa o sempre pieno. È allora necessario fare il punto della situazione e ricordare, per quel poco di davvero “certo” che si può stabilire, chi non deve pagare la tassa sui rifiuti.

Tassa rifiuti sulla seconda casa o sulla casa vacanza

La prima questione, che poi è quella che affligge molti contribuenti proprietari di seconda casa, è quella del pagamento dell’imposta sui rifiuti per tutti gli immobili non utilizzati o utilizzati solo occasionalmente (come per le case vacanze). Su questi ultimi è indubbio che l’imposta, anche in misura ridotta, vada corrisposta. Sul punto si è, di recente, pronunciata la Commissione Tributaria Provinciale di Massa Carrara (leggi Tari imposta rifiuti ridotta per la seconda casa uso villeggiatura) secondo cui il principio comunitario, su cui si regge la Tari, secondo cui «chi inquina paga», porta inevitabilmente a ritenere che l’imposta può essere applicata in misura piena solo ai residenti; al contrario, i “non residenti” – quelli cioè che in gran parte dell’anno lasciano la casa disabitata, così producendo meno rifiuti – hanno diritto a una riduzione d’imposta. Del resto è nelle facoltà del Comune prevedere, all’interno del proprio regolamento, una riduzione della Tari per le case vacanze, ossia le abitazioni soggette ad uso discontinuo.

Tassa rifiuti su casa vuota e disabitata

Più complessa è la questione invece nell’ipotesi in cui la casa sia completamente vuota e disabitata. Secondo alcuni giudici di primo e secondo grado, il discrimine tra il contribuente che deve pagare l’imposta sui rifiuti e quello che, invece, non deve versarla sta nella presenza, all’interno dell’abitazione, dell’arredo e di utenze attive (la luce, il gas, l’acqua, il telefono). In buona sostanza, per usufruire dell’esenzione non basta dedurre che l’immobile non viene usato durante tutto l’anno (si pensi a un casolare di campagna o a un’abitazione ereditata e ancora non sfruttata dagli eredi che sono in attesa di procedere alla divisione del patrimonio), ma è anche necessario provarlo: il che può avvenire solo dando dimostrazione che la casa non è arredata ed è priva di allacci alle reti. Questa tesi è stata, di recente, condivisa dallo stesso Ministero dell’Economica e delle Finanze che, in un recente, Webinar, ha fornito una serie di interessanti risposte ai contribuenti. Secondo il ministero, «l’applicazione della tassa sui rifiuti deve ritenersi esclusa per gli immobili inutilizzati nell’ipotesi in cui gli stessi siano privi di arredi e di allacciamento ai servizi di rete».

Questa interpretazione, però, è osteggiata dalla Cassazione [1] la quale è molto più rigorosa nell’ammettere l’esenzione. Secondo infatti i giudici supremi la spazzatura non va pagata solo in caso di immobile inagibile, inabitabile o diroccato; in pratica si tratta di tutte quelle situazioni in cui, anche volendolo, il contribuente non potrebbe sfruttare l’abitazione. Difatti, il presupposto che fa scattare la Tari non è solo l’occupazione ma anche la semplice detenzione di locali e aree scoperte a qualsiasi uso adibiti. Gli immobili vuoti, dunque, sono soggetti al pagamento della tassa rifiuti, anche se privi di allacci alle reti idriche o elettriche in quanto, pur se non utilizzati, restano nella detenzione del proprietario, detenzione che invece non è configurabile se manca l’agibilità.

Del resto, come già chiarito dalla Commissione Tributaria Provinciale di Trapani [2], ripetendo le stesse parole della Cassazione [3], per il fisco è assolutamente indifferente la scelta del proprietario di non utilizzare l’immobile; ciò infatti non lo esonera dal pagamento della tassa. Il cambio di residenza del contribuente, la denuncia di cessazione dell’occupazione dell’immobile e il mancato consumo di energia elettrica non lo esonerano dal pagamento. Anche il mancato arredo dell’immobile non costituisce prova dell’inutilizzabilità dell’immobile e dell’inettitudine alla produzione di rifiuti. Un alloggio che il proprietario lasci inabitato e non arredato si rivela inutilizzato, ma non oggettivamente inutilizzabile.

In ogni caso, sul punto pesano anche i singoli regolamenti comunali. Ad esempio, il Comune di Milano ha stabilito che la presenza di arredi oppure l’attivazione anche di una sola utenza (acqua, elettricità, gas, telefono, internet) costituisce una semplice presunzione dell’occupazione o affitto dell’immobile e della conseguente attitudine alla produzione di rifiuti.  Secondo il regolamento, l’esclusione di un immobile disabitato è possibile soltanto se privo di mobili e suppellettili e non allacciato ad alcuna utenza. Nel caso di cambio di residenza, per non pagare la Tari non basta l’obiettiva condizione di inutilizzabilità della casa, ma bisogna inviare al Comune una dichiarazione di cessazione, entro 90 giorni dalla variazione della residenza stessa. La dichiarazione di cessazione non può essere effettuata se l’immobile è tenuto a disposizione con utenze attive, anche se in tale ipotesi è possibile usufruire di una riduzione del 30% dell’imposta.

Tassa rifiuti per pertinenze, garage e aree scoperte

La Tari non si paga per le seguenti aree:

  • locali e aree condominiali, cioè le parti del condominio che non sono utilizzate in via esclusiva (come l’androne e le scale di un palazzo);
  • aree e locali non suscettibili di produrre spazzatura in modo autonomo, come cantine, sottotetti, terrazze e balconi;
  • locali non suscettibili di produrre rifiuti per la sussistenza di situazioni particolari;
  • aree scoperte che risultino pertinenze di locali soggetti al tributo, o accessorie a tali locali (ad eccezione delle aree scoperte operative).

In generale non si paga la Tari sulle aree pertinenziali o accessorie a locali tassabili [4] come il parcheggio, il box auto, il cortile o il giardino condominiale, un’area di accesso a fabbricati, ecc. S’intende, infatti, per «area accessoria o pertinenziale» quella che viene destinata in modo permanente e continuativo al servizio del bene principale o che abbia con lo stesso un rapporto oggettivamente funzionale. Dunque, su parcheggio e cortile non si paga l’imposta sulla spazzatura.

Secondo la Cassazione [5], mentre le autorimesse scoperte esterne costituiscono pertinenza dell’abitazione e, quindi, sono automaticamente escluse dal tributo, i garage siti all’interno di locali scontano la tassa sui rifiuti, siano essi accatastati in modo autonomo come unità immobiliari, siano essi semplici posti auto assegnati in via esclusiva.

Proprio a riguardo delle pertinenze si è posta la necessità di rivedere i criteri di calcolo degli ultimi cinque anni operati dai Comuni che hanno indebitamente applicato su di esse anche la quota variabile della Tari (quella cioè calcolata sul numero di persone che abitano l’immobile) mentre invece bisogna calcolare solo la quota fissa (quella sulla base della metratura dell’immobile). Chi ha pagato di più (circostanza che si può evincere dagli stessi bollettini) può presentare istanza di rimborso o, in caso di silenzio/diniego, presentare ricorso al giudice. Leggi sul punto Tari pertinenze casa: pagamento illegittimo.

Riduzioni sulla tassa rifiuti per cassonetto lontano da casa o sempre pieno

Secondo alcuni giudici [6], quando il cassonetto della spazzatura è distante più di 300 metri a partire dall’imbocco della strada privata, al contribuente spetta uno sconto sull’imposta rifiuti. Leggi Riduzione tassa rifiuti se il cassonetto è lontano da casa. I Comuni possono, a riguardo, prevedere degli sconti che possono arrivare fino al 40% dell’imposta.

Stesso discorso per chi trova il cassonetto della spazzatura sempre pieno, che potrà fare richiesta al Comune di uno sconto sulla Tari. Come infatti nei casi in cui il servizio di raccolta della spazzatura si svolge in modo discontinuo, tale da mettere in pericolo la salubrità dell’ambiente circostante (ne parleremo a breve), anche nel caso di mancato rispetto delle distanze tra le abitazioni e i cassonetti o di insufficiente capacità di contenimento di questi o di bassa frequenza della raccolta, la tassa sui rifiuti è dovuta solo nella misura del 40% rispetto alla tariffa ordinaria. La decurtazione del 60% scatta quindi quando i cassonetti non sono sufficienti a raccogliere il quantitativo di immondizia prodotta nella zona, anche alla luce della presenza di attività commerciali.

Riduzione Tari per mancata raccolta della spazzatura

Il contribuente ha diritto a uno sconto sulla Tari fino all’80% (pagherà quindi solo il 20%) in caso di mancato svolgimento del servizio di gestione dei rifiuti (anche nel caso di sciopero o altri impedimenti organizzativi) o di svolgimento in modo discontinuo: si pensi al caso di un Comune che sia in ritardo nel conferimento del mandato alla società di gestione di raccolta dei rifiuti o alle varie disfunzioni interne organizzative che abbiano procurato l’emergenza rifiuti. Leggi anche Tassa rifiuti: esenzioni.

Secondo la Cassazione, il grave e perdurante disservizio, anche se il Comune non ha alcuna colpa per il caos nella raccolta, consente di ottenere lo sconto in questione. Ciò che conta è infatti la disfunzione protratta nel tempo. L’omissione nella raccolta dei rifiuti deve però aver generato una situazione di emergenza ambientale o un pericolo alla salute delle persone certificata dall’Asl.

Si tratta di un’evenienza tutt’altro che rara nelle nostre città, dove spesso si assiste a un vero e proprio collasso del sistema raccolta e gestione dei rifiuti, con accumulo di tonnellate di immondizia ai margini della strada, accanto ai cassonetti o vicino alle abitazioni dei contribuenti o, ancora, nelle zone verdi, provocando il proliferare di insetti, topi, esalazioni di cattivi odori e intollerabilità dell’aria, ecc.

Per ottenere lo sconto sulla tassa rifiuti non è necessario provare di aver subito un effettivo danno alla salute o di essere rimasto con le finestre di casa chiuse per via della puzza; né bisogna munirsi di fotografie che ritraggono i topi presenti in strada o attorno all’edificio. Basta come detto una certificazione dell’Asl o di altre autorità sanitarie da cui si evince lo stato di pericolo – anche solo potenziale – per la salute pubblico. Insomma è sufficiente che servizio di raccolta della spazzatura non rispetti i basilari elementi che dovrebbero caratterizzarlo, anche per cause per le quali il Comune non ha alcuna colpa.

note

[1] Cass. sent. n. 22770/2009 e n. 1850/2010.

[2] Ctp Trapani sent. n. 1447/2017.

[3] Cass. ord. n. 18022/2013.

[4] Cass. sent. n. 4754/2010.

[5] Cass. sent. n. 4961 del 2.03.2018.

[6] CTR Perugia sent. n. 235/14.

[7] Ctr Bari, sent. n. 2607/2017.

[8] Ctp Vibo Valentia sent. n. 931/2/2016.


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