Diritto e Fisco | Editoriale

Chi tace acconsente: è vero anche per la legge?

29 marzo 2018


Chi tace acconsente: è vero anche per la legge?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 marzo 2018



Silenzio assenso o silenzio rigetto? Chi non contesta un debito lo ammette? E chi non risponde a una diffida sta riconoscendo il diritto altrui? Cosa prevede la legge?

I detti popolari hanno spesso un fondo di verità. Altre volte invece sono solo il frutto di false convinzioni che si tramandano di generazione in generazione. In altri casi, infine, sono la sintesi di massime morali o di esperienza, ma che non hanno sempre nella legge una corrispondente regola. Si usa spesso dire che chi tace acconsente: è vero anche per la legge? In termini legali, che succede a chi, ad esempio, non risponde a una lettera contenente una diffida o non contesta una richiesta di pagamento presentatagli da un’altra persona? Che conseguenze subisce il proprietario di un terreno che non si muove per rivendicare la sua proprietà se il vicino sposta i paletti della recinzione oltre il suo confine ? Che prevede la legge se presenti una istanza a una società, un’ente o a una amministrazione e non ricevi risposta? Se non contesti una fattura puoi poi impugnarla in tribunale? Che succede, infine, se non ti opponi a una delibera dell’assemblea di condominio? Insomma, in tutti questi casi il quesito è sempre lo stesso: chi tace acconsente? Di tanto parleremo in questo articolo.

Qual è la regola generale: chi tace acconsente o chi tace nega?

A questo punto immagino che tu voglia avere una risposta secca e immediata alla domanda: chi tace acconsente? Purtroppo però non posso dartela. Infatti questa regola è valida in alcuni casi e in altri invece no. La legge, infatti, cambia a seconda della materia e delle situazioni concrete in cui ci si trova. In alcune ipotesi infatti l’ordinamento assegna al silenzio il valore di conferma; in altre invece gli dà il valore di dissenso; in altre ancore il silenzio è semplice indifferenza (non è cioè né ammissione, né disconoscimento), ma può essere un indizio per il giudice da tenere in considerazione ai fini della decisione, dovendo spesso questi tenere conto del comportamento complessivo tenuto dalle parti prima della causa.

Ecco perché, a questo punto, tocca andare a verificare in quali casi chi tace acconsente e in quali invece chi tace disconosce.

Il silenzio assenso e il silenzio diniego

In ambito amministrativo, e quindi nei rapporti con enti e pubbliche amministrazioni, la regola generale è quella del silenzio assenso. Ciò significa che tutte le volte in cui presenti una domanda o un’istanza a uno sportello o un ufficio pubblico e non ricevi risposta nei termini assegnati dalla normativa, la tua richiesta si considera accolta. A prevederlo è la famosa legge del 1990 [1]. Questo però vale solo nei procedimento a istanza di parte, quelli cioè che originano da una richiesta del cittadino. Un chiaro esempio è il caso del permesso di costruire.

Questa regola come detto dovrebbe avere portata generale. Eppure la legge prevede un gran numero di eccezioni come nel caso di atti e procedimenti riguardanti il patrimonio culturale e paesaggistico, l’ambiente, la tutela dal rischio idrogeologico, la difesa nazionale, la pubblica sicurezza e l’immigrazione, l’immigrazione, l’asilo e la cittadinanza, la salute e la pubblica incolumità, i casi in cui la normativa comunitaria impone l’adozione di provvedimenti amministrativi formali, ecc.

Nei procedimento amministrativi che invece non iniziano a istanza di parte, ma su iniziativa della P.A., vale la regola opposta, quella del silenzio diniego: si pensi ad esempio a una istanza di rimborso di una tassa pagata per errore o a una istanza in autotutela per ottenere la cancellazione di una cartella esattoriale. In dette ipotesi (l’ambito fiscale è l’esempio tipico), chi presenta l’istanza e non riceve risposta dovrà considerare tale silenzio come rigetto e dovrà, per ottenere tutela, ricorrere al giudice.

Istanza a una società privata

Diverso è il discorso se invii una istanza a una società privata. Qui vale sempre la regola del silenzio rigetto visto che non esiste una norma di carattere generale che impone ai privati di rispondere alle altrui richieste. Tuttavia è chiaro che se l’istanza era legittima e l’impresa non ha dato riscontro potrà poi subirne le conseguenze in caso di processo in tribunale: difatti l’inerzia può causare danni al cittadino. Si pensi un soggetto che chiede la riparazione di un impianto di riscaldamento installato da una ditta privata ed ancora in garanzia: se questa non risponde sarà tenuta a risarcire i danni dovuti dall’inadempimento contrattuale.

Rispondere a una contestazione processuale

Se in una causa una persona afferma di essere titolare di un diritto nei tuoi confronti e magari descrive come si sono svolti determinati fatti, hai l’obbligo di contestarli immediatamente per iscritto. In caso contrario, il tuo silenzio sarà considerato come ammissione di quanto affermato dalla controparte (cosiddetto «principio di non contestazione»). Ad esempio, se una persona agisce contro un’altra per il mancato pagamento di una fattura e quest’ultima sostiene di averne pagata una sola, sta tacitamente ammettendo il debito per l’altra. Se un soggetto rivendica, nei confronti di un altro, un risarcimento del danno per alcune lesioni e il responsabile contesta la quantificazione fatta dall’avversario, ritenendola eccessiva, sta tacitamente ammettendo che il fatto in sé – e quindi il diritto al risarcimento – è sussistente.

Sempre in ambito processuale, se si vuole contestare una sentenza che ci dà torto è necessario proporre appello e specificare i capi della pronuncia che si ritengono sbagliati; chi tace su alcuni punti o non propone l’appello è poi costretto a rispettare la sentenza.

Silenzio in assemblea di condominio 

Nel momento in cui, durante l’assemblea di condominio, si mette ai voti una decisione, non è possibile il silenzio in senso stretto. O si vota a favore, o si vota contro o ci si astiene. La possibilità di contestare una decisione del condominio è riservata solo a chi vota contro, si astiene o era assente alla riunione. L’impugnazione dell’assemblea va esperita entro 30 giorni dalla stessa o, per gli assenti, dalla comunicazione del verbale.

Silenzio nel licenziamento disciplinare

Nel licenziamento disciplinare il datore di lavoro ha l’obbligo di inviare una lettera di preavviso del procedimento al dipendente, il quale può (ma non necessariamente deve) difendersi nei cinque giorni successivi. All’esito della visione delle sue difese, il datore di lavoro può decidere se irrogare o meno la sanzione espulsiva. A questo punto il dipendente ha 60 giorni di tempo per inviare una lettera di contestazione: il silenzio oltre tale termine si considera accettazione e, pertanto, non si potrà più agire.

Silenzio dinanzi a lettere, diffide, raccomandate e fatture

Se una persona ti invita una diffida con una raccomandata con cui ti chiede il pagamento di una somma, il tuo silenzio non sarà considerato né ammissione del debito, né contestazione, ma semplice indifferenza. Il che significa che, pur non avendo l’obbligo di pagare o adempiere, spetterà alla controparte agire nei tuoi riguardi e dimostrare, in tribunale, le prove a fondamento del proprio diritto.

Allo stesso modo, se una azienda spedisce a un’altra una fattura per il pagamento e questa non paga ma la porta al commercialista per scaricarla dai costi, tale comportamento silenzioso – per quanto non costituisce un’ammissione di debito – è comunque un indizio che potrebbe orientare il giudice.

Rivendicare la proprietà è un obbligo?

Non ci sono termini massimi per rivendicare la proprietà usurpata dal vicino che, magari, ha occupato la casa altrui o ha spostato i paletti del recinto di confine. Quindi, il silenzio o l’inerzia non può mai essere considerato assenso. Se però lo spoglio è avvenuto alla luce del sole, con la consapevolezza del proprietario e la sua indifferenza, senza violenza o clandestinità, e il vicino ha usato la proprietà altrui per 20 anni, questi ne diventa titolare per usucapione.

Silenzio e contratti

Supponiamo di ricevere la proposta di acquisto di una collezione d’arte, con la clausola che, se non rifiutiamo entro un certo termine o non restituiamo le opere campione, il nostro silenzio verrà inteso come accettazione tacita. Siamo veramente obbligati a rispondere o a comperare? Non siamo obbligati a nulla perché un dovere di parlare o di fare (come rispondere o rispedire la merce ricevuta) non può essere imposto dal proponente al destinatario della proposta contrattuale. 

Il silenzio assume valore giudico, in materia contrattuale, solo quando, nell’ambito di un contratto già instaurato con le parti, esso è stato disciplinato in una o più clausole. Ad esempio, se la banca ci manda l’estratto conto e noi non lo contestiamo, il nostro silenzio assume valore di accettazione tacita. Se la società del telefono varia i prezzi e ce lo comunica, ma noi non comunichiamo il recesso, significa che abbia accettato la modifica contrattuale. Il contratto potrebbe poi prevedere che, alla sua scadenza, in caso di silenzio – ossia di mancata comunicazione della disdetta – il contratto si considera automaticamente rinnovato;

Silenzio ed eredità

Spesso è la stessa legge a dare significato al silenzio. Per esempio, come dispone il diritto delle successioni, se riceviamo un’eredità non gradita possiamo rifiutarla, lasciando ad altri la possibilità di accettarla. Questi ultimi, però, non possono esprime la loro accettazione fino a quando noi non abbiamo espresso il nostro rifiuto. Il nostro silenzio invece si considera come accettazione.

note

[1] Art. 20 della legge 241/90 (come modificato dall’art. 3, comma 6 ter, del decreto legge, n. 35/2005, convertito nella legge n. 80/2005). La norma stabilisce che «Fatta salva l’applicazione dell’articolo 19 [che attiene alla dichiarazione di inizio attività], nei procedimenti ad istanza di parte per il rilascio di provvedimenti amministrativi il silenzio dell’amministrazione competente equivale a provvedimento di accoglimento della domanda, senza necessità di ulteriori istanze o diffide, se la medesima amministrazione non comunica all’interessato, nel termine di cui all’articolo 2, commi 2 o 3, il provvedimento di diniego, ovvero non procede ai sensi del comma 2».

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