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Lo sai che? Minore non vuol vedere il padre: che fare?

Lo sai che? Pubblicato il 31 marzo 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 31 marzo 2018

Mio nipote, affidato ai servizi sociali e la cui mamma era appena deceduta, vivendo sin da piccolo nella mia famiglia, rifiutava di seguire il padre quando questi si presentava per esercitare il diritto di visita e di trascorrere il tempo col figlio portandolo con sè. Nonostante si cercasse di convincerlo, il bimbo, ancora sotto choc per la perdita della madre, a volte rifiutava categoricamente di seguire il genitore preferendo rimanere in famiglia. Durante uno dei colloqui con i servizi lo psicologo sbottò suggerendo di caricare a forza il minore sull’auto del padre. Io mi rifiutai categoricamente di usare violenza, poichè di tale si tratta, nei confronti di mio nipote. I servizi si ostinano definendo “legittimo” tale comportamento ignorando, o fingendo di ignorare gli ampi margini di discrezionalità propri del giudice.

Il lettore fa senz’altro bene ad essere cauto.
Innanzitutto un assistente sociale non può chiedere di utilizzare la forza. Con una pronuncia di un paio di anni fa, il Tribunale di Torino (decreto del 4 aprile 2016) ha sancito che, come suggerito anche dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo, la coercizione per il raggiungimento dell’obiettivo di mantenimento del legame familiare deve essere utilizzata con estrema prudenza e misura e deve tenere conto degli interessi, dei diritti e delle libertà delle persone coinvolte e in particolare dell’interesse superiore del minore.
Di più ha fatto la Corte di Cassazione (sent. n. 20107 del 07.10.2016), secondo cui se il figlio minorenne esprime in modo fermo e deciso la volontà di non frequentare il genitore, neanche il Tribunale lo può costringere alle visite. In altre parole, per la Cassazione non si può forzare il figlio in quanto il diritto di visita si incentra sulla valutazione dell’interesse del minore e sulla valorizzazione della sua capacità di autodeterminazione.
Orbene, del rifiuto del minore deve tenere conto il giudice nel caso di eventuale modifica dell’affidamento:
infatti, la riforma del diritto di famiglia di qualche anno fa ha dato voce anche ai minori che dimostrino una maturità tale da poter esprimere una preferenza consapevole.
La coercizione deve essere l’ultimo mezzo da utilizzare, visto che lo stesso ordinamento giuridico guarda a questo strumento con molto sospetto. Il codice di procedura civile, infatti, allorquando parla degli inadempimenti di un coniuge nei confronti dell’altro (si pensi, ad esempio, alla madre che non vuol far vedere il bambino al padre) preferisce fornire un’alternativa per certi versi molto più efficace alla parte non
inadempiente, e cioè la sanzione pecuniaria. Il giudice, infatti, può intervenire in caso di «gravi inadempienze o di atti che comunque arrechino pregiudizio al minore od ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell’affidamento».
Innanzitutto, il giudice ha il potere di modificare i provvedimenti in vigore, se ritiene, ad esempio, che un
nuovo assetto delle visite genitore-figlio possa giovare ai diritti di quest’ultimo. La vera novità, però, sta nelle misure strettamente punitive previste, ossia:
– ammonire il genitore inadempiente;
– disporre il risarcimento dei danni, a carico di uno dei genitori, nei confronti del minore;
– disporre il risarcimento dei danni, a carico di uno dei genitori, nei confronti dell’altro;
– condannare il genitore inadempiente al pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria (art. 709-ter cod. proc. civ.).
In altre parole, si tratta di una coercizione indiretta, confermata anche da altra disposizione del codice di
procedura (art. 614-bis).
D’altronde, quando la coercizione si rende inevitabile, questa non può mai essere esercitata da persone diverse dalle forze dell’ordine. Pertanto, se dovesse capitare di nuovo una situazione del genere, il consiglio al lettore è quello di chiamare le autorità, senza forzare la volontà di suo nipote.
Per quanto riguarda il reato di cui all’art. 571 cod. pen., a parere dello scrivente è da ritenere che non sia ravvisabile nell’ipotesi in questione, visto che il delitto viene integrato quando l’uso in funzione educativa del mezzo astrattamente lecito sconfini nell’abuso sia in ragione dell’arbitrarietà o intempestività della sua applicazione, sia in ragione dell’eccesso nella misura (Cass., sent. n. 3789/1998).
In buona sostanza, si sconsiglia al lettore di utilizzare qualsiasi forma di coercizione nei confronti di suo nipote e, nel caso in cui il giudice non abbia ancora preso i provvedimenti adeguati (in ciò eventualmente sollecitato da un avvocato), si invita a chiamare le forze dell’ordine qualora si verifichino di nuovo situazioni come quella descritta dal lettore: ciò garantirà che nessuno faccia del male al bambino, né il padre, né gli assistenti sociali.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva


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