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Lo sai che? Malattia: se non rispetto la prescrizione del medico mi licenziano?

Lo sai che? Pubblicato il 30 marzo 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 30 marzo 2018

In malattia l’azienda può licenziare il dipendente che svolge altra attività, lavora o passa del tempo dedicandosi a un hobby?

Sei in malattia. Sei bloccato con la schiena da diversi giorni e il dottore ti ha diagnosticato una lombosciatalgia. Hai presentato il regolare certificato medico all’azienda e ora ti tocca stare dieci giorni chiuso in casa. Se non fosse per il fatto di non andare al lavoro, sarebbe una tortura. Così, non appena finiscono gli orari della reperibilità, senza fartelo ripetere due volte, esci fuori e ti dedichi ai tuoi hobby. Ti piace suonare e vai nella sala di registrazione con i tuoi amici (magari stai seduto sullo sgabello visto il problema fisico). Succede, però, che una sera di queste, suonate in un locale e, guarda caso, tra il pubblico c’è proprio il capo dell’ufficio personale. Ha uno sguardo severo di quelli che ti gelano. E già pensi a cosa potrebbe succederti al rientro dal lavoro. Sarai licenziato? Se così fosse, hai un certificato medico che attesta la malattia: dovresti avere le spalle coperte. Ma è anche vero che il dottore ti aveva detto di stare a letto per almeno dieci giorni e non stancarti. Così ti chiedi: se, in malattia, non rispetto la prescrizione del medico mi licenziano? Il tuo problema è stato affrontato numerose volte dalla giurisprudenza. I giudici della Cassazione si sono spesso trovati a decidere situazioni di dipendenti che, durante la malattia, svolgevano un secondo lavoro. Tali principi sono stati ribaditi dalla Corte in una recente sentenza [1]. Ecco cosa rischi, dunque, nel caso in cui, durante la malattia vieni trovato fuori di casa benché al di fuori delle fasce di reperibilità necessarie alla visita fiscale.

Quando è possibile lavorare durante la malattia

Lo svolgimento di altra attività lavorativa durante la malattia rappresenta un valido motivo di licenziamento solo in due situazioni:

  • quando sia sufficiente a far presumere l’inesistenza della malattia: si pensi al caso del dipendente che dichiara di avere una polmonite e invece viene trovato a fare ginnastica in una palestra;
  • oppure quando, valutata in relazione alla natura della patologia e delle mansioni svolte, l’attività svolta durante la malattia può pregiudicare o ritardare la guarigione e il rientro del lavoratore in servizio [2]. Questo perché rientra negli obblighi di diligenza e buona fede del lavoratore quello di guarire nel più breve tempo possibile per non amputare l’azienda di una propria risorsa.

Quindi, prima di intimare il licenziamento, l’azienda deve porsi due domande:

  • la malattia è vera?
  • l’attività svolta durante la malattia può effettivamente ritardare la guarigione oppure non ha alcuna incidenza sulla convalescenza?

Certificati medici falsi

Sul primo punto, proprio ieri la Cassazione si è espressa con una significativa sentenza [3] secondo la quale sta al datore provare che i certificati medici inviati dal lavoratore per ottenere la malattia sono falsi. La legge, infatti, pone in capo all’azienda l’onere inderogabile di dimostrare la sussistenza della giusta causa o del giustificato motivo del licenziamento. Non si applica, dunque, il principio della «vicinanza della prova» che imporrebbe a chi è in possesso delle “carte” dare dimostrazione del contrario (in questo caso è il dipendente che ha i certificati e che potrebbe ben provare se era davvero malato o meno). Non spetta quindi al lavoratore malato fornire la documentazione che giustifica la sua assenza dal lavoro. È l’azienda che, dovendo giustificare il licenziamento, deve spiegare perché, secondo lei, la malattia è falsa.

La ritardata guarigione

Il secondo caso in cui è possibile il licenziamento durante la malattia è quando il dipendente ritarda la guarigione. Sul punto ci si è chiesto se a contare è la data dell’effettivo rientro o il semplice comportamento, potenzialmente suscettibile di aggravare la malattia. Facciamo un esempio. Immaginiamo un dipendente che, in malattia, presenti un certificato medico ove gli viene prescritto riposo per sei giorni. Durante questa pausa, egli non fa nulla per tentare di guarire, ma anzi si stanca ancor di più. Tuttavia, come da prescrizione medica, il settimo giorno ritorna al lavoro. È licenziabile? La risposta è affermativa. Come infatti ha spiegato dalla Cassazione, il licenziamento può essere inflitto anche se il dipendente, a conti fatti, nonostante la malattia, non ritarda il rientro; il provvedimento disciplinare si giustifica per il semplice fatto di aver, anche solo potenzialmente, ritardato la guarigione.

Questo concretamente significa che il licenziamento è legittimo se il dipendente in malattia non rispetta le prescrizioni del medico che gli consigliano, ad esempio, per guarire correttamente e senza ritardi, riposo in casa o l’astensione da determinate condotte. Il dipendente, contravvenendo ai consigli del dottore, perde il posto di lavoro.

Le parole dei giudici sono state le seguenti: «Per giustificare il licenziamento, non deve derivare concretamente un ritardato rientro del lavoratore in servizio» ma basta la sola «condotta del lavoratore» che «possa astrattamente pregiudicarlo».

note

[1] Cass. sent. n. 6047/2018 del 13.03.2018.

[2] Cass. sent. nn. 17625/2014, 24812/2016, 21667/2017.

[3] Cass. sent. n. 7830/18 del 29.03.2018.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, Sezione Lavoro civile 

Sentenza 13 marzo 2018, n. 6047

LAVORO ED OCCUPAZIONE – LICENZIAMENTO – DISCIPLINARE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 4941/2016 proposto da:

(OMISSIS) S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS), giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 411/2015 della CORTE D’APPELLO di GENOVA, depositata il 28/12/2015 r.g.n. 201/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 05/12/2017 dal Consigliere Dott. IRENE TRICOMI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CELENTANO Carmelo, che ha concluso per l’accoglimento del primo, terzo e quarto motivo;

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito l’avvocato (OMISSIS).

FATTI DI CAUSA

1. La Corte d’Appello di Genova, con la sentenza n. 411 del 2012, ha accolto il reclamo proposto, ai sensi della L. n. 92 del 2012, articolo 1, comma 58, da (OMISSIS) nei confronti della societa’ (OMISSIS) spa, in ordine alla sentenza con la quale il Tribunale di Genova aveva respinto l’opposizione del lavoratore all’ordinanza con la quale lo stesso giudice aveva accolto il ricorso della societa’ datrice di lavoro e aveva rigettato la domanda del lavoratore di annullamento del licenziamento e di reintegrazione nel posto di lavoro.

L’ (OMISSIS) spa aveva adito il Tribunale chiedendo che fosse dichiarata la legittimita’ del licenziamento per giusta causa intimato al (OMISSIS) per il comportamento tenuto nella serata del (OMISSIS), mentre lo stesso era assente per malattia.

2. La Corte d’Appello in riforma della sentenza resa tra le parti dal Tribunale di Genova ha annullato il licenziamento intimato dalla societa’ (OMISSIS) spa al lavoratore, e ha condannato la societa’ datrice di lavoro a reintegrare il (OMISSIS) nel posto di lavoro e a corrispondergli un’indennita’ risarcitoria pari a 12 mensilita’ dall’ultima retribuzione globale di fatto, e a versare i contributi previdenziali e assistenziali dal giorno del licenziamento a quello della effettiva reintegrazione, oltre interessi.

3. Per la cassazione della sentenza resa in grado di appello ricorre la societa’ (OMISSIS) spa, prospettando 7 motivi di ricorso.

4. Resiste con controricorso (OMISSIS).

5. In prossimita’ dell’udienza pubblica la societa’ ha depositato memoria.

RAGIONI DELLA DECISISIONE

1. Preliminarmente, va rilevato che la condotta contestata al lavoratore veniva posta in essere il 17 luglio nel periodo in cui lo stesso era in malattia con prognosi di quattro giorni dal 15 luglio a tutto il 18 luglio 2014, riprendendo servizio il 19 luglio 2014, al termine del suddetto periodo.

2. La societa’ (OMISSIS) irrogava il licenziamento, in ragione della seguente contestazione (riportata a pag. 3 del ricorso) “La scrivente societa’ e’ venuta a conoscenza che nel periodo di sua assenza dal servizio a far data dal 15 luglio u.s. e sino al 18 luglio u.s., a seguito di presunta malattia, ella si e’ esibito in pubblico svolgendo attivita’ di concertista unitamente ad altre persone.

In particolare e’ emerso che ella, in data (OMISSIS), presso la localita’ di (OMISSIS) si e’ esibito in un concerto con quella che e’ emerso essere la sua band denominata “(OMISSIS)” nell’ambito di una serata organizzata per la festa Madonna del Carmelo protettrice di (OMISSIS).

Inoltre e’ emerso che tale suo impegno da concertista e’ stato pubblicizzato sulla stampa locale e di settore ed in particolare dal giornale  (OMISSIS)’ in data (OMISSIS), oltreche’ – a quanto riferito – da lei stesso nel suo profilo Facebook.

Il comportamento sopra descritto configura una violazione degli obblighi derivanti dal suo rapporto di lavoro con la scrivente societa’ e segnatamente, dei principi generali di correttezza e buona fede di cui agli articoli 1175 e 1375 c.c.” (…) “a) durante il suo asserito stato di malattia dal 15 al 18 luglio u.s. in data 17 luglio u.s. abbia svolto il concerto meglio specificato piu’ sopra; b) con tale suo comportamento, in violazione dei doveri di correttezza e buona fede e degli specifici obblighi contrattuali di diligenza e fedelta’, abbia rischiato di compromettere e/o aggravare e/o ritardare la guarigione dal suo asserito stato di malattia considerato che l’impegno, sia sotto il profilo fisico sia psicologico, profuso nell’esecuzione del concerto predetto – che o era inesistente o tale da consentirle comunque si svolgere la prestazione lavorativa”.

3. La Corte d’Appello ha posto a fondamento della propria decisione le seguenti argomentazioni riportate di seguito in sintesi:

il datore di lavoro aveva contestato al lavoratore il rischio di compromettere, aggravare o ritardare la guarigione in contrasto con i principi di correttezza e buona fede, senza contestare in modo esplicito lo stato di malattia pur definendolo presunto che costituiva un distinto fatto rispetto al quale vigeva il principio della immutabilita’ della contestazione;

la contestazione riguardava solo l’esibizione del 17 luglio e non anche la falsita’ del certificato medico o la non idoneita’ dello stesso a provare la malattia; In tal caso avrebbe dovuto contestare l’assenza ingiustificata e sottoporre il lavoratore a visita fiscale;

comunque il medico che aveva visitato il lavoratore, sentito, aveva confermato di aver riscontrato l’esistenza a suo carico di lombo sciatalgia e di avergli prescritto alcuni giorni di riposo;

la legittimita’ del licenziamento andava vagliata con riguardo alla compatibilita’ dell’attivita’ amatoriale con la pronta guarigione e con l’obbligo del lavoratore di adottare ogni cautela idonea perche’ lo stato di malattia cessi con conseguente recupero dell’idoneita’ lavorativa;

tale compatibilita’ ex post era certa, avendo ripreso servizio il lavoratore; la stessa sussisteva anche ex ante poiche’ una esibizione canora e musicale di tipo amatoriale, di una durata di circa due ore, posta in essere, in una serata d’estate nell’ambito di una manifestazione popolare, vicino a casa, da una persona abituata a suonare in pubblico (suonandosi la fisarmonica da seduti non si poteva ritenere che il pregiudizio per la guarigione dipendesse dallo sforzo per sostenere lo strumento) non poteva avere richiesto al lavoratore un dispendio di energie psicofisiche tale da pregiudicare la guarigione da una malattia, che considerata la sua durata non poteva dirsi grave;

andava riconosciuta la tutela reintegratoria ai sensi dell’articolo 18, comma 4, come novellato, in ragione della non sussistenza del fatto. Cio’ sia quale attivita’ extralavorativa che poneva in pericolo la guarigione, sia come simulazione della malattia, non potendosi accedere alla tesi del datore di lavoro secondo cui il fatto contestato era lo svolgimento di attivita’ extralavorativa durante l’assenza per malattia;

andava riconosciuta la corresponsione della retribuzione nella misura massima di 12 mensilita’ e del versamento dei contributi maturati dal licenziamento alla reintegra;

non risultava provato l’aliunde perceptum.

4. Tanto premesso, puo’ passarsi all’esame dei motivi di ricorso.

5. Con il primo motivo e’ dedotta, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 3, la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 300 del 1970, articolo 7, in quanto nella specie la contestazione riguardava un’unica situazione di fatto – consistente nell’essersi il lavoratore esibito in uno spettacolo canoro durante l’asserito stato di malattia – con tre distinte conseguenze, tutte violative degli articoli 1175, 1375, 2104 e 2105 c.c..

Pertanto, non vi era mutamento della contestazione, ed erroneamente la Corte d’Appello non aveva esaminato la dedotta insussistenza della malattia.

6. Con il secondo motivo di ricorso e’ prospettato il vizio di omesso esame, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5, circa fatti decisivi per il giudizio, in quanto consentivano di ritenere accertata la simulazione della malattia.

La Corte d’Appello non aveva tenuto conto di alcuni elementi che evidenziavano la simulazione dello stato di malattia, fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione:

la fissazione con anticipo delle date delle rappresentazioni;

la distanza (45 Km) del luogo del concerto dal luogo di residenza del lavoratore;

una foto sul profilo facebook che evidenziava che il lavoratore suonava la fisarmonica in piedi;

la durata del periodo di malattia a cavallo della esibizione;

l’invito del medico al (OMISSIS) a riguardarsi in ragione dello stato di salute;

la prescrizione di medicine che non avrebbero avuto effetto antinfiammatorio e la mancanza di accertamenti specialistici;

la circostanza che le mansioni svolte in azienda comportavano un impegno fisico meno gravoso di quello richiesto dall’esibizione.

Ne’ poteva attribuirsi valore al certificato medico redatto in base a dichiarazioni del paziente, e senza accertamenti specialistici specifici.

6.1. I suddetti due motivi di ricorso devono essere trattati congiuntamente, in ragione della loro connessione. Gli stessi non sono fondati.

Come questa Corte ha affermato (cfr., ex multis, Cass., n. 17625 del 2014), lo svolgimento di altra attivita’ lavorativa da parte del dipendente assente per malattia e’ idonea a giustificare il recesso del datore di lavoro per violazione dei doveri generali di correttezza e buona fede e degli specifici obblighi contrattuali di diligenza e fedelta’ ove tale attivita’ esterna, prestata o meno a titolo oneroso, sia per se’ sufficiente a far presumere l’inesistenza della malattia, dimostrando, quindi, una sua fraudolente simulazione, ovvero quando, valutata in relazione alla natura della patologia e delle mansioni svolte, l’attivita’ stessa possa pregiudicare o ritardare la guarigione e il rientro in servizio del lavoratore, ferma restando la necessita’ che, nella contestazione dell’addebito, emerga con chiarezza il profilo fattuale, cosi’ da consentire una adeguata difesa da parte del lavoratore.

Diversamente, si rimetterebbe al giudice un compito che, lungi dal costituire esercizio istituzionale dei poteri di interpretazione della volonta’ negoziale, si tradurrebbe in una inammissibile integrazione, o correzione, della medesima.

Correttamente, pertanto, la Corte d’Appello, proprio facendo applicazione del principio della specificita’ della contestazione, posto a garanzia della tutela del diritto di difesa del lavoratore cui e’ preordinata, altresi’, l’immutabilita’ dei fatti posti a fondamento del licenziamento disciplinare, ha ritenuto che la contestazione, per come formulata, riguardava l’adozione di una condotta che poteva ritardare la guarigione, dal momento che la circostanza di fatto richiamata nella contestazione medesima e’ lo svolgimento, venendone precisati luogo data e periodo della giornata, dell’attivita’ di concertista durante la malattia, e non l’inesistenza in se’ della malattia – come comunicata dal lavoratore e attestata dalle relative certificazioni mediche.

7. Con il terzo motivo di ricorso e’ prospettata la violazione e/o falsa applicazione ex articolo 360 c.p.c., n. 3, degli articoli 1175, 1375, 2104 e 2105 c.c., in riferimento a quanto previsto dalla L. n. 300 del 1970, articolo 18, dalla L. n. 604 del 1966, articolo 3, e dall’articolo 2110 c.c..

Ricorda il ricorrente come il lavoratore, durante la malattia si deve adoperare affinche’ non venga ritardata la guarigione. Cio’ comporta che debba astenersi da ogni attivita’, che possa compromettere la guarigione, non rilevando che cio’ poi non sia accaduto.

Nella specie, il comportamento del lavoratore (viaggio in macchina su strada tortuosa, attesa sul luogo del concerto con una temperatura non confacente alla malattia, esibizione per due ore, in piedi e sostenendo il peso della fisarmonica), in presenza della supposta lombosciatalgia, aveva violato tale obbligo e le previsioni di cui agli articoli 2110, 2104, 1175 e 1375 c.c..

8. Con il quarto motivo di ricorso e’ dedotta la violazione e falsa applicazione, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 3, in relazione all’articolo 2106 c.c., e conseguente violazione della L. n. 300 del 1970, articolo 18, e in subordine della L. n. 604 del 1966, articolo 3.

La Corte d’Appello non aveva considerato che il lavoratore era consapevole che, ponendo in essere la suddetta condotta, avrebbe potuto essere sottoposto a procedimento disciplinare, essendo gia’ incorso in sanzione disciplinare, evidenziandosi, cosi’, da parte dello stesso, una non curanza nella considerazione dei propri comportamenti sul rapporto di lavoro e la violazione del rapporto di fiducia e fedelta’.

9. Con il quinto motivo di ricorso e’ esposto il vizio di omesso esame e travisamento dei fatti circa la compatibilita’ della malattia con l’attivita’ amatoriale e la sua incompatibilita’ con l’attivita’ lavorativa ex articolo 360 c.p.c., n. 5.

La Corte d’Appello aveva escluso la giusta causa senza valutare se lo status del (OMISSIS), consentendogli di effettuare una esibizione canora, avrebbe potuto consentire allo stesso lo svolgimento delle mansioni in azienda, circostanza che non poteva essere esclusa a priori ma necessitava della prova concreta.

10. Con il sesto motivo di ricorso e’ prospettata violazione e falsa applicazione, ai sensi dell’articolo 3 c.p.c., in relazione agli articoli 2697 e 2729 c.c., in ordine alla raggiunta prova della idoneita’ dell’attivita’ extra lavorativa del (OMISSIS) a pregiudicare il pieno e tempestivo recupero delle energie psico-fisiche.

Gravava sul lavoratore l’onere di dimostrare la compatibilita’ delle attivita’ in questione con la malattia impeditiva dell’attivita’ lavorativa.

La Corte d’Appello nel ritenere tale compatibilita’ aveva supplito all’onere probatorio del lavoratore, affermando come compatibile la persistenza della lombo sciatalgia con lo svolgimento dell’attivita’ in questione.

E’ contestato, altresi’, che la Corte d’Appello ha valutato la compatibilita’ ex post e non ex ante come andava effettuato.

Ravvisando un contrasto sul punto nella giurisprudenza il ricorrente chiede che la questione venga rimessa alle Sezione Unite.

11. I motivi dal terzo al sesto devono essere trattati congiuntamente in ragione della loro connessione.

Gli stessi sono fondati nei limiti di seguito esposti.

11.1. Nella specie i principi che informano la materia sono consolidati: lo svolgimento di altra attivita’ lavorativa da parte del dipendente assente per malattia e’ idoneo a giustificare il recesso del datore di lavoro per violazione dei doveri generali di correttezza e buona fede e degli specifici obblighi contrattuali di diligenza e fedelta’ ove tale attivita’ esterna, prestata o meno a titolo oneroso, sia per se’ sufficiente a far presumere l’inesistenza della malattia, dimostrando, quindi, una sua fraudolente simulazione, ovvero quando, valutata in relazione alla natura della patologia e delle mansioni svolte, l’attivita’ stessa possa pregiudicare o ritardare la guarigione e il rientro in servizio del lavoratore (v., ex plurimis, Cass. n. 17625 del 2014, Cass., n. 24812 del 2016, Cass., n. 21667 del 2017).

Inoltre, l’espletamento di attivita’ extralavorativa durante il periodo di assenza per malattia costituisce illecito disciplinare non solo se da tale comportamento deriva un’effettiva impossibilita’ temporanea della ripresa del lavoro, ma anche quando la ripresa e’ solo messa in pericolo dalla condotta imprudente (v. Cass., n. 16465 del 2015), con una valutazione di idoneita’ che deve essere svolta necessariamente ex ante, rapportata al momento in cui il comportamento viene realizzato (citata Cass., n. 21667 del 2017, n. 10416 del 2017, n. 24812 del 2016, n. 17625 del 2014).

11.2. La Corte territoriale ha correttamente richiamato i suddetti principi di diritto e cioe’ che il lavoratore assente per malattia – che quindi legittimamente non effettua la prestazione lavorativa – non per questo deve astenersi da ogni altra attivita’, quale in ipotesi un’attivita’ ludica o di intrattenimento, anche espressione dei diritti della persona, ma la stessa non solo deve essere compatibile con lo stato di malattia, ma deve essere altresi’ conforme all’obbligo di correttezza e buona fede, gravante sul lavoratore, di adottare ogni cautela idonea perche’ cessi lo stato di malattia, con conseguente recupero dell’idoneita’ al lavoro, ma non ne’ ha fatto corretta applicazione.

11.3. L’impugnata sentenza risulta affetta dai vizi denunciati nei suddetti motivi nella parte in cui non ha operato, nel rispetto dell’onere probatorio che grava sul lavoratore, il giudizio di verifica della conformita’ a correttezza e buona fede della condotta contestata al lavoratore rispetto all’obbligo di cautela gravante sul lavoratore.

La Corte d’Appello, limitandosi a richiamare le circostanze fattuali, non ha esteso la propria indagine al vaglio del rispetto degli obblighi di correttezza e buona fede che richiedevano che il lavoratore adottasse ex ante le cautele del caso, anche in ragione della circostanza che il medico che aveva rilevato la lombo sciatalgia aveva prescritto, essenzialmente, il riposo.

13. Con il settimo motivo di ricorso e’ dedotta la violazione dell’articolo 360 c.p.c., n. 3, in relazione alla L. n. 300 del 1970, articolo 18, come modificato dalla L. n. 92 del 2012, in ordine all’accertato obbligo della societa’ di reintegrare il lavoratore.

Nella specie, erroneamente la Corte d’Appello aveva ritenuto l’insussistenza del fatto contestato, e confondendo il fatto materiale oggetto di contestazione con gli effetti propri della asserita malattia. nella specie, quindi, al piu’ doveva trovare applicazione la L. n. 300 del 1970, articolo 18, comma 5, come novellato.

13.1. All’accoglimento, nei sensi sopra indicati, dei motivi dal terzo al sesto segue l’assorbimento del settimo motivo.

14. Il ricorso va accolto nei limiti di cui in motivazione in relazione al terzo, quarto, quinto e sesto motivo. Rigettati il primo ed il secondo motivo. Assorbito il settimo motivo. L’impugnata sentenza va cassata con rinvio, anche per le spese del presente giudizio, alla Corte d’appello di Genova in diversa composizione.

P.Q.M.

La Corte accoglie nei limiti di cui in motivazione il terzo, quarto, quinto e sesto motivo di ricorso. Rigetta il primo ed il secondo motivo. Assorbito il settimo. Cassa la sentenza impugnata in ordine ai motivi accolti e rinvia alla Corte d’Appello di Genova in diversa composizione anche per le spese del presente giudizio.


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