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Lo sai che? Testimonianza nel processo penale

Lo sai che? Pubblicato il 4 aprile 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 4 aprile 2018

Chi è il testimone? Cos’è la lista testi? Cos’è la testimonianza indiretta? Cos’è l’esame incrociato? Cos’è la falsa testimonianza? Quali sono le prove nel processo penale?

Il procedimento penale è un lungo percorso (a volte, un vero e proprio labirinto!) scandito da momenti diversi: c’è, ad esempio, la fase delle indagini, quella dell’udienza preliminare (sull’argomento leggi questo articolo), quella del giudizio dibattimentale, cioè del processo vero e proprio. All’interno del procedimento penale si muovono, essenzialmente, due figure: il magistrato del pubblico ministero, onerato di provare il crimine contestato, e l’imputato, accusato del reato. Per dimostrare la colpevolezza dell’imputato, il magistrato del pubblico ministero può avvalersi di diversi mezzi di prova, gli stessi di cui si serve l’imputato per confutare la tesi accusatoria e dimostrare, al contrario, la propria innocenza. La legge, quindi, mette a disposizione dei contendenti le stesse armi, cioè gli stessi mezzi di prova. Tra questi, il più noto è senz’altro la testimonianza. Con questo articolo cercheremo di capire cos’è la testimonianza nel processo penale.

Procedimento probatorio: cos’è?

Prima di entrare nel merito dell’argomento e di affrontare il problema della funzione della testimonianza nel processo penale, bisogna premettere che la legge dedica uno specifico momento all’acquisizione delle prove: si tratta del dibattimento, durante il quale avviene l’istruttoria processuale. È questa la fase deputata prima all’ammissione, poi all’acquisizione delle prove richieste dalle parti.

All’apertura del dibattimento, le parti (nell’ordine: il magistrato del pubblico ministero, la difesa della costituita parte civile, del responsabile civile e del civilmente obbligato per la pena pecuniaria se presenti, infine la difesa dell’imputato) chiedono al giudice l’ammissione delle proprie prove [1].

Il giudice, valutata la pertinenza e l’utilità dei mezzi di prova indicati, li ammette e dichiara l’apertura del dibattimento. L’ammissione costituisce il momento in cui gli elementi di prova raccolti dalle parti a sostegno delle diverse tesi entrano nel processo.

Nello specifico, perché una prova venga ammessa dal giudice deve essere:

  • pertinente, cioè riguardante il fatto contestato all’imputato;
  • legale, cioè non vietata dalla legge: si pensi ad un’intercettazione raccolta senza l’autorizzazione del magistrato;
  • rilevante: deve cioè essere importante per la dimostrazione della tesi prospettata, non abbondante o inutile [2].

Testimonianza: cos’è la lista testi?

Prima di parlare in modo approfondito della testimonianza nel processo penale, bisogna ricordare che le parti che intendono avvalersi di testimoni, periti e consulenti tecnici devono depositare, nella cancelleria del giudice competente, almeno sette giorni prima della data fissata per il dibattimento, una lista ove si chiede al giudice l’ammissione di questi mezzi di prova [3].

La lista da depositare riguarda soltanto le persone (testimoni, periti e consulenti tecnici), non anche gli altri mezzi di prova. Di conseguenza, non sarà necessario indicare nella lista anche i documenti che si vorrà produrre in giudizio.

Processo penale: quali sono le prove?

Il codice di procedura penale disciplina in maniera unitaria i mezzi di prova (cioè, le prove) nel processo penale, definendole tecnicamente mezzi di prova. Vengono invece chiamati mezzi di ricerca della prova quelli finalizzati a rintracciare la prova stessa: è il caso delle perquisizioni, delle ispezioni, delle intercettazioni, ecc.

Le prove nel processo penale sono:

  1. la testimonianza;
  2. l’esame delle parti;
  3. il confronto;
  4. le ricognizioni;
  5. gli esperimenti giudiziali;
  6. la perizia;
  7. i documenti.

A queste prove “tipiche”, cioè previste nel dettaglio dalla legge, si affiancano quelle “atipiche”, cioè quelle comunque idonee ad assicurare l’accertamento dei fatti oggetto del processo [4].

Testimonianza: cos’è?

La prima, e più classica, prova nel processo penale è la testimonianza. Il testimone è una persona che è a conoscenza dei fatti oggetto del processo penale, ad esempio perché vi ha assistito.

Il testimone è esaminato sui fatti che costituiscono oggetto di prova, cioè sulla responsabilità dell’imputato e sui fatti idonei a valutare l’attendibilità delle fonti [5]; ha l’obbligo di rispondere secondo verità, pena il reato di falsa testimonianza (vedi dopo).

Il testimone è sentito mediante esame incrociato: viene cioè sottoposto prima alle domande della parte che l’ha citato (pubblico ministero, difesa dell’imputato oppure, se presenti, costituita parte civile, responsabile civile e civilmente obbligato per la pena pecuniaria), dopodiché a quelle delle altre parti; infine, nuovamente dalla parte che l’ha voluto nel processo.

Esemplifichiamo. Immaginiamo un processo con sole due parti (quelle necessarie): pubblico ministero e difesa dell’imputato. I testimoni dell’accusa hanno la precedenza. Verrà pertanto sentito per primo Tizio, teste del p.m. Il magistrato gli farà delle domande, ovviamente pertinenti al processo, evitando quelle suggestive (cioè che suggeriscono già la risposta “esatta”) e quelle irrilevanti o superflue. Dopodiché toccherà all’avvocato di Caio, imputato, il quale farà le sue domande a Tizio, senza il vincolo del divieto delle domande suggestive. Ed infatti, secondo la legge, la parte che non ha citato il teste ha “le mani libere”, nel senso che, per verificare la bontà della testimonianza, ha facoltà di porre anche domande ingannevoli, volte a far cadere in contraddizione il testimone.

La testimonianza può vertere solo sui fatti oggetto del procedimento e solo se appresi direttamente: è vietata la testimonianza indiretta, cioè quella che fa riferimento ad altre persone («Non ho visto cosa è successo, ma Sempronio mi ha detto che…») [6]. In questo caso, se necessario, verrà chiamato a deporre colui che ha assistito direttamente ai fatti.

Testimonianza: quali sono i limiti?

Abbiamo detto che il testimone può deporre solo su circostanze precise, inerenti al fatto costituente reato, sempre che vi abbia assistito direttamente. Non può, inoltre, deporre sulla moralità dell’imputato (salvo eccezioni) o sulle voci correnti nel pubblico, né esprimere apprezzamenti personali.

Il testimone non può essere obbligato a deporre su fatti dai quali potrebbe emergere una sua responsabilità penale [7]. Esempio: Tizio, accusato del reato di omissione di soccorso,è stato visto da Caio negare aiuto a una persona gravemente ferita. Il problema è che anche Caio era lì presente e, pertanto, l’obbligo di soccorso gravava anche lui. Di conseguenza, se Caio dicesse la verità si auto-accuserebbe del medesimo reato. Per questa ragione, la legge gli consente di tacere.

La testimonianza è obbligatoria per chi viene citato. Tuttavia, è data facoltà di astensione ai prossimi congiunti dell’imputato [8], a meno che questi ultimi non siano le persone offese che hanno sporto denuncia o querela.

Inoltre, non possono essere obbligati a deporre su quanto hanno conosciuto per ragione della loro professione (segreto professionale) le seguenti categorie:

  • i ministri di confessioni religiose;
  • gli avvocati, gli investigatori privati autorizzati, i consulenti tecnici e i notai;
  • i medici, i chirurghi, i farmacisti, le ostetriche e ogni altro esercente una professione sanitaria;
  • tutti gli esercenti altre professioni ai quali la legge riconosce la facoltà di astenersi dal deporre determinata dal segreto professionale [9].

Hanno altresì obbligo di astenersi dal deporre sui fatti conosciuti per ragioni del loro ufficio che devono rimanere segreti (segreto d’ufficio) i pubblici ufficiali, i pubblici impiegati e gli incaricati di un pubblico servizio [10]. Gli stessi devono astenersi nel caso di fatti coperti dal segreto di Stato [11].

Falsa testimonianza: cos’è?

Giunti a questo punto, sicuramente molti si chiederanno perché la legge attribuisce tanta importanza alle dichiarazioni di chi, in effetti, potrebbe tranquillamente mentire.

Tizio, chiamato a deporre in qualità di teste (= testimone) nel processo a carico di Caio, afferma falsamente di averlo visto intrufolarsi nell’appartamento del vicino. Mevio, testimone in altro giudizio, pur essendo a conoscenza di fatti importanti per il processo, dice al giudice di non sapere nulla.

In entrambi i casi i testimoni non aiutano la giustizia, la quale potrebbe essere fuorviata, con il rischio di giungere alla condanna di un innocente. Proprio a tutela del corretto funzionamento della giustizia italiana, il codice penale punisce il reato di falsa testimonianza con la reclusione da due a sei anni. Commette falsa testimonianza colui che, deponendo come testimone innanzi all’autorità giudiziaria, afferma il falso o nega il vero, ovvero tace, in tutto o in parte, ciò che sa intorno ai fatti sui quali è interrogato [12].

Riprendendo l’esempio sopra riportato, sia Tizio che Mevio incorrono nel delitto appena menzionato, visto che il primo mente spudoratamente, mentre il secondo è reticente, cioè serba il silenzio riguardo fatti importanti per il processo.

Pertanto, la legge italiana ha conferito grande importanza alla prova testimoniale proprio perché, a garanzia dell’esigenza di verità e giustizia, il teste falso o reticente rischia di incorrere in una rilevante sanzione penale.

Per un approfondimento sulla falsa testimonianza si rinvia alla lettura dell’articolo Il reato di falsa testimonianza.

note

[1] Art. 493 cod. proc. pen.

[2] Art. 190 cod. proc. pen.

[3] Art. 468 cod. proc. pen.

[4] Art. 189 cod. proc. pen.

[5] Art. 194 cod. proc. pen.

[6] Art. 195 cod. proc. pen.

[7] Art. 198 cod. proc. pen.

[8] Art. 199 cod. proc. pen.

[9] Art. 200 cod. proc. pen.

[10] Art. 201 cod. proc. pen.

[11] Art. 202 cod. proc. pen.

[12] Art. 372 cod. pen.


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