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Tv ad alto volume: c’è reato?

3 Aprile 2018


Tv ad alto volume: c’è reato?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 Aprile 2018



Il reato di disturbo della quiete pubblica scatta quando il rumore non riguarda solo il vicino di casa. 

Il tuo vicino di casa ha minacciato di denunciarti ai carabinieri: la scorsa sera, mentre cercava di riposarsi dopo una lunga giornata di lavoro, avresti tenuto ad alto volume la televisione non lasciandolo dormire. Il fatto, in verità, si sarebbe – a suo dire – ripetuto più volte, sicché ora è costretto a ricorrere alle vie legali. A te sicuramente piace vedere la tv in dolby: hai acquistato un subwoofer potente che ti dà l’impressione di essere a cinema (e cosa c’è di più bello di gustarsi, la sera, un bel film in dvd?), Non credi però di aver ecceduto col volume, specie di sera quando non ci sono rumori di fondo a disturbarti. Per scrupolo, tuttavia, hai chiesto ad altri condomini dello stesso palazzo se anche loro hanno sentito rumore. La loro risposta è stata negativa. Insomma, ad essere stato disturbato è solo quello che abita accanto a te e, probabilmente, il proprietario del piano di sotto. Limitato così il danno ti chiedi se davvero c’è reato per la tv ad alto volume. La risposta al tuo quesito è stata fornita qualche giorno fa dalla Cassazione [1].

La Corte ricorda che, affinché si configuri il reato di disturbo della quiete pubblica (o, meglio detto, «disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone» [2]), le emissioni sonore ad alto volume devono essere tali da arrecare pregiudizio ad un numero elevato di persone e non solamente uno o due condomini, quelli più vicini di appartamento. Il concetto di disturbo, vietato dalla legge, è quello «superiore alla normale tollerabilità», situazione che va valutata caso per caso, sulla base di perizie fonometriche o di prove testimoniali. Lo stesso rumore che non è molesto a mezzogiorno lo può essere invece a mezzanotte.

Detto ciò, per configurare un reato è necessario che il disturbo sia tale da colpire – anche solo potenzialmente (quindi a prescindere dal fatto che gli eventuali appartamenti limitrofi siano disabitati) – «un numero indeterminato di persone» e non già solamente gli «abitanti dell’appartamento sovrastante o sottostante la fonte di propagazione, ma ad una più consistente parte degli occupanti il medesimo edificio».

Insomma, il penale scatta solo se il volume della televisione è, per la sua intensità, tale da travalicare l’ambito spaziale della abitazione immediatamente limitrofa, per accedere anche agli ambienti ulteriori «così determinando quella diffusività, sia pure solo potenziale, della lesione».

Affinché la tv ad alto volume sia reato è necessario che a sentirla siano quasi tutti i condomini dello stesso edificio e non solo quello che vive più vicino al molestatore; ciò vale anche se a lamentarsi è solo quest’ultimo e non tutti gli altri. Diversamente, avremo solo un illecito civile che può dar diritto al risarcimento del danno oltre a una condanna del giudice alla cessazione delle condotte moleste (ossia ad abbassare il volume durante la sera). Il magistrato potrebbe anche emettere una misura con cui, anticipatamente, obbliga il disturbatore notturno a versare una somma di denaro per ogni giorno in cui, in futuro, violerà il comando contenuto nella sentenza.

Sorge però un problema: quello della prova. Abbiamo detto che la dimostrazione del volume alto può essere dato con un accertamento tecnico o con testimoni. Ebbene, se nel processo penale la vittima è testimone e quindi chi viene molestato dai rumori forti può, con le proprie dichiarazioni, far condannare il colpevole, ciò non può succedere nel processo civile. Quindi, nel caso in cui il rumore non configuri reato è necessario che l’attore si procuri le prove di ciò che afferma. Prove che, non potendo essere la consulenza tecnica (visto che l’evento si è già verificato e difficilmente il colpevole ripeterà la condotta molesta in corso di causa) non potrà che essere la testimonianza di un terzo, magari un ospite, presente nel proprio appartamento proprio nell’esatto istante in cui è stato avvertito il volume esagerato della televisione.

In sintesi. Non c’è reato per chi non molesta tutto lo stabile con il volume del televisore alto. Il penale scatta solo quando il rumore si sente per tutto (o quasi) lo stabile. In questo caso si può procedere alla denuncia. Negli altri casi invece è necessario fare una causa civile per ottenere la cessazione dell’illecito e il risarcimento.

note

[1] Cass. sent. n. 14596/18 del 30.03.2018.

[2] Art. 659 cod. pen.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 17 novembre 2017 – 30 marzo 2018, n. 14596
Presidente Ramacci – Relatore Gentili

Ritenuto in fatto

Il Tribunale di Teramo, con sentenza del 2 novembre 2015, ha dichiarato la penale responsabilità di D.F.D. in ordine al reato di cui all’art. 659 cod. pen., per avere egli in tempi diversi ed in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, abusando di strumenti sonori, in specie il televisore del quale manteneva alto il volume audio, disturbato il riposo delle persone appartenenti ai nuclei familiari le cui abitazioni erano adiacenti a quella occupata dall’imputato; il Tribunale lo ha, pertanto, condannato alla pena di Euro 200.00 di ammenda.
Nel motivare la propria decisione il Tribunale di Teramo ha rilevato come dalle risultanze istruttorie, costituite dalle dichiarazioni della denunziante C.A.G. , costituitasi parte civile – persona la cui abitazione si trova nel medesimo condominio dell’imputato, accanto a quella occupata da quest’ultimo – e della di lei figlia, Petrini Anna Laura, sarebbe risultato che l’imputato era solito tenere il volume audio del proprio televisore molto alto fino a tarda notte, così impedendo il riposo delle persone occupanti gli appartamenti limitrofi al suo.
Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione il prevenuto, assistito dal suo difensore di fiducia, contestandone la legittimità sia sotto il profilo della violazione di legge che sotto quello della manifesta illogicità della motivazione.

Considerato in diritto

Il ricorso è fondato e, pertanto, il medesimo deve essere accolto.
Osserva, infatti, il Collegio, che il ricorrente ha censurato la sentenza del Tribunale di Teramo sotto il profilo del vizio di motivazione nonché sotto quello della violazione di legge per avere considerato elemento di riscontro delle dichiarazioni rese dalla denunziante, peraltro costituitasi parte civile, la deposizione testimoniale della figlia di costei, sebbene la stessa, per sua stessa ammissione, al momento in cui si sarebbero svolti i fatti, non viveva più con la madre ma in un altro appartamento non ubicato nel medesimo condominio interessato dai fatti per cui è processo e per avere trascurato di esaminare la intensità delle immissioni sonore e la loro idoneità a cagionare disturbo alla quiete pubblica.
Effettivamente in relazione all’accertamento dei fatti di causa ed alla valutazione della loro rilevanza penale, il procedimento epistemologico seguito dal giudicante presenta degli evidenti profili di illogicità e, comunque, di incompletezza, tali da determinare, oltre che l’illogicità della motivazione, anche il cattivo governo dei principi normativi applicabili alla fattispecie.
Premesso, infatti, che in tema di disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone, l’effettiva idoneità delle emissioni sonore ad arrecare pregiudizio ad un numero indeterminato di persone costituisce un accertamento di fatto rimesso all’apprezzamento del giudice del merito, il quale non è tenuto a basarsi esclusivamente sull’espletamento di specifiche indagini tecniche, ben potendo fondare il proprio libero convincimento su altri elementi probatori in grado di dimostrare la sussistenza del fenomeno in grado di arrecare oggettivamente disturbo alla pubblica quiete (Corte di cassazione, Sezione III penale, 16 marzo 2015, n. 11031; idem Sezione I penale, 25 maggio 2011, n. 20954), rileva, tuttavia, la Corte che i pur astrattamente rilevanti altri elementi probatori debbono essere dotati di adeguata decisività.
Nel caso di specie il Tribunale di Teramo, che pur ha dato atto della esistenza di una certa animosità fra le parti, ha attribuito valenza determinante alla sola testimonianza resa dalla denunziante C. , sebbene, sempre per ammissione di costei, il condominio teatro dei fatti era abitato da circa 10 famiglie.
Come è noto, ai fini della sussistenza del reato contèstato al prevenuto, sebbene non è necessario che vi sia in atto la lesione di posizioni soggettive riferibili ad una moltitudine di persone individuate, è tuttavia indispensabile che i rumori prodotti abbiano una tale diffusività che l’evento di disturbo sia potenzialmente idoneo ad essere risentito da un numero indeterminato di persone (Corte di cassazione, Sezione I penale, 20 dicembre 2011, n. 47298); come è stato, in particolare, rilevato, proprio in fattispecie in cui le immissioni sonore erano avvenute in un edificio condominiale, la produzione di rumori idonei ad arrecare disturbo o a turbare la quiete e le occupazioni deve essere riferibile non solo agli abitanti dell’appartamento sovrastante o sottostante la fonte di propagazione, ma ad una più consistente parte degli occupanti il medesimo edificio (Corte di cassazione, Sezione I penale, 13 novembre 2013, n. 45616).
Nel caso in esame, invece, il Tribunale di Teramo si è limitato a verificare (peraltro con accertamento piuttosto superficiale, posto che le dichiarazioni della parte civile – che, stante la veste ricoperta dal dichiarante devono essere oggetto di una verifica, quanto alla loro piena attendibilità oggettiva e soggettiva, più approfondita di quanto si verifica per ciò che attiene di regola alle dichiarazioni rese dal teste in dibattimento – non possono certamente essere ritenute riscontrate da quanto a sua volta riportato dalla figlia di costei, atteso che, vivendo ella non nella abitazione della madre, ha verosimilmente riportato quanto dalla madre a lei a sua volta raccontato, dando, in tal modo corso ad una mera circolarità informativa fenomeno nel quale alla pluralità di informatori corrisponde, tuttavia, la unicità della fonte informata) la sola soggezione della abitazione della C. , abitazione limitrofa a quella dell’imputato, alla pervasione sonora derivante dall’uso, ritenuto improprio, da parte del D.F. dell’apparecchio televisivo, senza assolutamente considerare la necessità, come invece dianzi evidenziata, di verificare se le immissioni in questione erano, per la loro intensità, tali da travalicare l’ambito spaziale della abitazione immediatamente limitrofa, per accedere anche agli ambienti ulteriori, così determinando quella diffusività, sia pure solo potenziale, della lesione nella quale si realizza la antigiuridicità penale della condotta.
La sentenza impugnata deve, pertanto, essere annullata con rinvio al Tribunale di Teramo, che, in diversa composizione personale, facendo applicazione dei principi sopra esposti, rivaluterà la effettiva ricorrenza degli estremi del reato contestato al D.F..

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio al Tribunale di Teramo.


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