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Raccomandazione per posto di lavoro: cosa si rischia

4 Aprile 2018


Raccomandazione per posto di lavoro: cosa si rischia

> Diritto e Fisco Pubblicato il 4 Aprile 2018



Il posto di lavoro non può essere una merce di scambio: la promessa di assunzione in cambio di denaro è un contratto contrario al buon costume e l’inadempimento dall’una o dall’altra parte non può essere punito dal giudice.

Quando qualcosa è raro, diventa merce di scambio perché acquista valore. Tanto maggiore è la scarsità, tanto maggiore è il valore della merce. Succedeva un tempo per l’oro, oggi invece avviene con i posti di lavoro. Un’assunzione è diventata come i materiali pregiati: si paga cara e amara. A volte la controprestazione è un periodo di lavoro in nero e mal retribuito (o, del tutto, gratuito); altre volte sono le avance del datore; altre ancora un voto elettorale. C’è chi invece va direttamente al sodo e, in cambio di una raccomandazione, si fa pagare. «Se mi dai 20mila euro, faccio assumere tuo figlio»: detta così, senza peli sulla lingua, potrebbe sembrare una proposta scandalosa, ai confini con il reato. E di reato certo si tratta se fossimo nell’ambito della pubblica amministrazione, dove le assunzioni devono necessariamente avvenire – per Costituzione – previo concorso pubblico. Nel privato, invece, le cose vanno diversamente: ognuno è libero di assumere chi vuole e se il neo-dipendente è poi un incapace, allora peggio per l’azienda che s’è venduta. Ma, se sotto il profilo penale, non ci sono conseguenze, cosa succede invece da un punto di vista civilistico? Che succede cioè se il patto non viene rispettato e, benché la somma sia stata incassata, l’assunzione non viene accordata? Una recente ordinanza della Cassazione [1] fa luce sull’interrogativo e spiega, a chiare lettere, cosa si rischia in caso di una raccomandazione per un posto di lavoro.

Per capire il ragionamento della Corte, partiamo da un esempio. Immaginiamo che Tizio paghi una prostituta per una prestazione sessuale, ma che poi questa, per una ragione o per un’altra, si tiri indietro e non conceda i “favori” promessi. Cosa può fare Tizio per riavere indietro i soldi? Ammesso e non concesso che voglia presentarsi da un giudice e raccontare tutta la vicenda, egli non potrebbe ottenere mai tutela: non potrebbe cioè fare un decreto ingiuntivo alla escort o farle causa per l’inadempimento contrattuale. Questo perché c’è un articolo nel codice civile [2] in base al quale tutti i contratti fatti per uno scopo che offende il buon costume sono nulli e chi ha pagato non può ottenere la restituzione dei soldi resi. La ragione di tale norma è chiara: entrambe le parti sono sullo stesso piano, tutte e due consapevoli di fare qualcosa di turpe che non può essere ammesso dalla legge; e l’aver realizzato tale scopo in piena consapevolezza è un rischio per entrambe. Infatti, non potendo intervenire lo Stato a tutelare l’uno o l’altro, chi ha già pagato non può ottenere indietro la somma versata se poi non ottiene la controprestazione e chi invece fornisce il piacere non può poi rivendicare la somma che gli era stata promessa. Insomma, come dire che a rischiare è colui che “anticipa”. Per andare sul sicuro bisognerebbe pagare non appena si sta ricevendo quanto concordato.

Lo stesso discorso vale anche per la raccomandazione per un posto di lavoro. Secondo il provvedimento della Cassazione qui in commento, è vero che siamo davanti a un contratto nullo perché contrario all’ordine pubblico, ma è anche un atto che offende il buon costume. E stringere un patto contrario al buon costume ha appunto lo svantaggio di non poter più chiedere la restituzione di quanto pagato se l’impegno non viene mantenuto. Se la raccomandazione fallisce e l’assunzione non viene più accordata, i soldi restano nella tasca di chi li ha in quel momento: il padre (se ancora non ha pagato), il truffatore (se il versamento è stato già eseguito).

Qualcuno potrebbe dire: in questo modo lo Stato tutela i truffatori! Già, perché se una persona, mentendo, millanta conoscenze presso una grossa azienda e chiede dei soldi per un posto di lavoro che poi non c’è, i poveri padri che hanno sperato di comprare al figlio un futuro restano fregati. Ma è sbagliato vederla così. Sbaglia anche il padre che indulge a un accordo del genere: chi è causa dei suoi mali pianga se stesso, dice lo Stato che non può intervenire in qualcosa di turpe. Il padre già sa che non è né lecito, né “bello” pagare per un posto di lavoro; ciò nonostante accetta l’accordo – «spinto dalla necessità», si potrebbe dire, ma questa non è una giustificazione – e, perciò, sa già di rischiare, di non avere cioè armi di difesa in un eventuale tribunale per poter ottenere indietro i soldi. 

Insomma quando il “contratto” di scambio avviene nella reciproca scorrettezza, nulla può essere richiesto indietro e si tiene i soldi l’ultimo che li ha messi in tasca. 

Il penale scatta invece quando c’è in mezzo la politica. Se infatti viene promesso un voto in cambio di un’assunzione, a rischiare il penale sono sia il candidato alle elezioni, sia l’elettore: per entrambi scatta la reclusione da sei mesi a tre anni e la multa da 309 a 2.065 euro. Si tratta del reato di voto di scambio, che punisce qualsiasi tipo di favore, anche un posto di lavoro. A ricordarlo è stata proprio la Cassazione in più di una volta [3] (leggi Promessa di lavoro in cambio di voto: cosa si rischia?). Diverso è, invece, il discorso per l’imprenditore che fa avance in cambio di un piacere: in questo caso il reato (solo per chi chiede le prestazioni sessuali) è quello di tentata concussione [4].

C’è infine il caso della sostituzione di persona: chi fa credere di avere influenze in un determinato ambiente vantandosi di una carica o una posizione che invece non ha e, a fronte di tale millanteria, riesce a portarsi a letto una donna: in tal caso scatta – sempre secondo la Cassazione [5] – il reato di violenza sessuale (leggi Fingere per conquistare una donna è violenza sessuale).

note

[1] Cass. ord. n. 8169/18 del 3.04.2018.

[2] Art. 2035 cod. civ.

[3] Cass. sent. n. 39064/2017.

[4] Cass. sent. n. 11369/2018 del 13.03.2018.

[5] Cass. sent. 55481/17 del 13.12.2017.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 30 gennaio – 3 aprile 2018, n. 8169
Presidente Amendola – Relatore Cirillo

Fatti di causa

1. B.F. convenne in giudizio L.M.F. , davanti al Tribunale di Torre Annunziata, chiedendo che fosse condannato al pagamento della somma di Euro 20.650,84 asseritamente da lui versata a titolo di compenso per la promessa di un posto di lavoro per la figlia B.L. presso il Banco di Napoli, ove il convenuto aveva sostenuto di avere alcune conoscenze. A sostegno della domanda, l’attore espose che l’assunzione non era avvenuta e che egli aveva sporto denunzia per i reati di truffa e millantato credito, dai quali il L.M. era stato prosciolto per intervenuta prescrizione.
Si costituì in giudizio il convenuto, chiedendo il rigetto della domanda. Il Tribunale rigettò la domanda per mancanza di prova e compensò le spese di giudizio.
2. La pronuncia è stata impugnata in via principale dall’attore soccombente e in via incidentale dal convenuto (in punto di spese) e la Corte d’appello di Napoli, con sentenza del 24 maggio 2016, ha accolto il gravame principale e, in riforma della decisione del Tribunale, ha condannato l’appellato al pagamento della somma suindicata, con gli interessi ed il carico delle spese dei due gradi di giudizio.
Ha osservato la Corte territoriale che nella specie non doveva trovare applicazione la soluti retentio di cui all’art. 2035 cod. civ., bensì la disciplina dell’indebito oggettivo, poiché il versamento di denaro era avvenuto in violazione anche di norme imperative e non solo del buon costume.
3. Contro la sentenza della Corte d’appello di Napoli propone ricorso L.M.F. con affidato a due motivi.
Resiste B.F. con controricorso.
Il ricorso è stato avviato alla trattazione in camera di consiglio, sussistendo le condizioni di cui agli artt. 375, 376 e 380-bis cod. proc. civ., ed entrambe le parti hanno depositato memorie.

Ragioni della decisione

1. Con il primo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360, primo comma, n. 3) e n. 5), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 2035 cod. civ., oltre ad omesso esame di un fatto decisivo oggetto di contestazione tra le parti.
Osserva il ricorrente che il pagamento da lui ricevuto non avrebbe dovuto essere considerato ripetibile, trovando applicazione nella specie la regola di cui all’art. 2035 cod. civ. e la conseguente soluti retentio.
1.1. Il motivo è fondato.
Questa Corte ha in passato già affermato che la nozione di negozio contrario al buon costume comprende (oltre ai negozi che infrangono le regole del pudore sessuale e della decenza) anche i negozi che urtano contro i principi e le esigenze etiche della coscienza collettiva, elevata a livello di morale sociale, in un determinato momento ed ambiente, e per altro verso che sono irripetibili, ai sensi dell’art. 2035 cod. civ., i soli esborsi fatti per uno scopo contrario al buon costume, ma non pure le prestazioni fatte in esecuzione di un negozio illegale per contrarietà a norme imperative (sentenza 18 giugno 1987, n. 5371, in linea con l’insegnamento delle Sezioni Unite, sentenza 17 luglio 1981, n. 4414).
Più di recente, questa Corte ha precisato – in una fattispecie diversa, ma tuttavia assimilabile a quella odierna – che chi ha versato una somma di denaro per una finalità truffaldina o corruttiva non è ammesso a ripetere la prestazione, perché tali finalità, certamente contrarie a norme imperative, sono da ritenere anche contrarie al buon costume (sentenza 21 aprile 2010, n. 9441).
La sentenza 17 settembre 2010, n. 35352, della Seconda Sezione Penale di questa Corte, invece, ha stabilito che la natura illecita del patto intercorso con la vittima di una truffa non impedisce la condanna dell’imputato alla restituzione della somma di denaro versatagli dalla vittima, perché solo la prestazione contraria al buon costume sarebbe assoggettata alla soluti retentio, mentre l’illiceità della causa del contratto per contrarietà all’ordine pubblico determinerebbe l’applicazione della disciplina dell’indebito oggettivo.
1.2. Ritiene il Collegio che, diversamente da quanto attestato dalla citata sentenza penale, vadano confermati gli approdi ai quali è già pervenuta la giurisprudenza civile di questa Corte.
Nel caso in esame, la fattispecie descritta dalla Corte di merito -consegna di una somma di denaro ai fini di un interessamento (vero o presunto) per l’ottenimento di un posto di lavoro – mentre configura certamente un negozio contrario a norme imperative, e quindi illecito, integra anche gli estremi del negozio contra bonos mores, posto che è contrario al concetto di buon costume comunemente accettato il comportamento di chi paghi del denaro per ottenere in cambio un posto di lavoro (e ciò a prescindere dall’esito, magari anche negativo, della trattativa immorale). Di tanto ha dato atto la Corte napoletana la quale, però, è pervenuta alla non condivisibile conclusione secondo cui se la condotta, oltre ad essere immorale, è anche illecita per contrarietà all’ordine pubblico, non si applicherebbe il regime dell’art. 2035 del codice civile. Va invece ribadito che la contemporanea violazione, da parte di una medesima prestazione, tanto dell’ordine pubblico quanto del buon costume, attingendo ad un livello di maggiore gravità, deve ricevere il trattamento previsto per la prestazione che sia soltanto lesiva del buon costume. Ne consegue che il pagamento oggetto del giudizio odierno non poteva, come ha sostenuto la Corte d’appello, essere inquadrato nell’ipotesi dell’indebito oggettivo, bensì imponeva l’applicazione dell’art. 2035 cod. civ., secondo il noto brocardo romanistico per cui in pari causa turpitudinis melior est condicio possidentis.
2. Il secondo motivo di ricorso rimane assorbito.
3. Il ricorso, pertanto, è accolto e la sentenza impugnata è cassata.
Poiché non sono necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell’art. 384, secondo comma, cod. proc. civ., con rigetto della domanda proposta da B.F. . La natura della causa ed il comportamento, sicuramente da censurare, tenuto anche dall’odierno ricorrente impongono la compensazione integrale delle spese di tutti i gradi di giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, assorbito il secondo, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta la domanda proposta da B.F. .
Compensa integralmente tra le parti le spese dell’intero giudizio.


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