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Arrivare tardi al lavoro: rischi e sanzioni

4 aprile 2018


Arrivare tardi al lavoro: rischi e sanzioni

> Diritto e Fisco Pubblicato il 4 aprile 2018



Sì al licenziamento in tronco ossia per giusta causa del dipendente che inizia tardi il suo turno lavorativo se le mansioni sono particolarmente importanti e delicate.

«Che vuoi che sia un po’ di ritardo…!»: un’espressione che puoi dire a un amico o a un parente che magari hai fatto aspettare in occasione di un appuntamento. Ma non certo al datore di lavoro che ti paga affinché tu esegua una prestazione entro un determinato orario di apertura e di chiusura. Di sicuro, quindi, chi arriva tardi al lavoro può essere sanzionato a livello disciplinare. E la sanzione non è sempre la stessa: può variare a seconda dell’intenzionalità del comportamento, dell’essersi adoperati per informare tempestivamente il capo del proprio ritardo e, infine, della delicatezza dei compiti a cui si è preposti. In altri termini i rischi e le sanzioni per l’arrivare tardi al lavoro sono differenti a seconda del caso. A chiarire questi aspetti è stata una ordinanza della Cassazione pubblicata questa mattina [1].

Qual è la sanzione per chi arriva tardi al lavoro? Timbrare il cartellino in ritardo è un illecito disciplinare perché viola il dovere di diligenza che grava sul dipendente.

Di solito, la prima cosa da fare per sapere quali sono i rischi di un ritardo sul lavoro è leggere il contratto collettivo: di solito, il ccnl tipizza le condotte e specifica, per ognuna di queste, la sanzione disciplinare che l’azienda può irrogare.

Le variabili possono essere numerose:

  • l’entità del ritardo: un ritardo di pochi minuti non può essere sanzionato come quello di un’ora;
  • il comportamento tenuto dal dipendente prima e dopo il ritardo: se il dipendente si è adoperato per inviare anche un sms al datore di lavoro ha certo minor colpa di chi, invece, non solo non ha avvisato ma addirittura ha chiesto a un collega di timbrare il cartellino per conto proprio o di “coprirlo”;
  • la reiterazione del comportamento: rischia di più chi fa spesso ritardo rispetto a chi sfasa l’orario di tanto in tanto;
  • la colpevolezza nel ritardo: nessuna o poca colpa può avere il dipendente che subisce un ritardo per un fatto imprevedibile (una ruota bucata o un improvviso malore) o, comunque, se anche prevedibile, fuori dall’ordinario ritmo giornaliero (ad esempio un traffico più intenso del solito). Viceversa, è più colpevole chi è consapevole di far ritardo e non prende le contromisure (si pensi a un dipendente che prende pillole contro la depressione che comportano sonnolenza e puntualmente non riesce a svegliarsi all’orario consono; si pensi a chi è ritardatario di natura e non calcola mai i tempi, pur potendolo fare e non trovando reali imprevisti, ecc.);
  • l’importanza delle mansioni a cui è addetto il dipendente. Questo aspetto è sicuramente particolarmente delicato. Chi è addetto a compiti di sorveglianza (ad esempio una guardia giurata o l’addetto alla sicurezza di un macchinario particolarmente pericoloso) non può permettersi di lasciare “scoperto” il proprio compito e deve sempre fare in modo di essere presente sul lavoro, anche a costo di anticipare notevolmente l’arrivo in azienda.

Tutti questi aspetti concorrono a determinare la gravità del comportamento del dipendente. ed è proprio sulla base ti tale gravità che il datore potrà decidere la sanzione da applicare. Sanzione che può andare dal semplice rimprovero verbale, passando per la sospensione dal soldo e dal servizio (per massimo 10 giorni), fino addirittura al licenziamento. E difatti la sentenza in commento sancisce la validità di un licenziamento a un dipendente che, per via di una sonnolenza indotta da alcuni farmaci, era solito arrivare spesso in ritardo alle mansioni di custode, inducendo un collega a tacere sul suo inadempimento.

Altre sanzioni disciplinari che possono essere comminate dall’azienda al dipendente che arriva tardi sono:

  • l’ammonizione, o biasimo, o deplorazione: si tratta di una sanzione di contenuto simile al rimprovero, ma irrogata in forma scritta;
  • la multa (che non può mai superare le 4 ore di retribuzione);
  • il trasferimento.

Posti questi limiti, se il datore di lavoro vuole sanzionare il dipendente per il ritardo deve, in primo luogo, scegliere tra ammonizione, multa o sospensione (le sanzioni possono anche essere indicate con una terminologia equivalente e risultare più pesanti nelle ipotesi di maggiore gravità): nella scelta deve valutare il comportamento del dipendente (gravità del ritardo, ritardi reiterati, etc.) e basarsi su quanto disposto dal contratto collettivo applicato e, eventualmente, sul codice disciplinare aziendale. Ad esempio, il CCNL Commercio prevede, per il ritardo, una trattenuta (la sanzione è dunque quella della multa) in capo al dipendente, che deve essere indicata in busta paga, di importo pari alle spettanze corrispondenti al ritardo; in caso di recidiva (oltre 3 episodi contestati nell’anno solare), è possibile applicare la sanzione della sospensione; in caso di recidiva oltre la 5° volta, è possibile licenziare il dipendente, dopo una formale diffida per iscritto.

Prima di irrogare la sanzione al dipendente che arriva in ritardo l’azienda ha l’obbligo di attivare un’apposita procedura (non obbligatoria solo nel caso di rimprovero verbale):

  • lettera di contestazione nell’immediatezza della violazione; la lettera deve essere specifica e indicare il giorno e l’ora del ritardo;
  • dare al dipendente cinque giorni di tempo per difendersi, eventualmente presentando scritti difensivi e/o chiedendo di essere ascoltato di persona;
  • decidere, all’esito di tali difese, con altrettanta immediatezza circa la misura da adottare. Misura che deve essere sempre proporzionata alla violazione. Sicché, il licenziamento deve essere considerata solo l’ultima spiaggia, ossia la carta da prescegliere quando si sia persa ormai tutta la fiducia nel dipendente.

note

[1] Cass. ord. n. 8386/18 del 4.04.2018.

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