Diritto e Fisco | Editoriale

Ferie: quando si pagano?

5 Aprile 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 5 Aprile 2018



Entro quando devono essere liquidate le ferie residue non godute?

Le ferie maturano ogni mese, ma non è possibile liquidare, nella busta paga, il rateo mensile di ferie, come spesso si fa per il rateo di tredicesima o di quattordicesima: le ferie, infatti, costituiscono un diritto irrinunciabile del lavoratore e, come tali, non sono monetizzabili.

In particolare, non è possibile convertire le ferie in un’indennità perché la finalità delle ferie, garantita dalla Costituzione, è reintegrare le energie psicofisiche spese nella prestazione lavorativa e partecipare alla vita familiare e sociale. È invece possibile monetizzare, in alcuni casi, i permessi, perché queste assenze hanno finalità differenti a seconda della tipologia (i permessi ex festività, ad esempio, servono a compensare le vecchie giornate festive abolite).

Ci sono comunque delle eccezioni che consentono la monetizzazione delle ferie:

  • cessazione del rapporto di lavoro: in questo caso per il dipendente risulterebbe comunque impossibile godere delle ferie, quindi le assenze non godute vanno pagate;
  • ferie maturate e non godute dal lavoratore il cui rapporto di lavoro cessi entro l’anno di riferimento
  • ferie maturate nei contratti a termine di durata inferiore a un anno;
  • possono essere poi liquidate le ferie ulteriori rispetto al minimo di quattro settimane previste dalla legge [1]; spesso, difatti, i contratti collettivi prevedono delle giornate, o settimane, libere aggiuntive: questo surplus di ferie può essere liberamente monetizzato, poiché non cade sotto il generale divieto normativo.

Ma procediamo per ordine e vediamo, nel dettaglio, come maturano e quando si pagano le ferie.

Come maturano le ferie

In primo luogo, va precisato che le ferie spettanti alla generalità dei lavoratori [1] sono pari a 4 settimane l’anno, e maturano nella misura di un rateo pari a 2,167 giorni ogni mese: rispetto al totale delle ferie annuali spettanti, 2 settimane devono essere godute entro l’anno di maturazione, mentre le ulteriori 2 settimane entro i 18 mesi successivi, quindi entro il 30 giugno del 2° anno successivo.

In buona sostanza, le ferie maturate da un lavoratore nell’anno 2018 devono essere godute entro l’anno 2018 stesso nella misura di 2 settimane; le ulteriori 2 settimane devono essere fruite entro il 30 giugno 2020.

Nel caso in cui le ferie residue non siano godute entro tale termine, non si perdono, ma l’Inps le considera comunque fruite dal punto di vista contributivo: pertanto, devono essere versati comunque i contributi, dal datore di lavoro, come se le ferie fossero state godute entro il 30 giugno del secondo anno successivo alla loro maturazione.

Il lavoratore mantiene il diritto di fruire delle ferie successivamente, oppure di fruire dell’indennità sostitutiva, al termine del rapporto di lavoro.

Smaltimento forzato delle ferie

Può accadere, però, che il datore di lavoro preferisca non ritrovarsi a dover liquidare una moltitudine di ferie arretrate al termine del rapporto, senza contare il rischio di subire pesanti sanzioni per non aver rispettato la normativa sulla fruizione delle assenze. Il lavoratore, dal canto suo, potrebbe avere l’interesse a non smaltire le assenze, per posticipare il pagamento delle ferie alla fine del rapporto e ritrovarsi con un bel “gruzzoletto” da parte.

L’ultima parola spetta, però, all’azienda, che ha il potere di decidere la collocazione del periodo di vacanza: il codice civile [2], infatti, dispone che sia il datore di lavoro a stabilire il periodo annuale di ferie retribuite, possibilmente continuativo, nel rispetto del periodo minimo previsto dalle leggi [3] e dalla contrattazione collettiva.

In pratica, il datore di lavoro può scegliere l’esatta collocazione del periodo di ferie del dipendente anche senza il suo consenso, purché:

  • tenga conto anche delle esigenze del lavoratore;
  • assicuri il godimento del periodo minimo di 2 settimane di ferie previsto dalla legge nell’anno di maturazione, o del maggiore periodo stabilito dal contratto collettivo;
  • assicuri che il restante periodo di ferie sia goduto entro i successivi 18 mesi dall’anno di maturazione, salvo diversa previsione del contratto collettivo nazionale;
  • comunichi al lavoratore con sufficiente e congruo anticipo la collocazione del periodo spettante.

Bisogna tuttavia considerare che la volontà dell’azienda di imporre la fruizione dell’intero periodo di ferie maturate dal lavoratore non può porsi in contrasto con quanto stabilito dal codice civile [4], in merito all’inattività forzata: il lavoratore ha infatti diritto di svolgere le proprie mansioni e di non essere lasciato in condizioni di forzata inattività e senza assegnazione di compiti, anche se retribuito.

La violazione di questo diritto obbliga il datore di lavoro a risarcire il danno, tranne nelle ipotesi in cui lo stesso dimostri che la condotta sia derivata da una causa a lui non imputabile: deve cioè dimostrare che l’inattività forzata non possa essere evitata.

Pagamento delle ferie durante il rapporto di lavoro

Come abbiamo osservato, la monetizzazione delle ferie nel corso del rapporto di lavoro è vietata, salvo i casi di durata contrattuale inferiore all’anno ed esclusi i casi in cui il contratto sia cessato; pertanto, nella generalità delle ipotesi non è possibile che il datore di lavoro azzeri le ferie del dipendente liquidandogli un’indennità, se il rapporto d’impiego è ancora attivo.

Ma che cosa succede quando si pagano le ferie durante il rapporto di lavoro, nonostante il divieto? In questi casi, il dipendente ha comunque diritto a reintegrare le energie psicofisiche spese nella prestazione lavorativa ed a partecipare alla vita familiare e sociale, quindi le ferie spettanti non possono essere azzerate. Se il datore di lavoro azzera le ferie senza che il dipendente le abbia fruite, può trovarsi a pagare delle multe (sanzioni amministrative) piuttosto salate, che in alcuni casi possono arrivare a 4.500 euro.

Pagamento permessi arretrati

Il discorso cambia per la fruizione dei permessi arretrati: bisogna infatti ricordare che sono solo le ferie, secondo le previsioni normative, ad essere irrinunciabili e a non poter essere monetizzabili, cioè sostituite da un’indennità (salvo le eccezioni già osservate); l’irrinunciabilità ed il divieto di monetizzazione non valgono, invece, per i permessi retribuiti.

I permessi retribuiti, in effetti, sono previsti dai contratti collettivi e non dalla legge (salvo quelli che sono concessi per specifiche finalità meritevoli di particolare tutela, come i permessi Legge 104). Trattandosi, dunque, di un istituto contrattuale, la cui regolamentazione è rimessa alla disciplina stabilita dalle parti, i permessi rientrano tra i diritti disponibili del lavoratore e possono essere anche liquidati.

In merito alla data entro cui i permessi retribuiti vanno pagati, ciascun contratto collettivo prevede una disciplina differente: dal ccnl Metalmeccanica industria, ad esempio,  emerge che i par (permessi annui retribuiti) non goduti entro l’anno di maturazione sono accantonati per ulteriori 24 mesi, decorsi i quali sono automaticamente liquidati. Lo stesso vale per i permessi accantonati in banca ore.

L’azienda non può obbligare unilateralmente il dipendente a fruire dei permessi retribuiti, ma questi deve però rispettare eventuali accordi sindacali in merito, se esistenti. In ogni caso, salvo accordi differenti, alla data di scadenza dei permessi retribuiti o banca ore, questi non possono essere più accantonati ma devono essere pagati.

note

[1] D.lgs.66/2003.

[2] Art.2109 Cod. Civ.

[3] DLgs. n. 66/2003.

[4] Art. 2130 Cod. Civ.


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