Diritto e Fisco | Editoriale

Ritenuta alla fonte: cos’è e come funziona

16 maggio 2018


Ritenuta alla fonte: cos’è e come funziona

> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 maggio 2018



I diversi tipi di ritenuta alla fonte, i soggetti coinvolti e il tipo di sanzioni a cui vanno incontro in caso di mancato adempimento degli obblighi di versamento.

La ritenuta alla fonte, disciplinata dal Testo Unico delle Imposte sui Redditi [1], è un particolare meccanismo attraverso il quale il sostituto d’imposta trattiene un ammontare che avrebbe dovuto corrispondere al sostituito e la versa direttamente all’erario a titolo di pagamento delle d’imposte, per conto di quest’ultimo. L’obbligazione tributaria che generalmente è posta a carico di chi realizza il presupposto d’imposta, in questo caso viene imputata ad un soggetto terzo che non realizza alcun presupposto, ossia il sostituito. Ma vediamo nello specifico cos’è la ritenuta alla fonte, come funziona, i soggetti coinvolti e in che tipo di responsabilità possono incorrere.

Cos’è la ritenuta alla fonte?

La ritenuta alla fonte sostanzialmente costituisce una particolare forma di riscossione delle imposte, in base alla quale il sostituto d’imposta si sostituisce al sostituito nel versamento dei tributi, dovuti da quest’ultimo all’erario. E’ stata prevista dal legislatore per tre diversi motivi:
anticipare l’acquisizione del gettito tributario, per cui il prelievo tributario non avviene alla fine del periodo d’imposta ma viene anticipato al momento dell’erogazione delle somme da parte del sostituto;
prevenire l’evasione fiscale proprio perché il sostituto d’imposta non ha alcun interesse a sottrarsi all’adempimento fiscale, poiché si rivale per intero sul sostituito, senza che il suo patrimonio venga intaccato;
semplificare l’adempimento fiscale ad una certa categoria di contribuenti. Si pensi in particolare ai lavoratori dipendenti che non hanno altri redditi o spese da far valere in deduzione dal reddito. Per questa categoria di lavoratori infatti l’assolvimento dell’onere fiscale avviene interamente per mezzo del datore di lavoro.

Chi sono i soggetti coinvolti dalla ritenuta alla fonte?

I soggetti coinvolti dalla ritenuta alla fonte sono:
– il sostituito d’imposta, ossia il soggetto che da luogo al presupposto di fatto ed è quindi soggetto passivo d’imposta;
– il sostituto d’imposta, ossia colui che è obbligato a sborsare nei confronti del sostituito un certo ammontare ed è su questo reddito che il sostituto, dopo aver calcolato l’imposta, opera la cd ritenuta fiscale da versare al fisco.

Quali sono gli obblighi del sostituto d’imposta?

Oltre a quello di versare all’erario le ritenute effettuate, il sostituto d’imposta deve inviare ai soggetti che subiscono la ritenuta, un’attestazione delle somme corrisposte e delle ritenute operate per ogni periodo d’imposta. Entro il 31 luglio dell’anno successivo occorre presentare un’apposita dichiarazione dove vengono indicati i soggetti percepienti, l’entità delle somme corrisposte e delle ritenute, nonché gli estremi del versamento delle ritenute. Il mancato adempimento di tali obblighi è punito con sanzioni amministrative e in alcuni casi anche penali.

Come funziona la ritenuta alla fonte?

Per essere costituzionalmente legittimo, un siffatto sistema, è necessario che tra sostituto e sostituito intercorra un legame economico tale da giustificare la sostituzione. Il sostituto, in particolare, deve essere in grado di addossare con estrema facilità (mediante rivalsa) l’onere economico del tributo.

Quanti tipi di ritenuta alla fonte esistono?

Esistono 2 tipi di ritenute alla fonte:
ritenuta alla fonte a titolo d’acconto in cui il sostituto effettua un versamento in acconto che poi dovrà essere conguagliato dal sostituito, affinché si estingua l’obbligazione tributaria. La ritenuta d’acconto prevede un rapporto trilaterale tra fisco, sostituto e sostituito. Il sostituito compilando la dichiarazione dei redditi deve verificare se in relazione ai redditi complessivamente percepiti nel periodo d’imposta, la ritenuta subita è pari al tributo dovuto. Se il tributo dovuto sarà superiore alle ritenute d’acconto subite il sostituito dovrà presentare la dichiarazione e versare la differenza, in caso opposto, previa presentazione della dichiarazione dei redditi, il sostituito ha diritto ad ottenere il rimborso delle ritenute trattenute in eccesso;
ritenuta alla fonte a titolo d’imposta o definitiva in cui il sostituto viene chiamato ad adempiere totalmente l’obbligo tributario del sostituito. Nella ritenuta alla fonte a titolo d’imposta il sostituito resta del tutto estraneo al rapporto d’imposta, che coinvolge unicamente il sostituto e il fisco. La ritenuta viene esercitata dal sostituto sulle somme da versare al sostituito e quest’ultimo avendo subito la ritenuta d’imposta è liberato da qualsiasi obbligo sia di dichiarazione che di versamento.

Come funziona la ritenuta alla fonte Irpef per redditi da lavoro dipendente?

Nel caso di redditi da lavoro dipendente il datore di lavoro opera mensilmente una ritenuta d’acconto Irpef che viene determinata a seconda dell’entità della retribuzione. Generalmente il lavoratore dipendente non deve integrare il versamento dell’Irpef, la dichiarazione dovrebbe evidenziare un saldo d’imposta pari a zero. I sostituti d’imposta in questo caso sono: soggetti pubblici, privati, enti, società e tutti coloro che hanno alle proprie dipendenze lavoratori subordinati.

Come funziona la ritenuta alla fonte per redditi da lavoro autonomo?

Nel caso di lavoro autonomo la ritenuta che opera il sostituto d’imposta (società, impresa, ente pubblico o privato che beneficia della prestazione professionale) è pari al 20%. Ciò sta a significare che i professionisti che prestano attività di lavoro autonomo, presentano la dichiarazione e generalmente sono tenuti ad integrare il versamento dell’Irpef.

Come funzionala ritenuta alla fonte per condomini?

Anche i condomini vengono considerati sostituti d’imposta e quindi tenuti al versamento dei tributi nei confronti dell’erario per le prestazioni eseguite da lavoratori dipendenti (portieri o addetti alle pulizie delle aree comuni del condominio), lavoratori autonomi (tra cui gli stessi amministratori di condominio) e professionisti. La ritenuta alla fonte sarà pari al 4% oppure al 20%, a seconda dei casi, sulla somma da corrispondere al lavoratore dipendente, autonomo o al professionista. Il condominio è un soggetto astratto, di conseguenza, ad effettuare i relativi versamenti in nome del condominio sarà l’amministratore stesso, adoperando il modulo F24.

Come funziona la ritenuta alla fonte diretta?

La ritenuta alla fonte diretta è un particolare meccanismo di riscossione delle imposte operato direttamente dalle pubbliche amministrazioni nei confronti dei redditi percepiti dai propri dipendenti. Nel caso della ritenuta alla fonte diretta non c’è alcun sostituto d’imposta, ossia il datore di lavoro che deve trattenere una certa somma e poi versarla all’erario, ma sarà direttamente lo Stato a prelevare la somma dovuta dal sostituito.

Nella ritenuta alla fonte che tipo di responsabilità ha il sostituito?

Il sostituito può essere chiamato a rispondere, in solido con il sostituto d’imposta, del pagamento del tributo quando quest’ultimo non ha operato né versato la ritenuta all’erario. La responsabilità solidale si giustifica per il fatto che il sostituito ha incassato il provento lordo. In questo caso il fisco avanza la propria pretesa prima nei confronti del sostituto e in caso d’inadempimento si rivolge al sostituito. Qualora il sostituito subisce la ritenuta ma il sostituto non la versa allo Stato, il sostituito non potrà assolutamente essere chiamato nuovamente a corrispondere il tributo in via solidale con il sostituto. In quest’ultimo caso, l’amministrazione dovrà rivolgersi esclusivamente al sostituto e il sostituito verrà esonerato da qualsiasi responsabilità. Nel caso in cui il sostituto eroghi le somme senza operare la ritenuta, il sostituito deve provvedere a dichiarare il reddito percepito e a versare il relativo tributo in autoliquidazione, altrimenti subirà l’applicazione delle sanzioni per infedele dichiarazione, essendo il soggetto che ha realizzato il presupposto d’imposta. La sanzione applicata per infedele dichiarazione va dal 100% al 200% dell’imposta dovuta. Se il sostituito dichiara il reddito e assolve all’obbligo del pagamento del tributo, l’erario può comunque far valere la responsabilità del sostituto e applicargli le relative sanzioni.

A che tipo di responsabilità va incontro il sostituto d’imposta in caso di mancato versamento?

Il sostituto d’imposta, in caso di mancato versamento delle ritenute alla fonte va incontro a sanzioni amministrative e nei casi più gravi anche a sanzioni penali. Il sistema sanzionatorio amministrativo e penale è stato recentemente modificato; un decreto legislativo del 2015 [2] è infatti intervenuto sulle sanzioni da applicare al sostituto d’imposta in caso di omessa esecuzione o mancato versamento delle ritenute. Fino al 31 dicembre 2016, il sostituto d’imposta che avesse voluto, attraverso ravvedimento operoso, sanare la propria situazione entro 90 giorni dalla scadenza originaria, era soggetto ad una sanzione pari al 20% dell’importo dovuto in caso avesse erogato al sostituito la somma senza operare la relativa ritenuta, mentre del 30% in caso avesse trattenuto la ritenuta dall’importo dovuto al sostituito ma non l’avesse versata. A partire dall’1 gennaio 2016 non è più applicabile la sanzione del 30% per mancato versamento della ritenuta, ma solo la sanzione del 20% per omessa effettuazione della ritenuta. La legge è intervenuto anche a livello penale [3] andando a modificare la stessa rubrica che oggi si presenta come omesso versamento delle ritenute dovute o certificate. La modifica legislativa ha portato all’innalzamento della soglia di punibilità, che oggi va da 50.000 a 150.000 euro ma ha anche cercato di risolvere un punto parecchio discusso prima dell’entrata in vigore dell’attuale normativa, ossia l’efficacia probatoria del 770 del sostituto per la dimostrazione, a livello processuale, del rilascio delle certificazioni ai sostituiti. Negli anni, in relazione a questo punto, si erano venuti a formare due diversi filoni giurisprudenziali:
– il primo, più risalente, riteneva sufficiente, ai fini della dimostrazione dell’avvenuto rilascio delle certificazioni, il 770 del sostituto d’imposta;
– il secondo, venutosi a formare a partire da una famosa sentenza della Corte di Cassazione del 2014 è invece di segno totalmente opposto, affermando l’insufficienza del 770 al fine della dimostrazione dell’avvenuto versamento delle ritenute. Sembra infatti indispensabile acquisire anche altri elementi, quali appunto le certificazioni rilasciate dal sostituto d’imposta ai singoli sostituiti, visto che il modello 770 va presentato entro il termine stabilito dalla legge e ha un contenuto differente rispetto alle singole certificazioni che hanno invece lo scopo di attestare le somme versate dai sostituti e delle ritenute operate e possono essere emesse solo a seguito dell’effettivo versamento delle ritenute. Ciò dimostra la differenza sostanziale di contenuto tra il modello 770 presentato dal sostituto e le certificazioni rilasciate ai sostituiti.

Come può il sostituto d’imposta evitare un procedimento penale a suo carico?

Poiché si configuri un’ipotesi di illecito penale a carico del sostituto d’imposta è necessario che quest’ultimo abbia effettivamente effettuato la ritenuta al momento del pagamento nei confronti del lavoratore ma non abbia poi versato la ritenuta all’erario. Non esiste alcuna responsabilità del sostituto nel caso in cui questo non abbia ancora pagato il dipendente. L’onere della prova in questo caso ricade sul sostituto che dovrà dimostrare di non avere effettuato il pagamento nei confronti del dipendente. In caso di difficoltà finanziarie per il datore di lavoro è sempre consigliabile avvertire il commercialista, il quale porrà in essere una serie di attività volte ad evitare l’applicazione di sanzioni penali.

note

[1] Art. 23 ss del D.P.R. n.600 del 1973.

[2] D.Lgs. 158/2015

[3] Art. 10 bis del D.Lgs. 74/2000

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