Diritto e Fisco | Editoriale

Quando c’è convivenza di fatto?

25 Aprile 2018
Quando c’è convivenza di fatto?

La legge definisce le condizioni con le quali si può accertare quando c’è convivenza di fatto. Le coppie così acquisiscono dei diritti in base al Ddl Cirinnà. Ecco quali sono e come fare per diventare conviventi di fatto.

La legge italiana a seguito dell’approvazione del Ddl Cirinnà nel maggio 2016 [1], ha chiaramente definito quando c’è convivenza di fatto. Da anni si chiedeva con forza una regolamentazione e quindi un’estensione dei diritti a quelle che sono dette “coppie di fatto“. La stessa legge regola anche le unioni civili tra coppie dello stesso sesso o etero sessuali, con alcune differenze importanti per quanto riguarda appunto i conviventi.
Vengono definite tali due persone di sesso uguale od opposto che hanno raggiunto la maggiore età e sono legate da un rapporto affettivo stabile. La convivenza in quanto atto pubblico di fatto si instaura recandosi presso l’Ufficio Anagrafe e firmando un documento davanti all’Ufficiale di Stato civile, alla presenza di 2 testimoni. La firma prevede l’obbligo dell’assistenza sia morale che materiale.
Non è valida o comunque viene a cadere nel caso in cui tra i 2 partner ci sia un grado di parentela, un precedente matrimonio o un’altra convivenza civile ancora validi. Approfondiamo questo argomento, entrando nel merito del contratto per le coppie conviventi.

La convivenza di fatto

La necessità di sapere quando c’è una convivenza di fatto può riguardare quelle coppie che non hanno intenzione di contrarre matrimonio civile o religioso, ma vogliono regolarizzare la loro posizione in ambito giuridico e civile.
Non basta la coabitazione perché la convivenza possa essere effettiva e questo lo dice anche la legge, che fa riferimento a tale formazione sociale, come viene espressamente definita nello stesso Ddl.
I diritti e i doveri fino al 2016 facevano riferimento soltanto all’istituto del matrimonio civile tra persone di sesso diverso, dove veniva ribadito che può essere celebrato solo tra uomo e donna.
Con l’adempimento al vuoto normativo per altri tipi di coppie di sesso uguale o diverso, è possibile fare una scelta libera, per tutelare gli interessi non solo affettivi, ma anche legali e patrimoniali.
I diritti che acquisiscono i conviventi di fatto con la firma del cosiddetto contratto di convivenza [2] riguardano aspetti che fino a ora non avevano una definizione chiara.
Si specifica, infatti, cosa si può fare nel caso della gestione e successione patrimoniale, come per esempio quando si acquista la casa insieme. Ci sono chiari riferimenti anche ai casi in cui si ha diritto all’indennità di reversibilità e alla possibilità di visite in contesti come gli ospedali o le carceri, se uno dei 2 è malato o detenuto.
Alla luce di questi diritti, i conviventi hanno in buona parte acquisito quindi tutti quelli di chi è legalmente sposato e anche dei parenti più prossimi dei rispettivi partner.

Il contratto di convivenza

Una coppia convivente, che condivide lo stesso tetto, partecipa reciprocamente alle spese di sostentamento sia dei partner che di eventuali figli e che si dona sostegno morale e materiale a vicenda, può scegliere di firmare il contratto di convivenza.
Cos’è il contratto di convivenza? Si tratta di un accordo firmato da entrambi i partner di cui si parla nella legge per le unioni civili.
La coppia, etero o con 2 partner dello stesso sesso, si reca presso il Comune dove uno dei 2 è residente, o comunque dove ha stabilito la casa che condividono e, alla presenza di 2 testimoni firma l’atto. Il funzionario pubblico ha il compito di accertare la continuità stabile della convivenza, che viene accertata anche a livello anagrafico.
Come qualsiasi contratto ha aspetti che riguardano la situazione patrimoniale di entrambi e per questo disciplina i rapporti, anche in caso di cessazione della stessa convivenza.
Il contratto deve contenere, ma non obbligatoriamente, delle informazioni che riguardano la residenza di entrambi. I dati riguardanti il modo in cui ognuno dei 2 contribuisce alla vita comune in base al tipo di lavoro che svolge e il regime patrimoniale che hanno scelto, sono invece dei dati essenziali.
Lo stesso regime può essere in comunione dei beni e questo è automatico, se non si esprime la volontà contraria. Per la divisione dei beni bisogna rivolgersi comunque a un notaio, prima della firma del contratto di convivenza, perché questa sia effettiva a livello legale. In ogni caso si possono apportare modifiche al regime patrimoniale scelto in qualsiasi momento, dopo la firma del contratto di convivenza o della scrittura privata.

La scrittura privata per la convivenza di fatto

Il contratto di convivenza rappresenta un atto pubblico formale, che rende appunto nota l’instaurazione della coppia di fatto. I partner possono anche scegliere di firmare una scrittura privata, alla presenza di un avvocato o di un notaio, che attestino e validino l’accordo e le regole da dare alla convivenza stessa. Nella scrittura privata si possono riportare anche le volontà di entrambi nel caso in cui questa abbia fine.
Chi è stato incaricato di validare la convivenza deve inviare entro 10 giorni dalla firma della scrittura privata una comunicazione all’Ufficio Anagrafe del Comune, perché registri l’atto.
La legge vieta tassativamente di dare un termine al contratto di convivenza o di sottoporli al rispetto di alcune condizioni, in quanto sarebbe ritenuto nullo o non validato.

La situazione patrimoniale nella convivenza di fatto

Il contratto di convivenza viene firmato soprattutto per definire la situazione patrimoniale di entrambi i contraenti.
Il primo aspetto riguarda, come accennato, la capacità di contribuire sia con il proprio lavoro che con la prestazione d’opera casalinga, anche non retribuita, alle spese della casa.
Questo aspetto è importante soprattutto se i 2 partner collaborano insieme in un’attività lavorativa. Soltanto se uno di loro non è dipendente dell’altro, può chiedere alla morte di questo, di partecipare ai proventi derivanti dall’attività stessa.
La quantificazione si basa sugli anni e sulla qualità della collaborazione prestata e gli stessi ricavi vanno divisi nel caso siano presenti dei figli o altri eredi, secondo quello che attesta la legge.

La casa comune e la convivenza di fatto

La convivenza di fatto regola gli interessi di entrambi i partner per quanto riguarda la casa comune, dove risiedono stabilmente.
Nel caso di decesso di uno dei 2 il convivente superstite può continuare a rimanere nell’abitazione per 2 anni. In alternativa si può prendere come riferimento anche la durata della convivenza, se questa supera i 2 anni. In ogni caso la permanenza nella casa comune non può superare i 5 anni.
Questo vale allo stesso modo se nella stessa abitazione sono presenti dei figli del partner ancora vivente, anche portatori di handicap. In questo caso può rimanervi per non meno di 3 anni.
Quando uno dei 2 conviventi viene a mancare ci sono dei casi in cui non è più possibile rimanere nell’abitazione per il partner superstite. Questo accade quando c’è già un altro contratto di matrimonio, una nuova convivenza di fatto o un’unione civile.
Nei casi in cui la casa sia affittata ed è il titolare del contratto che viene a mancare, il partner superstite può subentrare come intestatario e rimanervi per gli stessi periodi sopra citati, a seconda della situazione in atto.
Lo stesso vale per i diritti acquisiti quando viene concesso un alloggio popolare. Il partner che rimane può concorrere in graduatoria all’assegnazione della casa o continuare ad abitarvi, se l’alloggio è già stato concesso.

Nessuna eredità nella convivenza di fatto

Alla luce di quanto detto è chiaro che dopo la morte di uno dei 2 partner non ci sarà alcuna eredità per quello superstite.
La legge Cirinnà del 2016, infatti, fa riferimento soltanto alla successione per quanto riguarda le unioni civili, per le quali è prevista la metà dei beni, da dividere a sua volta al 50% con eventuali figli. Per i contratti di convivenza, non è prevista alcuna eredità.
A tale proposito è bene fare chiarezza su quali sono le alternative per non escludere il partner convivente dalla propria eredità e cosa invece non si può più fare.
Nel contratto di convivenza non è possibile inserire “clausole” o postille dove ci sono indicazioni su eventuali lasciti. La legge, infatti, vieta che si possano fare dei patti per la successione.
L’unica alternativa per non lasciare fuori il partner superstite da qualsiasi tipo di eredità, è quella di fare regolare testamento e depositarlo presso un notaio.
In questo caso è sempre bene fare attenzione alla distribuzione delle parti di eredità, senza superare la soglia dovuta per legge ai familiari più prossimi.
C’è da considerare anche l’aspetto fiscale con cui deve fare i conti un convivente di fatto rispetto al valore dei beni che gli vengono lasciati.
Il valore dei beni immobili viene calcolato in base ai dati catastali, sui quali dovrà pagare l’imposta di successione pari all’8%. Non è prevista alcuna possibile franchigia.

Altri diritti della convivenza di fatto

Ci sono naturalmente altri diritti che si acquisiscono con la convivenza di fatto e riguardano diversi aspetti importanti.
Uno tra questi è la possibilità, del tutto simile alle coppie regolarmente sposate, di far visita al partner in ospedale e di prestare eventuali cure e assistenza. A questo si lega anche la facoltà di accedere alle informazioni private. Un esempio pratico è quello di ottenere notizie sul decorso, sullo stato di salute, sulle eventuali decisioni da prendere in caso di coma irreversibile.
I conviventi di fatto possono designare il partner come persona che li rappresenti in situazioni di scelte spiacevoli, come la donazione degli organi.
Lo stesso criterio si applica anche quando non c’è più la capacità di intendere e di volere, oppure nei casi di malattie estremante invalidanti (politraumi, malattie degenerative che impediscono la mobilità, malati di tumore in fase terminale).
Si tratta di aspetti molto delicati che prima erano del tutto preclusi ai conviventi e creavano situazioni di disagio, con l’esclusione totale da eventi e decisioni importanti. In tal senso il contratto regola anche gli aspetti affettivi che si instaurano tra 2 persone.

Quando la convivenza di fatto finisce

Quando i 2 partner decidono di porre fine alla convivenza di fatto ci sono dei diritti che ognuno ha, anche dopo la conclusione del rapporto affettivo.
La cessazione della convivenza di fatto può avvenire consensualmente per una decisione comune oppure perché uno dei 2 partner non ha più intenzione di continuare il rapporto.
La convivenza di fatto ha fine anche nel caso in cui uno dei 2 contragga matrimonio, firmi un’unione civile o una nuova convivenza.
Lo scioglimento diviene automatico nel momento in cui il partner che ha contratto un’unione o un matrimonio civile, notifica l’atto al partner. È tenuto, infatti, a comunicarglielo in modo ufficiale, anche attraverso il notaio o l’avvocato che hanno validato la scrittura privata.
Per la risoluzione del contratto di convivenza possono esserci altri 2 casi.
Nel caso di decesso di uno dei 2 il contratto cessa la sua valenza e ai professionisti suddetti, avvocato o notaio, va inviato il certificato di morte, che lo trasmetteranno all’Ufficio Anagrafe del Comune dove la coppia ha la residenza. L’avvenuto decesso verrà anche annotato contestualmente a margine del contratto di convivenza, ormai decaduto.

I diritto dopo la fine della convivenza

La fine della convivenza di fatto riguarda anche quella della comunione dei beni, ma solo in parte come spiegato precedentemente e con un termine temporale per la casa comune.
Non si esclude che ci siano dei diritti di cui possono godere i partner anche dopo e, tra questi, c’è la corresponsione degli alimenti, nel caso di cessazione del rapporto di fatto.
Questo aspetto è stabilito dal giudice nei confronti del partner più debole o in difficoltà finanziaria. L’altro è tenuto a provvedere al suo mantenimento, ma come per la casa, anche questo ha una scadenza temporale.
È proporzionale alla durata della convivenza e, in base alla legge [3], il partner ha il diritto di precedenza in tal senso anche sui fratelli e sulle sorelle.

Quando la convivenza di fatto è nulla

Ci sono dei casi in cui la firma del contratto di convivenza è nulla. Oltre ai casi in cui uno dei 2 partner è già impegnato in un altro matrimonio, unione civile o contratto simile, ci sono anche situazioni particolari che vanificano questo atto pubblico. Non si può considerare valido se alla base della firma c’è stata costrizione, oppure se il consenso è stato dato senza conoscere l’effettiva personalità o se uno dei 2 ha nascosto la verità su aspetti fondamentali del rapporto affettivo. Non possono firmare un contratto di convivenza neppure coloro che risultano interdetti mentalmente oppure che sono stati accusati, ma non ancora processati, per omicidio avvenuto o tentato. Infine il contratto di convivenza è vietato a persone dello stesso sesso imparentate, con il grado di zio e nipote o zia e nipote. In questi casi il partner offeso o chi intende difendere interessi comuni, può impugnare il contratto di convivenza nullo e chiedere i danni. Lo si può fare anche nel caso di falsa identità.


note

[1] Legge Cirinnà numero 76/2016

[2] Comma 50 Ddl 76/2016

[3] Articolo 433 del Codice Civile


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