Diritto e Fisco | Editoriale

Quali sono le tasse più evase in Italia?

25 Aprile 2018
Quali sono le tasse più evase in Italia?

Pagare le tasse è un dovere di tutti. D’altronde, se si desiderano servizi di qualità è giusto contribuire alle spese del Paese, anche se non tutti sono d’accordo.

Le tasse rappresentano un cruccio per tutti noi, e pagarle significa spendere gran parte dei soldi che guadagniamo attraverso il nostro lavoro. È vero che la pressione fiscale che subiamo ogni anno sfiora il 50% di quanto intaschiamo (per le imprese la percentuale si aggira attorno al 64,8%), ma è anche vero che se le tasse aumentano è perché molti di noi continuano ad evadere. L’adagio ”tutti dobbiamo contribuire alle spese pubbliche” [1] sembra essere superato, in alcuni casi, dalla necessità di sopravvivere in un periodo in cui tutto aumenta e i soldi sembrano non bastare mai. Più di una volta alcuni imprenditori sono stati assolti dall’accusa di evadere l’IVA, e nonostante le prove fossero schiaccianti, il giudice ha ritenuto giusto il comportamento di coloro che hanno preferito pagare gli stipendi ai propri dipendenti piuttosto che versare le tasse allo Stato. Si tratta di situazioni estreme, giustificate da una necessità, ma non sempre l’evasione rappresenta la giusta soluzione per far fronte alle proprie esigenze. Andiamo per gradi e scopriamo insieme quali sono le tasse più evase in Italia e perché si evade.

Quando non si possono evadere le tasse

Che sia per necessità o semplicemente per fare i furbi con il fisco, sono numerose le tasse che vengono evase ogni anno in Italia. Tra lavori in nero, mancate fatturazioni per l’acquisto o la vendita di beni o servizi e capitali all’estero si stima ogni anno un’evasione che tocca i 250 miliardi di euro. Non poco per un Paese con un debito pubblico pari a 2.280 miliardi di euro. Eppure, nonostante i controlli e le diverse iniziative legislative promosse dal Governo (da ultimo la Voluntary Disclosure [2] per il recupero dei capitali portati all’estero), ancora oggi si evade soprattutto in sede di dichiarazione dei redditi, quando si versa l’IVA, per registrare un contratto d’affitto o quando si devono denunciare al fisco somme di denaro depositate a titolo di risparmio. Le ipotesi di evasione non si fermano solo a quelle appena elencate, perché in realtà si evade tutto ciò che può essere sottratto alla lente del fisco, e si utilizzano a proposito numerose scappatoie.

In breve, si evade quando è possibile occultare tutto quello che potrebbe essere oggetto di tassazione: difficile evadere ad esempio l’IMU se di un bene immobile se ne conosce l’identità del proprietario. Inoltre, la rendita catastale non è una valutazione personale che fa il proprietario su un immobile, ma viene calcolata considerando una serie di parametri determinati dalla legge. Difficile, inoltre, è evadere le imposte sui redditi delle persone fisiche (IRPEF) per chi è un dipendente, a maggior ragione se impiegato statale. Il datore di lavoro è responsabile d’imposta ed è lui il soggetto obbligato a versare le tasse prima di dare lo stipendio. Sicuramente esistono casi in cui il datore falsifica la busta paga, ma certo è che non sarà il lavoratore ad essere punito di evasione fiscale.
Un’altra ipotesi in cui è impossibile sfuggire al fisco è l’acquisto di un bene immobile. Il passaggio di proprietà avviene per il tramite di un pubblico ufficiale (notaio) su cui grava l’obbligo di versare l’imposta di registro: gli uffici tributari possono attingere alla relativa anagrafe per scoprire chi ha tentato di evadere le tasse. In fondo, per chi acquista una casa è conveniente registrare il contratto dell’avvenuta vendita, altrimenti non si attuerebbe il passaggio di proprietà dell’immobile.
Anche la tassa sulle rendite finanziarie è difficile da evadere: a versare la relativa somma sugli interessi attivi sono banche, Poste Italiane, istituti finanziari ed agenzie di assicurazione. Costoro gestiscono i risparmi attraverso gli strumenti finanziari messi a disposizione dei propri clienti (quali ad esempio azioni ed obbligazioni, libretti di risparmio, rendite perpetue e vitalizie, ecc) ed annualmente versano nelle casse dello Stato il 26% sugli interessi attivi guadagnati dal cliente.

Molte agevolazioni fiscali sono concesse solo nel momento in cui le operazioni siano tracciabili, come nel caso dei bonifici bancari a seguito dei lavori di ristrutturazione di un immobile. Per coloro che vogliono ottenere delle detrazioni, è necessario mostrare in sede di dichiarazione una serie di documentazioni, fra cui l’avvenuto pagamento delle spese mediante l’estratto conto. In questo caso c’è un dare per avere, ossia per ottenere un beneficio e pagare meno IRPEF diventa necessario rendere tracciabile la spesa sostenuta. E lo stesso discorso può essere fatto per tutte quelle agevolazioni previste nei confronti dei liberi professionisti e degli imprenditori, che potranno pagare meno imposte solo se dimostrano (con documenti certificati) una serie di spese affrontate per la propria attività.

Quando si evadono le tasse

Si evadono le tasse ogni qualvolta è possibile ”nascondere” un guadagno, una somma di denaro senza che essa sia tracciabile. Con tutti i rischi che ne conseguono qualora il Fisco se ne accorga. L’IVA è forse l’imposta più evasa in assoluto, e lo stratagemma è molto semplice: non fatturo quanto ho venduto, quindi non lascio traccia di quando ho guadagnato, soprattutto se vengo pagato in contanti. Stesso discorso vale per il lavoro in nero, perché se non si ha una partita IVA è necessario rilasciare ai propri clienti una ricevuta che attesta, ad esempio, una prestazione occasionale. Anche i liberi professionisti con regolare partita IVA possono evadere, semplicemente dimenticando di emettere la fattura per la relativa prestazione fornita ai clienti.

Uno degli esempi sotto gli occhi di tutti sono gli affitti in nero, gettonatissimi per le case date agli studenti. Basta non registrare il contratto ed evitare che l’inquilino sposti la residenza per scongiurare ogni tipo di controllo. Salvo poi scoprire che l’Agenzia delle Entrate, così come la Guardia di Finanza, possono procedere all’accertamento anche per presunzioni.
Si evade quando per il pagamento di una prestazione o per l’acquisto di un bene non è previsto l’obbligo della tracciabilità delle somme versate. L’affitto può essere pagato in contanti, così come l’acquisto di un prodotto o la consulenza fatta da un professionista. Rimangono fermi i limiti per l’uso del contante, fissato tutt’ora a 3 mila euro per alcune tipologie di attività ad esclusione delle retribuzioni versate ai dipendenti che, attualmente, dovrebbero essere fatte mediante accredito sul conto corrente.

Un ulteriore modo per evadere le tasse consiste nel dichiarare meno di quanto si è guadagnato. Il libero professionista, in questo caso, emette si una ricevuta fiscale, ma attesta un onorario inferiore a quello effettivamente pagato dal cliente. Sembra di agire nel legale fornendo la fattura, ma in realtà si sta compiendo una vera e propria infrazione poiché si sottrae all’imposizione tributaria una parte di denaro che viene guadagnata in nero. Stesso discorso può avvenire nei confronti del negoziante che batte lo scontrino con un importo minore, oppure nell’ipotesi della compravendita di un immobile ove viene dichiarato sul contratto un valore inferiore rispetto a quello pattuito fra venditore ed acquirente.

Infine si evadono quelle tasse che possono sembrare superflue e, per una ragione o un’altra, vengono riposte nel dimenticatoio. Il bollo auto, ad esempio, viene ampiamente sdoganato con la scusa delle strade troppo dissestate, così come capita per la TASI, le tasse sull’acqua e quelle sui rifiuti, odiate dai cittadini per l’assenza dei relativi servizi a cui dovrebbe provvedere il Comune.

Quali sono le tasse più evase in Italia

Fatte le dovute premesse, il primo posto non può che aggiudicarselo proprio l’IVA, con un’evasione che si aggira attorno ai 40 miliardi annui. Segue quindi l’IRPEF in riferimento non tanto ai redditi da lavoro dipendente, quanto piuttosto per quelli percepiti dal libero professionista, che sia esso un piccolo imprenditore, il socio di un’azienda o il proprietario di un immobile che cede in affitto l’appartamento. In quest’ultimo caso, oltre all’IRPEF si potrebbe evadere in concomitanza l’imposta di registro che spetta per tutte quelle volte in cui il contratto viene depositato presso gli uffici dell’Agenzia delle Entrate. Di pari merito sono l’IRES (l’imposta sui redditi delle società) e l’IRAP (l’imposta sulle attività produttive) che sembrano essere adeguatamente aggirate da chi gestisce una’attività commerciale.
Sempre sul podio il bollo auto svetta in classifica con un bel bronzo, con una media di un miliardo di euro annuo a regione. Se la tassa sul possesso di un veicolo può far adirare molti, anche quella su un apparecchio televisivo diventa scusa per evadere: nonostante il canone Rai sia inserito all’interno della bolletta della luce, almeno il 10% degli utenti trova il modo per non versare quanto dovuto.

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ogni anno stila una relazione sull’evasione fiscale e contributiva. Secondo i dati rilevati dall’ultimo documento (2017), oltre all’IVA, all’IRPEF, all’IRES ed all’IRAP meritano attenzione i contributi sociali sul lavoro dipendente, spesso irregolare nonostante un contratto di riferimento. Può capitare che il datore dichiari meno ore di lavoro, o una paga differente rispetto alle mansioni effettive attribuite al dipendente. In ogni caso, negli ultimi sette anni, emerge una evasione che si attesta attorno agli 8 – 10 miliardi di euro con una fluttuazione di anno in anno spesso associata agli incentivi previsti dal Governo in tema di assunzioni.
Sempre dalla relazione, anche l’IMU pare essere una fra le imposte più evase dagli italiani, con specifico riferimento alle strutture alberghiere ed ai locali commerciali.

Perché si evade in Italia

Le giustificazioni sono molte anche se alcune rimangono degne di nota. Tante persone utilizzano come pretesto l’assenza dei servizi o la loro precarietà, mentre altri ”dimenticano” di pagare con la speranza di far scadere i termini di prescrizione previsti per la notifica della cartella esattoriale. Nonostante la maggior parte delle scuse sembrano essere colorite, altrettante devono far pensare al perché in Italia sono sempre di più coloro che evadono le tasse.
Da un lato la pressione fiscale, dall’altro la dignità delle persone che si trovano costrette a scegliere: o lo Stato, o la sopravvivenza. Così, di recente, la Cassazione ha rigettato la sentenza emessa dalla Corte di Appello di Catania nei confronti di un imprenditore che aveva utilizzato i soldi dovuti al pagamento dell’IVA all’erario per pagare gli stipendi ai propri dipendenti [3].

Si evade in Italia perché molto spesso si deve al fisco circa un terzo di quanto si guadagna. L’affitto di una casa, soggetto ad imposta IRPEF pari al 23%, si associa all’IMU ed alla TASI, dovute dal proprietario dell’immobile. La TASI, in genere, è suddivisa anche con gli inquilini per una percentuale che va dal 10 al 30% (a seconda se il locatore abbia fissato o meno la residenza nell’immobile locato), a cui si aggiunge anche l’imposta di registro del contratto, che ammonta al 2% del canone annuo moltiplicato per il numero delle annualità. L’imposta di registro spetta sia al locatore che al conduttore al 50% ciascuno, ma per una persona che trae una rendita solo dalla locazione diventa difficile gestire con i canoni annui anche le spese straordinarie relative all’immobile.

Si evade per il sistema tributario italiano, a volte troppo complesso, che sembra premiare i furbetti fra scudi fiscali e condoni di vario genere. Sicuramente qualsiasi sia la giustificazione posta alla base dell’evasione fiscale, essa non può trovare supporto in una società chiamata ad adempiere alla spesa pubblica in maniera proporzionale. La legge prevede una serie di incentivi, agevolazioni, detrazioni e deduzioni che riducono notevolmente (e legalmente) l’imposta dovuta all’erario. Le pretese circa il bollo auto ed il canone Rai possono sembrare infondate, perché pagare al momento opportuno significa risparmiare anche oltre il 30% di sanzioni che verrebbero applicate con la notifica della cartella esattoriale.
Infine, se le imposte sulle locazioni sembrano essere onerose, la cedolare secca consente di risparmiare oltre il 10% di IRPEF, ed il locatore otterrà uno sconto IMU pari al 25% dell’imposta annuale.

Come fa il fisco ad accorgersi delle evasioni

Il fisco e la polizia tributaria sono in possesso di una serie di strumenti utili per smascherare i furbetti. Si sente spesso parlare di spesometro e redditometro, e da ultimo di risparmiometro alla cui base ci sono algoritmi volti ad accertare le discordanze fra quanto dichiarato e quanto acquistato o risparmiato durante l’anno.
Un esempio tra tutti è l’obbligo da parte degli istituti di credito di inoltrare, annualmente, una serie di informazioni inerenti ai rapporti finanziari stipulati con i clienti. Le banche (ma anche Poste Italiane) inviano dati su giacenze medie, numero di bonifici, saldo iniziale e finale di libretti, conti correnti, carte di credito e carte prepagate, con il dovere di estinguere tutti quegli strumenti ”al portatore” ancora in circolazione. In questo modo, tramite codice fiscale ed intestazione, è possibile effettuare un incrocio fra quanto dichiarato e ciò che risulta, ad esempio, da un conto corrente e l’accertamento scatta nel momento in cui si riscontra uno scostamento significativo di oltre il 20%.

Quando si registra il contratto di acquisto di un immobile, può capitare che i funzionari del fisco eseguano delle indagini in riferimento all’ubicazione dell’immobile. Utilizzando alcuni dati, ed operando per presunzioni, è possibile che chiedano delucidazioni a colui che ha pagato un prezzo inferiore rispetto a quello di mercato. In tal modo si cerca di prevedere eventuali evasioni fiscali sulle somme versate a titolo di compravendita, che potrebbero essere attuate proprio dichiarando un valore minore dell’immobile.
Ulteriori strumenti sono disciplinati dalla legge, e prevedono controlli, ispezioni dei registri contabili, ma anche sequestri e pignoramenti che vengono realizzati in ambito di procedimenti giudiziari.


note

[1] Art. 53 Cost.

[2] Legge n. 126 del 15.12.2014

[3] Cass. sent. n. 40394 del 30.09.2014


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