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Biancheria stesa: sgocciolanti d’acqua e conseguenze legali

5 Aprile 2018


Biancheria stesa: sgocciolanti d’acqua e conseguenze legali

> Diritto e Fisco Pubblicato il 5 Aprile 2018



Panni stesi dal balcone: se l’acqua sporca o dà fastidio ai condomini dei piani di sotto cosa si può fare per far cessare le condotte moleste?

Non ci sono solo i rumori e la ripartizione delle spese a far litigare i proprietari di appartamenti nei condomini. Una ricorrente contestazione è quella relativa all’utilizzo dei balconi e alle attività che possono pregiudicare i vicini: un condizionatore rumoroso, la puzza di fritto o di barbecue, la caduta di rifiuti, molliche di pani, polvere dei tappeti sbattuti, ecc. Ne abbiamo già parlato in Cosa si può fare sul balcone di casa? Anche l’acqua di scolo dei panni stesi può far degenerare una discussione in una lite in tribunale. Prova ne è una recente ordinanza della Cassazione [1] che ha affrontato il tema della consueta lite tra due condomini, quello del piano superiore e quello del piano sottostante, per via della biancheria stesa e degli sgocciolanti d’acqua. Le conseguenze legali potrebbero apparire irrisorie, da un punto di vista materiale (un po’ di bagnato sul balcone o, al massimo, sui divanenti da esterno) se non fosse che in mezzo c’è anche la possibilità di scomodare il codice penale e, in particolare, il reato di «getto di cose pericolose e atte a imbrattare» o quello di molestia. C’è poi, sotto l’aspetto invece civilistico, lo spoglio nel possesso del cortile o del balcone dal lato in cui cade acqua ove, ovviamente, il proprietario non può più affacciarsi a meno che lo faccia con l’ombrello. Ma procediamo con ordine e vediamo cosa è stato deciso nel caso di specie.

Gocciolamento del bucato steso sui fili: è molestia?

Secondo una sentenza dell’anno scorso pubblicata dal tribunale di Bari [2], integra il reato di molestia [3] il comportamento del condominio che costringe il proprietario del balcone di sotto a subire continuamente lo “sciorino” di panni intridi di acqua (col sorriso provocatorio dell’imputato consapevole del disturbo arrecato). Si tratta infatti di condotte valide a disturbare la quiete e ad ingenerare stati nervosi nel vicino di casa.

Leggi anche Panni stesi in condominio: quali limiti?

Peraltro – aggiunge la Cassazione [4] – la semplice presenza di fili metallici (o zanche) infissi dal costruttore dell’edificio tra braghe di ferro, ai lati delle finestre o dei balconi, non lascia chiaramente intendere che si sia voluto assoggettare l’immobile inferiore allo sgocciolamento del bucato bagnato e quindi, di conseguenza, che si sia voluta costituire una servitù di stillicidio per destinazione del padre di famiglia.

Come è stato più volte giustamente chiarito [5], la molestia nel possesso o anche il «reato di getto di cose pericolose o atte a imbrattare» non può riguardare un comportamento sporadico e occasionale, anche perché a tutti comunque deve essere consentito di stendere i panni all’esterno laddove non si arrechi una evidente molestia (tanto è vero che il codice civile [6] stabilisce che il proprietario deve costruire i tetti in maniera che le acque piovane scolino sul suo terreno e non può farle cadere nel fondo del vicino; da tale norma però, secondo la Cassazione, non può desumersi un generale diritto allo scolo dei panni in assenza di una specifica servitù [7]). Ma per poter classificare come illegittimo il comportamento di chi fa cadere l’acqua di scolo dei panni sulla proprietà del vicino è necessario che il comportamento sia reiterato e continuo, ossia che i fenomeni di gocciolamento abbiano una frequenza e una intensità tali da costituire una limitazione apprezzabile del possesso dell’immobile da parte del relativo proprietario. Solo in tal caso si può parlare di una limitazione al possesso della propria proprietà. In ogni caso è sempre meglio “strizzare” i panni prima di stenderli per evitare di avere successivi problemi di carattere civile o penale.

Interessante la sentenza del tribunale di Reggio Emilia [8] secondo cui l’eventuale  norma contenuta in un regolamento condominiale che impone di non sciorinare i panni riguarda esclusivamente le parti comuni nel rispetto di un generale principio di decorso architettonico e non è dunque applicabile nel caso in cui si tratti del rapporto tra due proprietà individuali. 

C’è comunque da tenere in considerazione che, oltre al regolamento condominiale – che per stabilire il divieto di stendere i panni all’esterno deve essere approvato all’unanimità – ci possono anche essere le limitazioni nei regolamenti comunali, che potrebbero magari riferirsi solo alle zone di maggio pregio storico ed artistico.

Panni stesi: è un pugno nell’occhio all’estetica del palazzo?

Un’ordinanza della Cassazione del 2012 [9] ha ritento non lesiva del decoro architettonico l’esposizione di panni su un balcone o all’esterno delle finestre, trattandosi di un comportamento saltuario che non modifica stabilmente le linee architettoniche dell’edificio, né quella di stracci e tendaggi sul lastrico solare condominiale, trattandosi di oggetti collocati provvisoriamente e facilmente rimovibili. L’orientamento è stato condiviso anche da altri giudici. Difatti, stendere i panni sul balcone, sul terrazzo o sul lastrico non incide del decoro architettonico dell’edificio perché non comporta opere edili incidenti sulla sagoma o la facciata del fabbricato, ma la posa temporanea di oggetti rimovibili, che non possono deturpare l’estetica del palazzo.

note

[1] Cass. ord. n. 8223/2018.

[2] Trib. Bari, sent. del 3.10.2017.

[3] Art. 660 cod. pen.

[4] Cass. sent. n. 14547/2012.

[5] Trib. Salerno sent. n. 1407/2010: «In tema di azione di manutenzione, non configurano una molestia nel possesso quei comportamenti che non compromettano né limitino apprezzabilmente l’esercizio del potere di fatto sulla cosa, essendo viceversa necessario che l’attività materiale posta in essere dal terzo sulla cosa da altri posseduta abbia un congruo ed apprezzabile contenuto di disturbo e denoti di per sè una pretesa dell’agente in contrasto con la posizione del possessore, così da rendere impossibile, gravoso oppure notevolmente difficoltoso l’estrinsecarsi di tale posizione. Inoltre, poiché l’azione di manutenzione ha come fine la cessazione della turbativa del possesso, essa postula, per la sua esperibilità una molestia in atto al momento della proposizione della domanda, estremo, questo, insussistente nella ipotesi di atti di molestia sporadici (Fattispecie in cui non si era raggiunta la piena prova del fatto che i lamentati fenomeni di sgocciolamento d’acqua avessero avuto una frequenza ed una intensità tali da costituire una limitazione apprezzabile del modo di esercizio del possesso, da parte dei ricorrenti, sull’immobile di loro pertinenza)».

[6] Art. 908 cod. civ. 

[7] Cass. sent. n. 7576/2007: «Lo stillicidio, sia delle acque piovane, sia, ed a maggior ragione, di quelle provenienti (peraltro con maggiore frequenza) dall’esercizio di attività umana, quali quelle derivanti dallo sciorinio di panni mediante sporti protesi sul fondo alieno (pratiche comportanti anche limitazioni di aria e luce a carico dell’immobile sottostante), per essere legittimamente esercitato, debba necessariamente trovare rispondenza specifica in un titolo costitutivo di servitù ad hoc o, comunque, ove connesso alla realizzazione un balcone aggettante sull’area di proprietà del vicino, essere esplicitamente previsto tra le facoltà del costituito diritto reale».

[8] Trib. Reggio Emilia, sent. del 4.03.1993.

[9] Cass. sent. n. 7576/2007.


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