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Legge 104: chi abusa dei permessi cosa rischia?

5 aprile 2018


Legge 104: chi abusa dei permessi cosa rischia?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 5 aprile 2018



Per chi utilizza in modo illegittimo i permessi retribuiti per l’assistenza ai familiari disabili scatta il licenziamento anche se c’è stata assoluzione penale.

I tre giorni di permesso retribuito al mese, destinati dalla famosa legge 104 del 1992 ai lavoratori che devono assistere a un familiare invalido, sono spesso al centro di numerose controversie con le aziende. Tutto origina dall’abuso che, in passato, si è fatto di tale beneficio: nato con lo scopo di garantire un sostegno ai portatori di handicap, è diventato un modo per fare ponti, vacanze e dedicarsi ai propri hobby. Benché il legislatore, con una modifica approvata nel 2000 [1], abbia escluso la necessità, durante tali giornate di permesso, di effettuare un’assistenza continuativa del disabile (spesso si tratta un genitore anziano), la Cassazione continua a confermare spesso i licenziamenti. Proprio di recente, un’ordinanza della Suprema Corte [2] ha stabilito che l’abuso della legge 104, anche quando non configura reato, fa scattare sempre il licenziamento «per giusta causa» (tanto per capirci quello “in tronco”). Ma procediamo con ordine e vediamo cosa rischia chi abusa dei permessi della Legge 104.

I tre giorni di permesso della Legge 104: cosa si può fare? 

Come chiarito dalla Cassazione nel 2016 – la sentenza è illuminante [3] – scopo dei tre giorni di permesso della legge 104 non è solo quello di garantire l’assistenza al disabile ma anche di consentire al lavoratore svantaggiato, perché oltre al lavoro deve provvedere alla cura del familiare, di svolgere anche atti della propria vita quotidiana che altrimenti non potrebbe compiere. L’agevolazione (peraltro notevole), consiste, quindi, nel fatto che il beneficiario del premesso ha a disposizione l’intera giornata per programmare al meglio l’assistenza in modo tale da potersi ritagliare uno spazio per compiere le faccende che non sono possibili (o comunque difficili) quando l’assistenza è limitata in ore prestabilite e cioè dopo l’orario di lavoro.

In altri termini, i permessi servono a chi svolge quel gravoso di assistenza a persona handicappate, di poter svolgere un minimo di vita sociale, e cioè praticare quelle attività che non sono possibili quando l’intera giornata è dedicata prima al lavoro e, poi, all’assistenza.

Questo significa che durante le giornate di permesso non si è costretti a stare tutte le 24 ore dal disabile né solo le ore che altrimenti sarebbero state dedicate al lavoro. Ma, è ovvio che l’assistenza dev’esserci. Questo significa che non si può andare al mare o in vacanza in un’altra città perché verrebbe snaturata proprio l’essenza stessa dei permessi della legge 104.

Sul punto leggi: Permessi retribuiti dal lavoro 104: abrogata l’assistenza continuativa.

L’abuso dei permessi cosa comporta?

Il reato

L’utilizzo illegittimo dei permessi, ossia per finalità diverse da quelle dell’assistenza del portatore di handicap, è considerato innanzitutto un reato: quello di indebita percezione del trattamento economico ai danni dell’Inps. Si tratta di un illecito posto ai danni della nazione intera, visto che, in tali frangenti, il trattamento economico versato al dipendente durante tali giorni di permesso (che, come detto, sono «retribuiti») viene solo inizialmente anticipato dal datore di lavoro, ma di fatto erogato dall’Inps e, quindi, a spese dei contribuenti. In pratica, il dipendente che abusa dei permessi retribuiti per l’assistenza ai portatori di handicap è un “peso sociale” che scarica, sulla collettività, il costo della propria malafede. Si tratta, quindi, di un reato procedibile d’ufficio, anche senza necessaria denuncia del datore di lavoro. La violazione dei permessi della legge 104 è, quindi, di un comportamento – per usare le stesse parole della Cassazione – «suscettibile di rilevanza penale». Ciò implica che chiunque può presentarsi presso una una stazione dei carabinieri o dalla polizia per segnalare l’abuso dei permessi 104 perpetrato da un collega. Come tutti i reati procedibili d’ufficio, la denuncia è un semplice “avviso” che si fornisce alle forze dell’ordine, tenute poi ad aprire il fascicolo e trasmetterlo alla Procura della Repubblica per l’avvio delle indagini. Non è necessario avere le prove di ciò che si afferma poiché anche la ricerca di queste spetta all’ufficio del Pm. L’assenza di prove non espone neanche al rischio di una controquerela per calunnia, la quale ricorre solo in caso di denuncia fatta in malafede, ben conoscendo cioè l’innocenza altrui.

Il licenziamento

In secondo luogo l’abuso dei permessi della legge 104 è, da un punto di vista civilistico, un atto contrario al dovere di fedeltà verso l’azienda che ogni dipendente ha. Pertanto, anche un singolo episodio di abuso può portare al «licenziamento per giusta causa»: è quello che scatta in tronco, ossia senza preavviso, per via della gravità della condotta del dipendente. La sentenza della Cassazione qui in commento non fa altro che ripetere questo concetto: non è necessaria la reiterazione dell’abuso per rischiare il licenziamento.

Non solo: il licenziamento può essere intimato anche se il dipendente viene assolto nel giudizio penale. Leggi Quando c’è abuso dei permessi 104.

Secondo la Cassazione, per poter licenziare il dipendente che abusa dei permessi, basta dimostrare il suo «dolo» ossia la malafede, la consapevolezza di compiere un atto contrario ai doveri di legge. E in ciò non rileva neanche un contingente stato psichico precario.

note

[1] Art. 20/1 della L. 8 marzo 2000, n. 53.

[2] Cass. ord. n. 8209/18 del 4.04.2018.

[3] Cass. sent. n. 54712/16 del 23.12.2016.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – L, ordinanza 6 febbraio – 4 aprile 2018, n. 8209
Presidente Doronzo – Relatore De Marinis

Rilevato

che con sentenza dell’8 novembre 2016, la Corte d’Appello di Genova confermava la decisione resa dal Tribunale di Genova e rigettava la domanda proposta da Je. Mo. nei confronti della Azienda Sanitaria Locale n. 3 Genovese, avente ad oggetto la declaratoria di illegittimità del licenziamento disciplinare irrogatole per aver abusivamente fruito del permesso ex lege n. 104/1992 e negato insistentemente l’abuso medesimo;
che la decisione della Corte territoriale discende dall’aver questa ritenuto, a prescindere dall’assoluzione ottenuta dalla lavoratrice in relazione all’imputazione sollevata in sede penale, sussistente l’addebitato abuso del diritto, non scalfita la gravità del medesimo dall’apprezzamento della pregressa condotta lavorativa e dal contingente precario stato psichico, e, pertanto, proporzionata l’irrogata massima sanzione;
che per la cassazione di tale decisione ricorre la Mo., affidando l’impugnazione a due motivi, poi illustrati con memoria, cui resiste, con controricorso, la ASL;
che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c, è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio non partecipata;
che il Collegio ha deliberato di adottare una motivazione semplificata

Considerato

che, con il primo motivo, la ricorrente, nel denunciare la violazione e falsa applicazione dell’art. 132, comma 1, n. 4), c.p.c. e la conseguente nullità della sentenza impugnata, imputa alla Corte territoriale di aver reso la propria pronunzia solo apparentemente in conformità con l’orientamento espresso da questa Corte in tema di abuso dei permessi ex lege n. 104/1992 e richiamato a fondamento della pronunzia medesima, sostanzialmente incorrendo in un assoluto difetto di motivazione;
che, con il secondo motivo, denunciando la violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c, la ricorrente imputa alla Corte territoriale un superficiale esame della documentazione prodotta in atti;
che entrambi i motivi, i quali, in quanto strettamente connessi, possono essere qui trattati congiuntamente, risultano infondati, dal momento che il principio espresso da questa Corte con le decisioni richiamate nella motivazione dell’impugnata sentenza ha portata generale e non presuppone la reiterazione della condotta integrante l’abuso del diritto, risultando, pertanto, idoneo a sorreggere il percorso logico-valutativo intrapreso dalla Corte territoriale e condotto, secondo quanto emerge dalla motivazione espressa, tenendo ampiamente conto della documentazione invocata a sostegno della propria prospettazione dalla ricorrente e addivenendo, in puntuale contrappunto con le risultanze della medesima a sancirne l’irrilevanza sotto il profilo della loro incidenza limitativa della gravità della condotta, correttamente apprezzata in conformità ai criteri indicati da questa Corte, senza che possa ravvisarsi alcun vizio logico e giuridico nella prevalenza accordata all’elemento soggettivo della condotta medesima e nella qualificazione al medesimo attribuita in termini di “perdurante ipotesi di dolo”, profili che, rimessi al libero apprezzamento del giudice del merito, non risultano del resto qui neppure fatti oggetto di censura;
che, pertanto conformandosi alla proposta del relatore, il ricorso va rigettato;
che le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo;

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 3.500,00 per compensi, oltre spese generali al 15% ed altri accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, co. 1 quater del D.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

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