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Bonifico sul conto del figlio: è attaccabile dai creditori?

5 aprile 2018


Bonifico sul conto del figlio: è attaccabile dai creditori?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 5 aprile 2018



Come opporsi alla azione revocatoria del creditori se il debitore sposata dei soldi su un altro conto corrente.

Hai numerosi debiti e un’ipoteca sulla casa da parte della banca; il conto è quasi “a zero” per cui, almeno sul versante bancario, non rischi alcun pignoramento. Resta comunque il fatto che vivi con la spada di Damocle di non poter acquistare nulla; qualsiasi bene intestato, difatti, potrebbe essere oggetto di esecuzione forzata. «Meglio rimanere nullatenenti», ti sei detto e, così facendo, hai lasciato che le cose seguissero il loro corso. Senonché, d’un tratto, ti viene fatto un grosso bonifico sul conto corrente: avevi in corso una vertenza con il tuo ex datore di lavoro il quale ha dovuto pagarti il risarcimento dei danni. Ora temi che i soldi possano essere pignorati dai tuoi creditori. Così decidi di spostarli sul conto di tuo figlio. In tal modo, gli consentirai anche di acquistare una casa intestandola a sé stesso ed evitando qualsiasi tipo di aggressione da parte dei tuoi creditori. Ma un’operazione del genere è lecita? Il bonifico sul conto del figlio è attaccabile dai creditori? La risposta è indirettamente contenuta in una recente ordinanza della Cassazione [1]. Ecco cosa hanno detto, in proposito, i giudici supremi.

Il bonifico sul conto del figlio è una donazione?

Ogni volta che una persona regala dei soldi a un’altra affinché questa possa acquistare per sé un bene non fa che realizzare quella che, secondo la legge, si chiama donazione indiretta. Lo schema tipico è appunto il caso del genitore che versa, sul conto del figlio, il denaro necessario a consentire a questi di comprare casa. Si ha ugualmente una donazione indiretta nell’ipotesi in cui i soldi vengano versati, dal donante, nelle mani del venditore (ad esempio il costruttore della casa), affinché questi intesti il bene al donatario (il figlio del donante, nell’esempio di poc’anzi).

La donazione indiretta può essere eseguita anche senza notaio e, quindi, senza bisogno di pagare le imposte, ma – a detta delle Sezioni Unite della Cassazione – a condizione che l’atto di acquisto contenga due elementi:

  • l’indicazione che il denaro con cui viene pagato il prezzo è il frutto di una donazione;
  • l’indicazione della persona del donante.

Si può esercitare l’azione revocatoria sulla donazione indiretta?

Come tutte le donazioni, anche la donazione indiretta può essere oggetto di revocatoria.

L’azione revocatoria, in pratica, è una causa che viene intentata dal creditore nei confronti del debitore ogni volta in cui questi, spogliandosi di propri beni, si impoverisce al punto tale da rendere più difficoltoso un eventuale pignoramento sul residuo patrimonio. Lo scopo della revocatoria è rendere inefficace la cessione del bene o del denaro nei confronti del creditore, in modo tale che quest’ultimo possa pignorarlo e soddisfarsi sul ricavato dall’asta. La revocatoria, così, può avere ad oggetto la vendita di un immobile, una donazione, un bonifico bancario, la costituzione di un fondo patrimoniale o di un trust, finanche una separazione dei beni tra coniugi quando è solo simulata e volta a eludere le garanzie dei creditori tramite l’intestazione dei beni all’ex coniuge.

Basta aver contratto un debito per poter essere citati in una causa per revocatoria. Non importa magari il fatto che si tratti di un debito oggetto di contestazione, su cui cioè pende una causa, o che la restituzione della somma debba avvenire a rate e che si sia in regola coi pagamenti.

L’azione revocatoria deve essere esercitata entro cinque anni dall’atto che pregiudica i creditori.

Come dicevamo, anche una donazione indiretta può essere oggetto di azione revocatoria. Dunque, il padre che effettua un bonifico sul conto del figlio può subire l’azione revocatoria entro cinque anni dal bonifico medesimo.

Le condizioni per l’azione revocatoria

Se oggetto della azione revocatoria è una vendita, il creditore deve dimostrare due elementi:

  • che l’atto di vendita ha impoverito il debitore al punto tale da rendere molto più difficile il pignoramento sui restanti beni. In pratica, l’azione revocatoria è possibile solo se il debitore è diventato, a seguito della vendita, nullatenente o quasi;
  • che l’acquirente fosse a conoscenza della situazione debitoria del venditore e, ciò nonostante, abbia deciso di concludere il contratto di acquisto.

Se invece oggetto della azione revocatoria è una donazione, il creditore deve dimostrare solo il primo dei due suddetti elementi (non essendovi, in questo caso, la necessità di tutelare il nuovo titolare del bene, non avendo questi sborsato un prezzo). In altri termini bisogna dimostrare solo che il debitore ha compiuto l’atto in frode ai creditori, spogliandosi dei propri beni o di gran parte di questi al solo fine di sottrarre a questi ultimi ogni garanzia sul proprio patrimonio.

Come contrastare l’azione revocatoria sul bonifico bancario

Il debitore che voglia difendersi nell’azione revocatoria intentatagli dal creditore – sia che essa abbia ad oggetto un bonifico bancario per una donazione indiretta o la cessione di un immobile o qualsiasi altro atto – deve poter dimostrare di avere beni a sufficienza, anche in assenza di quello appena ceduto, da soddisfare le pretese dei creditori e consentire a questi ultimi di eseguire comunque il pignoramento. Se, ad esempio, una persona ha un debito di 200mila euro e versa sul conto del figlio 150 mila euro, ma ha una casa intestata che ne vale 300 il creditore non ha ragione di revocare il bonifico bancario avendo già una garanzia immobiliare.

Ciò vale, a maggior ragione, nel caso in cui il creditore abbia già un’ipoteca sulla casa del debitore: l’ipoteca è già di per sé una garanzia, sicché la revocatoria “a scopo precauzionale” non è ammessa dalla legge.

Non si può quindi ammettere la revocatoria del bonifico o di qualsiasi altra donazione se le sostanze residue del debitore hanno un valore di superiore al debito contratto e non ancora onorato.

note

[1] Cass. ord. n. 8345/18 del 4.04.2018.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 8 febbraio – 4 aprile 2018, n. 8345
Presidente Amendola – Relatore Sestini

Fatto e diritto

Rilevato che:
la Corte di Appello di Brescia ha confermato la sentenza di primo grado che aveva rigettato la domanda ex art. 2901 cod. civ. proposta dalla MPS Gestione Crediti Banca s.p.a. nei confronti di B.P. e del figlio A. , in relazione ad una donazione indiretta compiuta dal primo (mediante il pagamento del prezzo di un immobile acquistato dal secondo);
la Corte ha condiviso la valutazione del Tribunale che aveva escluso la ricorrenza dell’eventus damni in quanto, al momento in venne compiuto l’atto revocando, il residuo patrimonio di B.P. , costituito anche da un “considerevole patrimonio immobiliare”, era “ampiamente superiore al debito dello stesso nei confronti della banca (…) ed era per gran parte vincolato a garanzia dell’esposizione debitoria conseguente all’apertura di credito”;
ha proposto ricorso per cassazione la Banca Monte dei Paschi di Siena s.p.a. (incorporante la MPS Gestione Crediti Banca), affidandosi ad un unico motivo; ha resistito B.P. con controricorso.
Considerato che:
con l’unico motivo, la ricorrente ha denunciato la violazione e la falsa applicazione dell’art. 2901 cod. civ. evidenziando che il pregiudizio rilevante ai fini dell’azione revocatoria ordinaria “non include il mero danno attuale, ma anche il danno potenziale” e che, con la donazione indiretta in favore del figlio, il B. aveva comunque determinato una “scarto di garanzia”, ossia una considerevole riduzione della differenza fra l’esposizione debitoria e le garanzie patrimoniali;
il motivo è infondato giacché:
la Corte ha correttamente verificato la sussistenza dell’eventus damni all’epoca in cui venne compiuto l’atto di disposizione dedotto in giudizio, costituente il momento in cui doveva apprezzarsi se il patrimonio residuo del debitore fosse tale da soddisfare le ragioni del creditore (cfr. Cass. n. 23743/2011, che ha anche precisato come restino invece “assolutamente irrilevanti, al fine anzidetto, le successive vicende patrimoniali del debitore, non collegate direttamente all’atto di disposizione”);
rispetto a tale momento, la Corte ha accertato che il residuo patrimonio del B. era – come detto – “ampiamente superiore al debito dello stesso nei confronti della banca”, sulla base di dati che non erano “stati specificamente contestati da MPS”, con la conseguenza che non appariva configurabile alcun pregiudizio per il creditore, neppure in termini di maggiore difficoltà di realizzare il proprio credito;
a fronte di tale apprezzamento – riservato al giudice di merito e non censurato sotto il profilo dell’irriducibile anomalia motivazionale – la decisione impugnata risulta dunque conforme a diritto per avere rigettato la domanda in difetto del requisito dell’eventus damni;
le spese di lite seguono la soccombenza;
trattandosi di ricorso proposto successivamente al 30.1.2013, sussistono le condizioni per l’applicazione dell’art. 13, comma 1 quater del D.P.R. n. 115/2002.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese di lite, liquidate in Euro 6.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, al rimborso degli esborsi (liquidati in Euro 200,00) e agli accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1-quater del D.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso articolo 13.

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