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L’avvocato che impugna la sentenza non deve offendere il giudice

5 aprile 2018


L’avvocato che impugna la sentenza non deve offendere il giudice

> Diritto e Fisco Pubblicato il 5 aprile 2018



Dire che il giudice non ha letto le carte del processo comporta una sanzione disciplinare.

Ci sono tanti modi di offendere. Più volte la Cassazione ha detto che l’ingiuria non ha un parametro fisso ma può variare in base al contesto in cui si inserisce la frase offensiva. Come dire: ci sono ambienti dove la rivalità è quasi normale, fa parte del gioco e, pertanto, è normale aspettarsi una contestazione più incisiva del solito. Si pensi a una campagna elettorale o a una riunione di condominio. Ma ciò vale solo per determinati ambienti. In tribunale la rivalità non deve mai sconfinare in espressioni sia pur velatamente offensive. Tanto più se il destinatario è un giudice. Una recente ordinanza della Cassazione [1] è emblematica nel bacchettare un legale che aveva usato un’espressione poco felice nel proprio atto difensivo. Secondo la Corte, infatti, l’avvocato che impugna la sentenza non deve offendere il giudice (quello cioè che ha emesso la sentenza impugnata). Vediamo cosa è successo nel caso in esame.

Tutto nasce da un ricorso in Cassazione particolarmente infelice e dall’esito sfortunato. Il ricorso veniva rigettato per infondatezza ed eccessiva genericità delle censure sollevate. In alcune parti risultava del tutto “oscuro” (così si legge nelle motivazioni degli ermellini). Addirittura il ricorrente reiterava in Cassazione delle contestazioni sul merito che, come noto, non possono trovare spazio in quella sede. Sicché, con la sentenza, i giudici condannavano la parte alla responsabilità processale aggravata.

Ma non è tutto. L’avvocato aveva scritto nel ricorso per cassazione che la Corte d’Appello, in buona sostanza, aveva deciso senza neppure aver letto i fascicoli di causa. Si tratta però, ad avviso della Cassazione, di una latente accusa di omissione nel compimento dei propri doveri d’ufficio che può costare caro al difensore. Tanto caro che, nel caso di specie, è stato subito segnalato all’ordine di competenza ai fini disciplinari. E difatti, secondo la Suprema Corte, l’attribuzione al Giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata non già di un errore nella ricostruzione dei fatti o nell’interpretazione delle norme, ma di una intenzionale omissione nel compimento dei propri doveri d’ufficio («non leggere neppure i fascicoli») costituisce un atto contrario ai doveri deontologici dell’avvocato, ed in particolare costituisce violazione di quella norma che pone il divieto di uso di espressioni offensive o sconvenienti [2].  Ricordiamo infatti che il codice deontologico forense stabilisce che l’avvocato deve evitare espressioni offensive o sconvenienti negli scritti in giudizio e nell’esercizio dell’attività professionale nei confronti di colleghi, magistrati, controparti o terzi».

Insomma, non si possono fare insinuazioni negli atti processuali e accusare i giudici di non fare il proprio dovere; le censure possono riguardare solo gli elementi della sentenza, l’interpretazione della legge, l’errata ricostruzione dei fatti o valutazione delle prove. Ma la persona del magistrato non si tocca.

Sempre la Cassazione, nel 2016 [3], aveva detto che, ai fini della responsabilità disciplinare dell’avvocato, le espressioni sconvenienti od offensive vietate dal codice deontologico forense rilevano di per sé, a prescindere dal contesto in cui sono usate e dalla veridicità dei fatti che ne sono oggetto.

Due pesi e due misure? Quando le espressioni offensive sono rivolte non al giudice ma al collega, la Cassazione sembra cambiare idea. Si legga ad esempio questa sentenza: «Non ogni espressione “forte” o pungente che crei disappunto è automaticamente offensiva ai fini della responsabilità penale nei delitti contro l’onore; la sussistenza di un reato non può essere ancorata alla sensibilità della (presunta) parte offesa. Ciò che rileva, nei delitti contro l’onore, oltre al dolo generico dell’agente, è la obiettiva capacità offensiva, da giudicarsi in base al significato socialmente condiviso delle parole, delle espressioni utilizzate (nella specie, la Corte ha escluso che l’utilizzo del termine “risibile”, con cui un avvocato commentava una tesi difensiva di controparte, potesse costituire espressione offensiva integrante l’ex reato di ingiuria» [4].

Il Consiglio Nazionale Forense invece scrive: «Posto che l’attribuire alla controparte la prospettazione di circostanze false costituisce una evidente manifestazione della dialettica processuale, che ha il limite del divieto di espressioni sconvenienti od offensive autonomamente valutabile in sede disciplinare, devono ritenersi non lesive della dignità e del decoro professionale le affermazioni di malafede processuale e di deduzione di false circostanze, rivolte alla controparte, in quanto non sconvenienti né offensive ed altresì appartenenti al diritto di difesa nell’ambito del processo» [5]. È sempre del Cnf la seguente decisione: «Nel conflitto tra il diritto a svolgere la difesa giurisdizionale nel modo più largo e insindacabile e il diritto della controparte al decoro e all’onore prevale il primo, salvo l’ipotesi in cui le espressioni offensive siano gratuite, ossia non abbiano relazione con l’esercizio del diritto di difesa e siano oggettivamente ingiuriose. Pertanto, non commette illecito disciplinare l’avvocato che in una richiesta al giudice richiami la normativa sulla responsabilità dei magistrati al fine di una migliore difesa del cliente e per la realizzazione del risultato perseguito con l’azione giudiziale» [6].

note

[1] Cass. ord. n. 8064/2018 de 3.04.2018.

[2] Art. 52, comma 1, del codice deontologico forense.

[3] Cass. sent. n. 11370/2016.

[4] Cass. sent. n. 10188/2011.

[5] Cnf sent. n. 130/2006.

[6] Cnf sent. n. 195/2003.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 30 ottobre 2017 – 3 aprile 2018, n. 8064
Presidente Amendola – Relatore Rossetti

Fatti di causa

1. Nel 2001 la società Intesa Gestione Crediti s.p.a. (il cui credito sarà in seguito ceduto alla società Castello Finance s.r.l., che nel presente giudizio è rappresentata dalla società Italfondiario s.p.a.) convenne dinanzi al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere S.G. e C.G. , allegando:
(-) di essere creditrice delle società “(omissis) s.r.l.” e “(omissis) s.r.l.”;
(-) che i debiti delle suddette società verso la Intesa gestione Crediti erano state garantire dai coniugi S.G. e C.G. , fino al limite di 1,5 miliardi di lire;
(-) che S.G. e C.G. avevano conferito vari beni immobili, acquistati da C.G. in costanza di matrimonio, in un fondo patrimoniale, allo scopo di sottrarli a creditori.
Chiesero perciò che l’atto di conferimento di tali beni nel fondo patrimoniale fosse dichiarato simulato ovvero, in subordine, ne fosse dichiarata l’inefficacia ex art. 2901 c.c..
2. I convenuti si costituirono e, oltre a chiedere il rigetto della domanda, chiamarono in causa le curatele fallimentari della (omissis) s.r.l. e della (omissis) s.r.l., nel frattempo fallite, alle quali chiesero di essere garantire in caso di accoglimento della domanda attorea.
Nel giudizio intervenne volontariamente la società Monte dei Paschi di Siena s.p.a., pur essa creditrice dei convenuti.
3. Con sentenza 21 aprile 2007 n. 5282 il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere rigettò la domanda di simulazione ed accolse quella di revocatoria.
I soccombenti impugnarono la sentenza.
4. La Corte d’appello di Napoli con sentenza 29 ottobre 2014 n. 4316 rigettò il gravame.
Per quanto in questa sede ancora rileva, la Corte d’appello di Napoli ritenne che:
(-) le curatele dei fallimenti della (omissis) s.r.l. e della (omissis) s.r.l. non fossero state validamente citate in appello, e quindi non fossero più parti del giudizio;
(-) l’appello era inammissibile per genericità;
(-) era irrilevante la circostanza che gli immobili conferiti nel fondo patrimoniale fossero ipotecati, perché nulla era stato dimostrato dai convenuti circa l’effettiva persistenza e l’ammontare del credito a garanzia del quale furono iscritte quelle ipoteca, ed in mancanza di tale prova non poteva stabilirsi se le suddette ipoteche fossero davvero tali da azzerare il valore degli immobili, e rendere perciò irrilevante, rispetto alla Intesa Gestione Crediti, il loro conferimento in un fondo patrimoniale.
5. La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione da C.G. con ricorso fondato su due motivi.
Ha resistito la Italfondiario, nella sua qualità di rappresentante volontaria della Castello Finance s.r.l..

Ragioni della decisione

1. Il primo motivo di ricorso.
1.1. Col primo motivo la ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360, nn. 3 e 4, c.p.c., la nullità del giudizio d’appello e della sentenza che l’ha concluso.
Deduce che al giudizio d’appello non hanno partecipato i due soggetti chiamati in causa dalla convenuta C. , ovvero le curatele fallimentari delle società (omissis) s.r.l. e (omissis) s.r.l., nei confronti dei quali essa ricorrente aveva domandato di “essere rivalsa” (sic) in caso di accoglimento della domanda attorea.
Sostiene che la Corte d’appello, “per fare in fretta”, non si sarebbe avveduta che le suddette parti non erano state citate, ed avrebbe sinanche dimenticato di indicarle nell’epigrafe della sentenza.
1.2. Il motivo è manifestamente inammissibile, perché estraneo alla ratio decidendi.
La Corte d’appello non ha affatto trascurato di considerare che in primo grado fosse stata proposta una domanda di garanzia nei confronti dei due fallimenti.
L’ha fatto, ma ha reputato che, non essendovi prova dell’avvenuta notifica dell’atto d’appello alle due curatele chiamate in causa, esse non potevano considerarsi parti del giudizio di gravame, trattandosi di cause scindibili.
Il vizio di nullità, dunque, non sussiste, giacché non è nulla la sentenza pronunciata in un processo litisconsortile, previa separazione delle domande.
Né è stata impugnata in questa sede l’affermazione della Corte d’appello secondo cui la domanda di revocatoria proposta dal creditore nei confronti del fideiussore, e quella di garanzia proposta dal fideiussore nei confronti del debitore principale, costituiscono cause tra loro scindibili, e tanto meno quella secondo cui non vi era prova in atti dell’avvenuta notifica dell’appello ai due fallimenti.
2. Il secondo motivo di ricorso.
2.1. Col secondo motivo la ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360, n. 5, c.p.c., che la Corte d’appello non avrebbe tenuto conto delle eccezioni da essa sollevate, ed in particolare:
(a) non ha considerato che la Intesa Gestione Crediti non dimostrò l’anteriorità del suo credito, rispetto alla data di costituzione del fondo patrimoniale;
(b) non avrebbe tenuto conto che “la documentaione (prodotta dalla banca) è stata presentata non autentica e fuori termine”;
(c) non avrebbe tenuto conto che “le presunte ipoteche della BCI erano inopponibili in quanto successive al fondo patrimoniale”.
Dopo avere dedotto tali vizi, il motivo (p. 8, primo capoverso, del ricorso) torna a lamentare la “violazione del contraddittorio”, per la mancata partecipazione al giudizio d’appello delle due curatele fallimentari sopra già ricordate.
2.2. Il motivo è inammissibile per due indipendenti ragioni.
La prima è la sua assoluta genericità, giacché l’intera censura si compendia nei brevi ed oscuri passi riportati tra virgolette al paragrafo precedente.
La seconda ragione è che anche questo motivo è estraneo alla ratio decidendi sottesa dalla sentenza impugnata.
Questa, infatti, ha dichiarato l’appello inammissibile per aspecificità, ai sensi dell’art. 342 c.p.c. (così la sentenza impugnata, pag. 6, secondo capoverso).
Di tale statuizione di inammissibilità la ricorrente non si fa carico, questionando nel merito, come se nel merito la Corte d’appello avesse deciso.
Ma la Corte d’appello, come accennato, non ha affatto esaminato il fondo della domanda revocatoria: si è limitata a dichiarare l’appello inammissibile perché “alcun ragionamento offre in contrapposizione alle argomentazioni del Tribunale”.
E questa statuizione, come detto, non è stata in questa sede impugnata.
3. La responsabilità aggravata.
3.1. Il giudizio concluso della presente sentenza è iniziato nel 2001.
Ad esso, pertanto, è applicabile ratione temporis l’art. 385, comma 4, c.p.c., a norma del quale “quando pronuncia sulle spese (…) la Corte, anche d’ufficio, condanna (…) la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma, equitativamente determinata, non superiore al doppio dei massimi tariffa/i, se ritiene che essa ha proposto il ricorso o vi ha resistito anche solo con colpa grave”.
Tale norma è stata introdotta dall’art. 13 d. lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, e, per espressa previsione dell’art. 27, comma 2, del medesimo decreto, si applica ai ricorsi per cassazione proposti avverso le sentenze pubblicate a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto medesimo, avvenuta il 2 marzo 2006.
Vero è che l’art. 385, comma 4, c.p.c., è stato in seguito abrogato dall’art. 46, comma 20,1. 18 giugno 2009, n. 69.
Tuttavia, per espressa previsione dell’art. 58 della stessa legge n. 69/09, “le di disposizioni della presente legge che modificano il codice di procedura civile (..) si applicano ai giudizi instaurati dopo la data della sua entrata in vigore”, vale a dire dopo 4 luglio 2009.
Nel presente giudizio è pertanto applicabile ratione temporis l’art. 385, comma 4, c.p.c. (come già ritenuto da Sez. 3, Sentenza n. 22812 del 7/10/2013, Rv. 629023, in motivazione), in quanto:
(a) il ricorso per cassazione ha ad oggetto una sentenza pronunciata dopo il 2 marzo 2006;
(b) il giudizio in primo grado è iniziato il 30 marzo 2009, e dunque prima del 4 luglio 2009.
3.2. Ciò posto circa la disciplina applicabile, questa Corte osserva che agire o resistere in giudizio con mala fede o colpa grave vuol dire azionare la propria pretesa, o resistere a quella avversa, con la coscienza dell’infondatezza della domanda o dell’eccezione; ovvero senza aver adoperato la normale diligenza per acquisire la coscienza dell’infondatezza della propria posizione.
Nel caso di specie, la ricorrente ha proposto una impugnazione sostenendo due tesi assai ardite.
Col primo motivo, infatti, ha invocato la nullità del processo per la mancata partecipazione ad esso di due parti che essa stessa non provvide a citare in appello, e per di più prescindendo del tutto dalle motivazioni adottate dalla Corte d’appello circa la scindibilità delle cause.
Col secondo motivo, poi, la ricorrente ha impugnato per motivi attinenti il merito una sentenza che aveva dichiarato l’appello inammissibile per genericità, ai sensi dell’art. 342 c.p.c..
L’uno e l’altro di questi motivi, pertanto, rendono palese che delle due l’una: o la ricorrente non si è nemmeno posta il problema dell’effettivo contenuto della sentenza d’appello, e ciò costituirebbe un’ipotesi di colpa grave; oppure, al contrario, l’ha ben compreso e cionondimeno ha inteso ugualmente proporre un ricorso totalmente eterodosso rispetto ai contenuti della decisione d’appello, e ciò costituirebbe un’ipotesi di mala fede.
La ricorrente va di conseguenza condannata d’ufficio, ai sensi dell’art. 385, comma 4, c.p.c., nel testo applicabile ratione temporis al presente giudizio, al pagamento in favore della parte intimata, in aggiunta alle spese di lite, d’una somma equitativamente determinata a titolo di risarcimento del danno.
Tale somma può essere determinata equitativamente, ex art. 1226 c.c., assumendo a parametro di riferimento l’importo delle spese dovute alla parte vittoriosa per questo grado di giudizio, e nella specie può essere fissata nell’importo di Euro 5.000, oltre interessi legali dalla data di pubblicazione della presente ordinanza.
4. Segnalazione al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli.
4.1. L’avvocato Antonio Orlando, difensore della ricorrente e firmatario del ricorso, a p. 5, quinto capoverso, del proprio ricorso, ha scritto: “La corte d’appello, senza leggersi neppure i fascicoli ed omettendo la esistenza delle curatele del fallimento (omissis) s.r.l. e (omissis) rigettava l’appello ecc.”.
Ritiene questa Corte che l’attribuzione al giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata non già di un errore nella ricostruzione dei fatti o nell’interpretazione delle norme, ma di una intenzionale omissione nel compimento dei propri doveri d’ufficio (“non leggere neppure i fascicoli”) costituisca un atto contrario ai doveri deontologici dell’avvocato, ed in particolare costituisca violazione dell’art. 52, comma 1, del codice deontologico forense.
La presente sentenza, pertanto, dovrà essere comunicata al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli, ai sensi dell’art. 51, comma 3, lettera (d), della 1. 31 dicembre 2012 n. 247, per i provvedimenti di sua competenza, ovvero la trasmissione al Consiglio di disciplina territorialmente competente.
5. Le spese.
5.1. Le spese del presente giudizio di legittimità vanno a poste a carico della ricorrente, ai sensi dell’art. 385, comma 1, c.p.c., e sono liquidate nel dispositivo.

P.Q.M.

(-) dichiara inammissibile il ricorso;
(-) condanna C.G. al pagamento in favore della Castello Finance s.r.l. della somma di Euro 5.000, oltre interessi come in motivazione;
(-) condanna C.G. alla rifusione in favore di Castello Finance, come in epigrafe rappresentata delle spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano nella somma di Euro 10.200, di cui 200 per spese vive, oltre I.V.A., cassa forense e spese forfettarie ex art. 2, comma 2, d.m. 10.3.2014 n. 55;
(-) visto l’art. 51, comma 3, della 1. 31.12.2012 n. 247, manda alla Cancelleria di trasmettere copia della presente sentenza al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli.

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