Diritto e Fisco | Editoriale

Come fatturare risarcimento danni


> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 aprile 2018



La fattura dimostra il danno subito? Bisogna fatturare l’Iva? Nel risarcimento dei danni si paga anche l’Iva?

Il risarcimento danni è il diritto che spetta a chi subisce un torto. La legge italiana pone un generico divieto di ledere i beni altrui, obbligando chi commette l’illecito a pagare il risarcimento dei danni. Il risarcimento dei danni, quindi, spetta alla parte lesa sia in presenza di un vincolo contrattuale (si parla, in questo caso, di responsabilità contrattuale) che in assenza di tale rapporto (responsabilità extracontrattuale).

Al danneggiato, nel momento in cui viene liquidato il risarcimento, si pone un problema: come fatturare il risarcimento danni? Approfondiamo l’argomento e cerchiamo di rispondere a questa domanda.

Risarcimento danni: a cosa serve la fattura?

Prima di vedere come fatturare risarcimento danni, occorre dire che la fattura è un documento molto importante al fine della liquidazione delle somme alle quali si ha diritto. Ed infatti, per poter chiedere il risarcimento del danno è necessario, nel sistema processuale italiano, dimostrare non solo la condotta illecita della controparte ma anche l’esistenza e l’entità del danno.

Emblematici sono i sinistri stradali: il proprietario dell’auto che vuol farsi risarcire dall’assicurazione le spese per la riparazione dell’autovettura deve dimostrare l’entità del danno e la spesa sostenuta. In genere, per assolvere a quest’obbligo gli automobilisti presentano alla compagnia di assicurazione (della controparte oppure propria, nel caso di indennizzo diretto) la semplice fattura del carrozziere, nella quale sono preventivati, prima ancora di eseguirli, gli interventi necessari al fine di riparare il mezzo.

Fattura: serve secondo la Cassazione?

Ebbene, questo modo di dimostrare il pregiudizio subito, cioè quello di fatturare per ottenere il risarcimento danni, è stato messo in forte discussione dalla giurisprudenza. Secondo la Corte di Cassazione [1], non basta una semplice fattura per ottenere il risarcimento dei danni: la fattura, infatti, è un semplice documento fiscale che non prova l’entità del risarcimento.

Al contrario, la fattura accompagnata da una quietanza con cui si certifica che il pagamento è stato effettivamente eseguito è sufficiente a dimostrare il pregiudizio economico patito e, di conseguenza, l’ammontare del risarcimento cui si ha diritto.

La quietanza può tranquillamente essere sostituita da un altro mezzo che provi l’avvenuto pagamento, come, ad esempio, il bonifico.

Risarcimento danni: si fattura l’Iva?

Detto dell’importanza (relativa) della fattura, vediamo come fatturare il risarcimento danni. In altre parole, se nei paragrafi precedenti abbiamo analizzato il ruolo della fattura prima del risarcimento danni, o meglio della fattura utile ad ottenere detto risarcimento, vediamo ora come fatturare il risarcimento danni già ricevuto.

In Italia vige un principio: se l’importo da fatturare non ha la natura di corrispettivo, cioè di remunerazione di una prestazione effettuata (ad esempio, il pagamento di un servizio reso) ma costituisce un indennizzo per un danno subito, allora alla fattura non si applica l’imposta sul valore aggiunto, cioè l’Iva.

A questo punto, occorre distinguere tra il risarcimento danni derivante da responsabilità contrattuale (cioè dalla violazione di un precedente vincolo giuridico tra le parti) e quello proveniente, al contrario, da responsabilità extracontrattuale.

Nel primo caso, il divieto di applicare l’Iva a proposito del fatturare il risarcimento danni è previsto direttamente dalla legge [2]: non concorrono alla formazione della base imponibile dell’Iva alcune somme che non hanno funzione di corrispettivo, come, per l’appunto, le somme addebitate a titolo di interessi moratori ovvero di altre penalità per ritardi o altre irregolarità nell’adempimento degli obblighi contrattuali.

Dalla stessa norma si ricava l’inapplicabilità dell’Iva anche al risarcimento danni derivante da responsabilità extracontrattuale. In questa circostanza, infatti, l’applicazione dell’Iva è esclusa in carenza del presupposto oggettivo dell’imposta stessa, non essendosi mai formato un rapporto giuridico tra i soggetti coinvolti.

Risarcimento danni: chi paga l’Iva?

Abbiamo visto che sulle somme dovute a titolo di risarcimento danni non si applica l’Iva. È però possibile che l’imposta sul valore aggiunto venga necessariamente pagata dal danneggiato per eseguire le riparazioni, in attesa che il risarcimento gli venga effettivamente liquidato.

Ad esempio: Tizio e Caio, giocando a pallone, rompono un vetro della finestra di Sempronio. Poiché è inverno e Sempronio soffre il freddo, questi decide di riparare immediatamente la finestra per poi chiedere il risarcimento del danno.

In questo caso, Tizio e Caio dovranno anche risarcire l’Iva che Sempronio ha pagato al vetraio? Certo che sì: il risarcimento del danno patrimoniale non si limita a coprire solamente il danno direttamente causato, ma si estende anche a tutti gli oneri accessori e consequenziali che la lesione ha comportato [3]. Tizio e Caio, quindi, dovranno pagare anche l’Iva addebitata dal vetraio.

note

[1] Cass., ord. n. 3293/2018.

[2] Art. 15, d.p.r. n. 633/1972.

[3] Cass., sent. n. 8199/2013 del 04.04.2013.

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