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Lo sai che? Collega di lavoro ruba: bisogna dirlo al datore?

Lo sai che? Pubblicato il 6 aprile 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 6 aprile 2018

Cosa rischia il dipendente che vede un collega di lavoro rubare ma non avverte il capo personale dell’azienda.

Hai visto un tuo collega di lavoro prendere alcuni soldi dalla cassa e, in un’altra occasione, appropriarsi di merce posta sugli scaffali per la vendita. Lo hai guardato con occhi increduli e delusi, ma lui ti ha fatto cenno di non dirlo a nessuno: «Il capo ruba già tanto a noi – ti ha detto per giustificare il suo comportamento immorale – e non c’è nulla di male se riequilibriamo “la bilancia” prendendoci, di tanto in tanto, qualcosa dal magazzino. E poi nessuno se ne accorge: l’azienda fattura fin troppo». Tuttavia, il fatto di essere complice di quel gesto non ti fa stare bene: da un lato vorresti non tradire il collega – che è la persona che vedi tutti i giorni e con cui devi necessariamente avere rapporti cordiali – ma dall’altro temi che, non dicendolo al datore di lavoro, rischieresti il posto. Insomma, sei tra l’incudine e il martello: farti i fatti tuoi o denunciare? A spiegare cosa fare in casi come questo sono due sentenze pubblicate ieri dalla Cassazione [1]. La Corte ha risposto alla seguente domanda:  se il collega di lavoro ruba, bisogna dirlo al datore, ossia all’azienda? Ecco cosa è stato chiarito nel caso di specie.

Possiamo definire i possibili obblighi del dipendente che nota qualcosa di sospetto in due comportamenti differenti: il primo è quello della “denuncia” al datore di lavoro, un dovere cioè di semplice informazione; il secondo è quello dell’impedimento, ossia il dovere di prestare una condotta attiva e far in modo di evitare il furto. In che modo? Ad esempio strappando di mano la merce al ladruncolo e contestandogli sul posto l’illecito. La Cassazione ha voluto tenere distinte le due ipotesi.

In particolare, secondo la Corte, il lavoratore che vede il collega rubare ha l’obbligo di riferirlo subito ai superiori gerarchici. Il suo silenzio è considerato accondiscendenza e, quindi, in un certo senso, complicità. Questo significa che se vedi un altro dipendente che si appropria di merce o di soldi dell’azienda devi informare subito il capo affinché prenda provvedimenti. Se non lo fai sei passibile anche tu di licenziamento. Chi mantiene l’omertà, infatti, può perdere il posto di lavoro al pari del ladro. Inutile dire che, per essere efficace, la tua segnalazione deve essere tempestiva: non può cioè intervenire dopo numerosi mesi o, peggio, anni.

Al contrario, il lavoratore che ha riferito ai propri superiori l’accaduto non è poi tenuto anche a evitare che il collega si appropri della merce. Non deve cioè né impedire materialmente il reato, né contestare l’illecito disciplinare al collega. Può quindi, lì per lì, far finta di nulla e poi successivamente denunciare l’accaduto ai vertici dell’azienda. 

Ma se, infine, l’infedele è proprio il capo? Bisogna rifiutarsi di eseguire l’operazione illecita da questi comandata e denunciandolo al datore. Infatti, nel momento in cui un superiore gerarchico impone al dipendente un ordine contrario alla legge (ad esempio gli ordina di rubare, di strappare delle carte importanti, di frodare un cliente, ecc.) quest’ultimo, se anche non ha l’obbligo di denunciarlo alle forze dell’ordine, è comunque tenuto a non obbedire (se lo fa, si prende le conseguenti responsabilità anche da un punto di vista penale), con la serenità che, così facendo, non potrà mai essere licenziato. Disobbedire a un ordine gerarchico illegittimo non solo è un diritto ma un dovere.

In sintesi, sottolinea la Cassazione, non si può licenziare il lavoratore solo perché non ha impedito al sottoposto di rubare all’azienda: è sufficiente che abbia riferito ai superiori dell’accaduto. E ciò perché il datore non può pretendere che sia il dipendente a contestare la commissione di un reato a chi si trova immediatamente sotto di lui nella linea gerarchica dell’organizzazione aziendale. È nei confronti del datore e non del capo che il dipendente ha obblighi di fedeltà e di diligenza.   

note

 [1] Cass. sent. n. 8407/18 e n. 8411/18 del 5.04.2018.


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