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Lo sai che? Separazione, figli e nuovi compagni

Lo sai che? Pubblicato il 7 aprile 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 7 aprile 2018

Ho una figlia di 8 anni con il mio ex compagno, non abbiamo nessun accordo scritto che regola le visite e da quando la bambina ha 3 anni vede il papà 2 gg a settimana e a week end alternati. Suo padre lavora fuori provincia e fa lo chef alla domenica sera. Prima nei giorni di sua spettanza in cui non poteva essere presente faceva stare la bambina con me, quest’anno però ha deciso (nonostante il parere contrario della bambina ) che nei giorni in cui lui non può essere presente la piccola deve stare con la sua compagna. La bambina ora, non potendo tornare da me alla sera , non vuole più andare dal padre nei week end. È obbligata ad andarci? Come mi posso tutelarla considerati i pianti disperati della bambina?

Non esiste una norma di legge che stabilisca in che modo, dopo la separazione, i genitori debbano ripartire tra loro il tempo da trascorrere con i figli. 

L’unica norma di riferimento a riguardo è rappresenta dall’art. 337 ter cod. civ. che stabilisce la regola ordinaria dell’ affidamento condiviso dei figli (nati che siano fuori o dentro il matrimonio) ad entrambi i genitori, al fine di assicurare loro il diritto alla bigenitorialità, ossia a mantenere, anche a seguito della crisi familiare, un rapporto equilibrato e continuativo sia con la madre che col padre, ricevendo da loro cura, educazione, istruzione e assistenza morale e di conservare rapporti significativi con tutti i parenti di ciascun ramo genitoriale. 

I figli, in particolare, devono trascorrere tempi il più possibile paritari con i genitori, fermo restando che, di norma (anche se la legge nulla stabilisce a riguardo), per motivi eminentemente pratici, essi sono collocati (salvo diverso accordo) presso la residenza di uno solo dei genitori. 

Dunque le decisioni importanti (riguardanti educazione, salute e istruzione) andranno prese congiuntamente dai genitori, mentre quelle quotidiane (cosa mangiare, come vestirsi, come trascorrere il tempo libero) sono assunte dal genitore col quale il minore si trova in quel momento. 

Sulle modalità del mantenimento, dell’affidamento e del diritto di visita i genitori hanno una ampia libertà decisionale. 

Va detto, tuttavia, che questa libertà non deve far ritenere una scelta opportuna quella di gestire in assoluta autonomia le questioni riguardanti l’affidamento e il mantenimento dei figli, senza cioè nemmeno procurarsi un provvedimento del giudice a riguardo. 

È utile un esempio concreto. 

Supponiamo che tra la lettrice e il suo ex compagno vi sia un accordo verbale, sempre rispettato, che preveda che l’uomo debba versare alla stessa un assegno di mantenimento per la bambina di 300 € al mese, con l’intesa di rimborsarle la metà di tutte le spese straordinarie necessarie. 

Al pari, supponiamo che tra loro sia sempre stato rispettato l’accordo sulla alternanza del tempo da trascorrere con la bambina. 

All’improvviso, però, questi accordi non vengono osservati da uno o dall’altro di voi genitori per ragioni di varia natura. 

Quali tutele gli riserva la legge in questo caso? 

Ebbene, mancando un titolo giudiziario (una sentenza) a disciplinare mantenimento e affidamento della bambina, l’unica strada possibile sarà quella di intraprendere contro l’altro genitore una causa vera e propria. Causa che, però, 

– quanto al mantenimento, non darà diritto (come sarebbe invece se vi fosse un titolo) agli arretrati non versati (che semmai potranno essere stabiliti dal giudice in via forfettaria) 

– e, quanto al diritto di visita, non potrà far altro che ripartire, da quel momento in poi, i tempi di frequentazione della piccola (più o meno in modo stereotipato); mentre il giudice non potrà in alcun modo sanzionare il mancato rispetto di un accordo che non è passato dal vaglio del tribunale. 

Diverso sarebbe se i genitori si fossero rivolti al magistrato per far regolamentare (ai sensi del su citato articolo) il mantenimento e l’affidamento della bambina. 

In tal caso infatti avrebbero in mano un titolo giudiziario che gli consentirebbe di agire con procedure assai più snelle per ottenere il rispetto degli accordi sia di natura economica che personale. 

Così, ad esempio, la legge (art 709 ter cod proc. civ.) prevede che, in caso di gravi inadempienze o di atti che comunque arrechino pregiudizio al minore oppure ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell’affidamento, il giudice può: 

– modificare i provvedimenti in vigore (ad esempio collocando il bambino presso l’altro genitore) 

– e può, anche ammonire il genitore inadempiente; 

– condannarlo al risarcimento dei danni nei confronti del minore; 

– condannarlo al risarcimento dei danni nei confronti dell’altro genitore; 

– condannarlo al pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria, da un minimo di 75 euro a un massimo di 5.000 euro a favore della Cassa delle ammende. 

Ciò premesso, si può ora esaminare nel dettaglio il quesito. 

Come può intuirsi da quanto detto poc’anzi, nel momento in cui non esiste alcun titolo giudiziario che disciplina le modalità della frequentazione della bambina da parte del padre, la lettrice non rischia certamente di dover rispondere della violazione di alcun obbligo di legge. 

E comunque, va tenuto presente che anche dove via sia una regolamentazione scritta (ad es. una scrittura privata) tra i genitori (su assegno e diritto di visita) questa non potrebbe essere fatta valere davanti al giudice ove non rispettata da uno dei due. Con riferimento, infatti, ai minori, gli accordi dei genitori, per essere validi, devono sempre passare dal vaglio del magistrato, che deve valutarne la conformità all’interesse della prole. 

In ogni caso, anche quando sia il giudice a decidere, perché manca l’accordo dei genitori, egli potrà tuttavia stabilire solo una “cornice minima” dei tempi di permanenza, valutando: 

– il tipo di relazione familiare che il padre ha con la figlia, non essendo essa caratterizzata dalla abitudinarietà di determinati comportamenti (come, ad esempio, il mangiare e il dormire); 

– la necessità che la minore trascorra dei tempi adeguati a consentire un rapporto continuativo con il padre (ad esempio, gli interi fine settimana o tempi infrasettimanali) senza che, tuttavia, ciò comporti una interferenza con l’ordinaria organizzazione di vita domestica con la lettrice. 

Così, per fare un esempio, il giudice potrà prevedere che l’ex compagno della lettrice debba trascorrere con la figlia almeno due giorni a settimana (come già previsto dai genitori) e determinati periodi festivi, ma non potrà indicare in modo dettagliato giorni ed esatte modalità degli incontri; questi infatti vanno sempre demandati al buon senso dei genitori e alla capacità di anteporre l’interesse dei figli a quelli personali e al conflitto giudiziario. 

Saranno, quindi, i genitori a dover saper interpretare in modo responsabile eventuali “segni di disagio” dei minori, come quello attualmente manifestato dalla bambina della lettrice. 

I figli, d’altronde, non sono un pacco ed occorre che i genitori, se davvero tengono a loro, sappiano tener conto dei loro bisogni in costante mutamento. 

Ciò detto, all’atto pratico, se nei giorni concordati il padre non può stare con la figlia (perché impegnato nei turni di lavoro), non vi è alcun obbligo per la lettrice di farla stare con la nuova compagna, tanto più se questo non è ciò che vuole la bambina. 

L’obbligo di legge è quello che i figli debbano mantenere rapporti equilibrati con i genitori e i parenti di ciascuno (primariamente i nonni) ma non con i rispettivi nuovi compagni. 

Dunque, l’ex della lettrice non potrebbe in alcun modo rivendicare giudizialmente un diritto che non ha, cioè che la figlia stia a casa sua quando lui non c’è. 

Il consiglio che, invece, si offre alla lettrice è di incontrarsi il prima possibile col suo ex compagno al fine di cercare insieme una nuovo accordo, concretamente attuabile, sul diritto di visita e il mantenimento della minore. Un accordo che sappia tenere conto delle esigenze di ciascuno e, primariamente della bambina. 

Se il dialogo è difficile, potrebbe rivelarsi utile farsi aiutare da qualcuno (ad esempio seguendo un percorso di mediazione familiare) che possa dare un sostegno in una miglior gestione della genitorialità. 

Di seguito, si suggerisce alla lettrice di rivolgersi al tribunale per chiedere (preferibilmente unitamente al suo ex) la omologazione dell’accordo. Sarà necessaria l’assistenza legale ma potranno, se d’accordo, avvalervi dell’assistenza di un unico avvocato e, se ne ricorrono i presupposti reddituali, anche beneficiare del patrocinio a spese dello Stato. 

Il giudice, dovrà prendere atto degli accordi intervenuti tra i genitori (salvo che li ritenga contrari all’interesse della bambina). 

Ove non si riesca a raggiungere l’accordo, il consiglio è in ogni caso di prendere una autonoma iniziativa in tal senso. Anche senza la collaborazione del suo ex compagno, infatti, la lettrice  ha diritto (a tutela sua e di sua figlia) di ottenere un provvedimento giudiziale che regolamenti, d’ora e per il futuro, mantenimento e affidamento della bambina; se necessario la stessa potrà anche chiedere che venga disposto l’ascolto di sua figlia essendo comunque in abbondante età scolare. 

Il provvedimento del tribunale costituirà un titolo giudiziario che consentirà alla lettrice di ottenere in tempi più veloci il rispetto degli accordi ove non fossero rispettati, fermo restando che essi saranno sempre modificabili nel tempo. 

Non sarà, tuttavia, possibile rivolgersi al tribunale per ogni piccola variazione (si pensi ad una influenza della bambina che non consenta il rispetto dei turni concordati); infatti, solo fatti nuovi, destinati ad incidere nel tempo sulla possibilità di concreto rispetto dell’accordo, potranno autorizzare i genitori (insieme o congiuntamente) a chiedere la successiva revisione del provvedimento del giudice (ai sensi dell’ art. 337 quinquies cod. proc. civ.). 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Maria Elena Casarano 


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