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Lo sai che? Indennità accompagnamento: quando spetta

Lo sai che? Pubblicato il 8 aprile 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 8 aprile 2018

L’invalidità all’80% o addirittura al 100% dà diritto in automatico all’assegno di accompagnamento?

«Sono invalido: ho diritto all’indennità di accompagnamento?»: una domanda spesso presentata agli sportelli dell’Inps con tono retorico. E invece la risposta è tutt’altro che scontata (ed ecco la ragione delle facce meravigliate quando poi arriva il diniego della Commissione medica). Che l’invalidità comporta l’accompagnamento non non è un’equazione così automatica. Basta leggere sul sito dell’Inps per comprendere quando spetta l’indennità di accompagnamento (anche chiamata «accompagnatore»): si tratta di una prestazione erogata solo «quando è accertata l’impossibilità di deambulare senza l’aiuto di un accompagnatore oppure l’incapacità di compiere gli atti quotidiani della vita». Cosa significa concretamente? Si deve trattare per forza di un’infermità fisica o può anche essere di tipo mentale? Con un’invalidità all’80% o, addirittura, al 100%, si ha diritto alla pensione con l’accompagnamento? La risposta è stata fornita dalla Cassazione con una recente ordinanza [1]. Ciò che hanno detto, in questa occasione, i giudici supremi è per noi l’occasione per poter riprendere un tema assai caro a molti italiani.

A chi spetta l’indennità di accompagnamento?

L’indennità di accompagnamento spetta innanzitutto ai titolari di pensione di inabilità ordinaria o privilegiata. Quindi si deve trattare di soggetti sottoposti a visita dalla Commissione medica presso l’Inps, per i quali è stata accertata una inabilità al 100%.

Ma chi è l’inabile? L’inabile è colui che, a causa di infermità o difetto fisico o mentale, si trova nell’assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa.

Il beneficiario dell’indennità di accompagnamento deve necessariamente risiedere in Italia. Si può trattare sia di un cittadino italiano che di uno comunitario iscritto all’anagrafe del comune di residenza o di un cittadino straniero extracomunitario in possesso del permesso di soggiorno di almeno un anno.

Percentuale di invalidità per l’indennità di accompagnamento

Come abbiamo detto l’accompagnamento viene riconosciuto solo a chi ha una inabilità accertata al 100%. Ma questo non è sufficiente ad avere l’indennità. È necessario un ulteriore elemento: il richiedente deve alternativamente:

  • o trovarsi nell’impossibilità di deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore. Si deve trattare non di un grave deficit della deambulazione, ossia una riduzione, ma di un vero e proprio azzeramento della capacità di deambulare senza un aiuto esterno. Non spetta l’accompagnamento a chi può camminare da solo anche se assistito da un bastone o da stampelle;
  • o non essere in grado di compiere gli atti quotidiani della vita senza assistenza continua. Si tratta, spesso delle condizioni di minorazione psichica e mentale che rendono impossibile lasciare una persona da sola.

Questo significa innanzitutto che una persona con una invalidità all’80% non potrà mai ricevere l’indennità di accompagnamento così come non è detto che un invalido al 100% l’ottenga.

Più volte la Cassazione ha detto che l’accompagnamento può spettare anche solo in presenza di gravi infermità mentale purché – come detto – non consentano di svolgere in autonomia gli atti della propria vita quotidiana.

In cosa consiste l’indennità di accompagnamento?

L’indennità di accompagnamento è nient’altro che un contributo economico che viene riconosciuto dallo Stato per l’assistenza personale continuativa dell’invalido. In pratica, come lo stesso nome suggerisce, il beneficiario riceve una “pensione” supplementare per poter pagare la badante. Ma questo non significa che debba per forza spendere i soldi (e tanto più dimostrarlo) in tal modo: potrebbe anche teneri per sé, sul proprio conto, e poi farsi assistere da un familiare. Insomma, lo Stato riconosce un assegno di cui l’inabile può fare ciò che vuole.

Per ottenerle l’indennità di accompagnamento è necessario presentare una domanda all’Inps. Pertanto, chi ha le condizioni per il beneficio ma non fa la richiesta non ha diritto all’erogazione della prestazione e, se la presenta in un momento successivo al sorgere del diritto, non può ottenere gli arretrati.

A quanto ammonta l’indennità di accompagnamento?

L’indennità di accompagnamento consiste in una prestazione economica versata per 12 mensilità a partire dal primo giorno del mese successivo alla presentazione della domanda o, eccezionalmente, dalla data indicata dalle commissioni sanitarie nel verbale di riconoscimento dell’invalidità civile inviato dall’Istituto.

Il pagamento dell’indennità viene sospeso in caso di ricovero a totale carico dello Stato per un periodo superiore a 29 giorni.

L’importo dell’accompagamento è, attualmente, di 516,38 euro identico a quello previsto per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro; si tratta di una pensione non reversibile e non è dovuta in caso di ricovero in istituti di cura o di assistenza a carico della pubblica amministrazione.

Inoltre, l’indennità di accompagnamento non può essere erogata a coloro che percepiscono l’assegno mensile dell’Inail a titolo di assistenza personale continuativa.

L’importo dell’indennità di accompagnamento è ridotto in misura corrispondente all’importo della prestazione stessa per coloro che fruiscono di analoga prestazione erogata da altre forme di previdenza obbligatoria e di assistenza sociale. Ad esempio, l’assegno non viene corrisposto nel caso di fruizione dell’assegno di accompagnamento (a carico delle Regioni) erogato ai soggetti riconosciuti invalidi civili, di importo superiore.

Limiti di reddito per l’indennità di accompagnamento

Non esistono limiti di reddito per chiedere l’indennità di accompagnamento. Essa spetta quindi indipendente dal reddito personale del richiedente, sia a chi sta bene economicamente, sia a chi invece non ha queste capacità.

Limiti di età per l’indennità di accompagnamento

Chiunque può beneficiare dell’indennità di accompagnamento, senza alcun limite di età: tutto ciò che viene richiesto è presentare le condizioni fisiche di inabilità richieste dalla legge e di cui abbiamo appena parlato.

Se il beneficiario titolare di indennità di accompagnamento è minorenne, non appena compie 18 anni gli viene automaticamente riconosciuta la pensione di inabilità riservata ai maggiorenni totalmente inabili.

Come fare domanda di accompagnamento?

L’assegno è erogato a domanda dell’interessato presentata presso gli uffici dell’Inps, corredata dalla documentazione idonea a provare il possesso dei requisiti per il riconoscimento del relativo diritto.

Quindi l’interessato deve innanzitutto farsi rilavare dal proprio medico di base un certificato introduttivo. Questo certificato contiene un codice che va inserito nella domanda da presentare all’Inps, domanda in cui si chiede di essere sottoposti alla visita della Commissione Medica. La domanda all’Inps di accompagnamento va inoltrata in via telematica (anche tramite patronato) attraverso il servizio “Invalidità civile – Procedure per l’accertamento del requisito sanitario (InvCiv2010)”.

All’interessato verrà data risposta con l’indicazione di una data nella quale sottoporsi alla visita della Commissione. Infine sarà sempre l’Inps a comunicare al richiedente, con una raccomandata a/r o una email di posta elettronica certificata (se fornito dall’utente), il responso e quindi l’eventuale riconoscimento dell’invalidità civile. Ricevuto il verbale con il riconoscimento della minorazione, il cittadino deve presentare il modulo AP70 utilizzando il servizio Invalidità civile – Invio dati socio-economici e reddituali per la concessione delle prestazioni economiche.

Come fare se non si ottiene l’accompagnamento?

Se non si ottiene il riconoscimento dell’accompagnamento, si può fare ricorso al tribunale categoricamente entro sei mesi dalla notifica del verbale sanitario.

Chi lascia scadere i termini per il ricorso ha solo la possibilità di presentare domanda di aggravamento della malattia e poi fare ricorso contro l’eventuale ulteriore diniego. La domanda di aggravamento, chiaramente, si deve fondare su fatti sopravvenuti rispetto alla precedente visita: si deve cioè dimostrare che le proprie condizioni fisiche sono peggiorate tanto da giustificare una nuova visita per valutare se le mutate circostanze giustifichino una revisione della precedente.

Se invece si intende procedere al ricorso in tribunale (che, come detto deve essere esperito entro sei mesi) è necessario procedere al cosiddetto «accertamento tecnico preventivoATP». In pratica, con una richiesta presentata, per il tramite del proprio avvocato al tribunale, il cittadino chiede al giudice di nominare un consulente tecnico d’ufficio (CTU), affinché esegua una perizia. La perizia stabilisce se l’interessato ha davvero diritto all’invalidità con l’accompagnamento o meno. Una volta terminata la consulenza tecnica, il giudice fissa un termine perentorio (non superiore a 30 giorni) entro il quale le parti devono dichiarare se intendono contestare o meno le conclusioni del consulente.

In assenza di contestazioni, il giudice predispone il decreto di omologazione dell’accertamento, che non è più impugnabile né modificabile.

Se invece una delle parti dichiara di voler contestare le conclusioni del CTU, si apre il giudizio con il deposito del ricorso introduttivo nel quale, a pena di inammissibilità, vanno indicati i motivi della contestazione.

note

[1] Cass. ord. n. 8557/18 del 6.04.2018.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza 19 dicembre 2017 – 6 aprile 2018, n. 8557

Presidente Mammone – Relatore Ponterio

Fatto e diritto

Rilevato:

1. che con sentenza n. 163 depositata il 10.7.2012, la Corte d’appello di Campobasso ha confermato la pronuncia resa dal Tribunale di Isernia, di rigetto della domanda volta all’accertamento dei requisiti per l’indennità di accompagnamento e alla condanna delle parti convenute all’erogazione della prestazione;

2. che la Corte d’appello, rinnovata la consulenza medico legale, ha ritenuto le valutazioni del ctu nominato non sufficienti a dimostrare una assoluta impossibilità di deambulare senza l’aiuto di un accompagnatore da parte del sig. Va. o una incapacità dello stesso alla autonoma gestione degli atti della vita quotidiana;

3. che avverso tale sentenza il sig. Va. ha proposto ricorso per

cassazione, affidato a tre motivi, cui ha resistito, con controricorso, l’Inps;

Considerato:

4. che col primo motivo di ricorso, il sig. Va. ha dedotto insufficiente, incongrua e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360, comma 1, n. 5 c.p.c, nonché omessa valutazione e travisamento nell’interpretazione di una circostanza determinante, per avere la Corte territoriale errato nell’interpretazione e valutazione della consulenza medico legale svolta nel giudizio di appello e che aveva accertato la sussistenza di entrambi i requisiti richiesti ai fini dell’indennità di accompagnamento; in particolare, secondo la prospettazione del ricorrente, la Corte territoriale: non ha tenuto adeguatamente conto della grave compromissione della capacità di deambulare del sig. Va., ridotta, secondo la descrizione del ctu dott.ssa Ma., ad “una semplice estrinsecazione meccanica e ripetitiva al posto della più complessa funzione neuromotoria tesa alla soddisfazione dei bisogni bio-psico-sociali”; ha errato nell’addebitare al ctu l’omessa precisazione di “cosa in concreto il Va. (fosse) o meno in grado di fare per assolvere alle sue esigenze di vita quotidiane”, risultando elencate a pag. 12 della relazione peritale (e a pag. 16 del ricorso in appello) le azioni del vivere quotidiano precluse al predetto; non ha considerato che il ctu nominato in appello avesse esaminato, rispetto al consulente nominato dal Tribunale, un diverso quadro patologico, effetto dell’aggravamento risalente agli anni 2010, 2011 e 2012 e documentato in causa; elementi tutti decisivi ai fini della soluzione della controversia;

5. che con il secondo motivo è stata dedotta erronea e falsa interpretazione dell’art. 1, legge n. 18 del 1980 e dell’art. 1, legge n. 509 del 1988, in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c, per avere la Corte territoriale trascurato la lettera e la ratio delle disposizioni suddette che contemplano l’impossibilità di deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore e l’incapacità di compiere gli atti quotidiani della vita senza continua assistenza come requisiti alternativi ai fini della prestazione in esame; sotto altro profilo, si è censurata l’interpretazione restrittiva adottata dal giudice d’appello che ha preteso la prova di un deficit assoluto di deambulazione, ritenuto non integrato dalla condizione del sig. Va. che, con l’aiuto di bastoni canadesi, è unicamente in grado di mantenere la posizione eretta e di muoversi, con impulsi ripetitivi e meccanici, limitatamente all’ambiente domestico e che, senza l’aiuto di un familiare, non potrebbe svolgere gli atti quotidiani della vita;

6. che col terzo motivo si deduce omessa valutazione di domande e contestazioni specifiche contenute nel ricorso di secondo grado nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, in relazione all’art. 360, comma 1, n. 5 c.p.c, per non avere la Corte territoriale esaminato le censure mosse, col ricorso in appello, alla consulenza tecnica svolta in primo grado e per non avere motivato sul punto; inoltre, per non aver tenuto conto del progressivo aggravarsi delle condizioni del sig. Va., come ricostruite nel ricorso in appello e supportate dalla documentazione medica prodotta;

7. che, quanto al primo motivo, occorre precisare come nella fattispecie in esame trovi applicazione, ratione temporis, l’art. 360, comma 1, n. 5 c.p.c, nella formulazione in vigore prima delle modifiche apportate dal D.L. n. 83 del 2012, convertito in L. n. 134 del 202;

8. che sull’ambito del giudizio di legittimità in riferimento al vizio di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione di cui all’art. 360, comma 1, n. 5 c.p.c, questa Corte ha avuto modo di affermare che esso si configura solamente quando dall’esame del ragionamento svolto dal giudice del merito, quale risulta dalla sentenza, sia riscontrabile il mancato o insufficiente esame di punti decisivi della controversia prospettati dalle parti o rilevabili di ufficio, ovvero un insanabile contrasto tra le argomentazioni adottate, tale da non consentire l’identificazione del procedimento logico giuridico posto a base della decisione, non consistendo il vizio in esame nella difformità dell’apprezzamento dei fatti e delle prove preteso dalla parte rispetto a quello operato dal giudice di merito. La sua deduzione con ricorso per cassazione conferisce al giudice di legittimità non già il potere di riesaminare il merito dell’intera vicenda processuale bensì la mera facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, cui in via esclusiva spetta il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, (cfr. Cass. n. 12244 del 2015; Cass. n. 828 del 2007);

9. che la giurisprudenza di legittimità, pur nell’esame delle diverse fattispecie sottoposte al suo esame ai fini dell’accertamento del diritto all’ indennità di accompagnamento, ha affermato in modo costante i seguenti principi: l’impossibilità di deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore oppure l’incapacità di compiere gli atti quotidiani della vita con la conseguente necessità di assistenza continua, richiesti, alternativamente, ai fini della concessione dell’ indennità di accompagnamento ai mutilati ed invalidi civili totalmente inabili, sono requisiti diversi e più rigorosi della semplice difficoltà di deambulazione o di compimento di atti della vita quotidiana con difficoltà, (cfr. Cass. n. 6091 del 2014; Cass. n. 26092 del 2010; Cass. n. 12521 del 2009; Cass. n. 7558 del 1998; Cass. n. 636 del 1998); tale impossibilità, anche in ragione della peculiare funzione dell’indennità di accompagnamento, che è quella di sostegno alla famiglia così da agevolare la permanenza in essa di soggetti bisognevoli di continuo controllo, evitandone il ricovero in istituti pubblici di assistenza, con conseguente diminuzione della spesa sociale (cfr. Cass. n. 28705 del 2011), deve essere attuale e non meramente ipotetica; ai fini della valutazione dei requisiti di cui alla L. n. 18 del 1990, art. 1, non rilevano episodici contesti, ma è richiesta la verifica della loro inerenza costante al soggetto, non in rapporto ad una soltanto delle possibili esplicazioni del vivere quotidiano, ovvero della necessità di assistenza determinata da patologie particolari e finalizzata al compimento di alcuni, specifici, atti della vita quotidiana, rilevando, quindi, requisiti diversi e più rigorosi della semplice difficoltà di deambulazione o di compimento degli atti della vita quotidiana e configuranti impossibilità (cfr., Cass., 7273 del 2011; Cass. n. 12521 del 2009; Cass. n. 10281 del 2003);

10. che nel caso in esame, la sentenza d’appello si è attenuta ai principi appena richiamati e, con motivazione congrua, ha escluso che il requisito della impossibilità di deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore potesse dirsi integrato in base alle conclusioni della ctu svolta in appello, attestanti un grave deficit della deambulazione, ossia una grave riduzione della capacità di deambulare (“ridotta ad una semplice estrinsecazione meccanica e ripetitiva al posto della più complessa funzione neuromotoria tesa alla soddisfazione di bisogni bio-psico-sociali) e non un assoluto azzeramento della capacità medesima;

11. che analogamente corretta risulta l’affermazione contenuta nella sentenza d’appello quanto all’omessa precisazione da parte del ctu di “cosa in concreto il Va. (fosse) o meno in grado di fare per assolvere alle sue esigenze di vita quotidiane”, posto che l’elencazione contenuta a pag. 12 della relazione peritale, riportata a pag. 16 del ricorso in appello, è esplicativa, in via generale, della categoria degli atti quotidiani della vita ma non descrive le abilità e le azioni precluse specificamente al sig. Va.;

12. che il secondo motivo di ricorso è infondato atteso che la Corte territoriale ha correttamente interpretato l’art. 1, legge n. 18 del 1980 e l’art. 1, legge n. 509 del 1988, considerando alternativi i requisiti sanitari richiesti ai fini dell’indennità di accompagnamento e ritenendo entrambi non sussistenti (“va … dato atto di come neppure nel presente grado, in concreto e al di là delle formali enunciazioni finali, si sia potuto accertare la totale incapacità del paziente di svolgere autonomamente gli atti quotidiani della vita e/o di deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore”);

13. che infondata è anche la censura dell’interpretazione adottata dal giudice d’appello, nel senso di ritenere necessaria la prova di un deficit assoluto di deambulazione, in quanto la stessa è conforme all’orientamento consolidato di questa Corte come sopra richiamato, laddove l’impossibilità di compimento degli atti quotidiani della vita è stata esclusa dalla sentenza impugnata per mancata indicazione nella relazione peritale delle azioni del vivere quotidiano precluse al paziente in ragione delle patologie diagnosticate;

14. che il terzo motivo è infondato atteso che la Corte territoriale, proprio sulla base delle censure mosse da parte appellante alla ctu svolta in primo grado, ha proceduto a rinnovare la ctu e che quest’ultima ha tenuto conto della documentazione medica relativa agli anni 2010, 2011 e 2012, come si ricava dalle pagine 7 e 8 della relazione peritale, riportata a pag. 37 e 38 del ricorso per cassazione;

15. che le considerazioni svolte portano a respingere il ricorso;

16. che non si fa luogo alla condanna alle spese della parte soccombente avendo quest’ultima assolto all’onere autocertificativo previsto per l’esonero, ai sensi dell’art. 152, disp. att. c.p.c.

P.Q.M.

La Corte respinge il ricorso.


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