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Il figlio ha diritto a tornare a vivere a casa dei genitori?

9 Apr 2018


Il figlio ha diritto a tornare a vivere a casa dei genitori?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 Apr 2018



Il figlio maggiorenne, che ha già raggiunto l’autosufficienza economica ma che perde il lavoro, può costringere i genitori a accoglierlo nuovamente a casa loro? 

Come ormai noto a tutti, i genitori hanno l’obbligo di provvedere alle esigenze economiche del figlio non solo finché è minorenne, ma anche quando, benché superati i 18 anni, non è ancora indipendente dal punto di vista economico. Questo significa che fino a quando il giovane non riesce a conseguire un proprio reddito ha diritto a restare a casa dei genitori e ad essere da questi mantenuto. Il tetto sotto cui vivere è considerato una parte dell’obbligo di mantenimento cui i genitori non possono sottrarsi neanche in caso di dissidi e conflitti col figlio o del raggiungimento, da parte di questi, della maggiore età. Ma cosa succede se, una volta ottenuta l’indipendenza economica (ad esempio con l’avvio di una attività individuale o un’assunzione), il figlio dovesse, in un momento successivo, perdere il lavoro e, con esso, anche un luogo dove abitare? In tali situazioni il figlio ha diritto a tornare a vivere a casa dei genitori? Di tanto si è occupata una recente sentenza del tribunale di Modena [1]. Vediamo cosa hanno detto, nel caso di specie, i giudici.

Quando il figlio perde il diritto a vivere coi genitori

Prima di parlare dell’eventuale sussistenza di un diritto del figlio a tornare a casa dei genitori, ricordiamo che l’obbligo di mantenimento, che grava su entrambi i genitori in relazione alle rispettive possibilità economiche, non cessa solo quando il figlio raggiunge l’autosufficienza economica ma anche quando questi ha le possibilità di provvedere a sé stesso ma per pigrizia o indolenza non si adopera per conseguire una propria autonomia. Il che, secondo la giurisprudenza, scatta a partire da circa 30 anni. In pratica, il dovere (inderogabile) dei genitori di mantenere il figlio finché questi è minorenne diventa sempre più debole quando questi cresce, fino a cessare definitivamente quando il figlio è stato posto nelle concrete condizioni per poter essere economicamente autosufficiente, senza averne però tratto utile profitto per sua colpa o per sua scelta (leggi Quando il figlio perde il mantenimento).

Con la perdita del diritto al mantenimento il figlio perde anche la possibilità di continuare a vivere coi genitori; per cui, se questi ultimi decidono di sbatterlo fuori di casa, possono ben farlo.

Se il figlio ottiene un lavoro e poi lo perde

Il secondo caso in cui il figlio perde il mantenimento e, quindi, anche il diritto a vivere a casa dei genitori è quando, prima occupato, perde poi il lavoro per fatti sopravvenuti (licenziamento, dimissioni, ecc.). Infatti il raggiungimento dell’indipendenza economica fa sì che il legame con il padre e la madre cessi definitivamente, senza più possibilità di rivivere in un momento successivo, neanche in caso di difficoltà o di disoccupazione. Il figlio in stato di bisogno può semmai ottenere gli alimenti, ma deve presentare una domanda al giudice.

Stessa sorte riguarda il diritto a vivere a casa dei genitori (che, come detto, cammina di pari passo al mantenimento): una volta perso, esso non “risorge” più.

Si può tornare a vivere a casa dei genitori?

È proprio questo l’importante chiarimento offerto dal tribunale di Modena: non esiste un obbligo del genitore, verso il figlio privo di redditi ma adulto, di garantirgli il diritto di tornare a vivere nella casa del genitore contro la sua volontà. Resta comunque salvo il diritto agli alimenti, dimostrando il grave stato di bisogno.

Si può continuare a vivere a casa dei genitori?

Che succede invece se il figlio non è mai uscito dalla casa dei genitori e, ciò nonostante, abbia un’età adulta tale da potersi mantenere (anche se, di fatto, non vi provvede ancora)? Quando il figlio raggiunge un’età adulta cessa l’obbligo dei genitori di tenerlo in casa propria, in questo caso a prescindere dalle sue concrete possibilità economiche. Come abbiamo anticipato sopra, il diritto al mantenimento diminuisce gradualmente con il crescere dell’età. I giudici hanno spesso affermato che, «con il superamento di una certa età, il figlio maggiorenne, anche se non indipendente, raggiunge comunque una sua dimensione di vita autonoma»: perde cioè il mantenimento e il “diritto all’alloggio”.

Anche la Cassazione [2] ha stabilito che «in forza dei doveri di autoresponsabilità che su di lui incombono, il figlio maggiorenne non può pretendere la protrazione dell’obbligo al mantenimento oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura, perché l’obbligo dei genitori si giustifica nei limiti del perseguimento di un progetto educativo e di un percorso di formazione».

Quando il figlio, pur non avendone più diritto, continua ad abitare dai genitori si instaura tra questi – anche in assenza di accordi espliciti o di contratti scritti – un contratto di comodato. Non è infatti raro – si legge nella sentenza – che «i figli, divenuti maggiorenni, anche dopo aver raggiunto un’età tale da non poter essere in alcun modo beneficiari del diritto al mantenimento, permangano nella casa natale unitamente ai genitori, in virtù di un rapporto ormai consolidato di solidarietà e affetto familiare che trova fondamento nella Costituzione». Non esiste, però, alcuna norma che dia al figlio maggiorenne il diritto di restare nell’abitazione di proprietà dei genitori contro la loro volontà e in base al solo vincolo familiare. Ciò vale anche se il figlio maggiorenne, di un’età tale da non avere più diritto al mantenimento, non ha raggiunto una propria indipendenza economica. In questo caso, infatti, il figlio può semmai chiedere gli alimenti, che possono essere corrisposti con un assegno o accogliendo e mantenendo in casa chi vi ha diritto.

Da che età si perde il diritto a vivere coi genitori?

In ultimo dobbiamo chiarire quali sono i «ragionevoli limiti di tempo» entro cui sussiste l’obbligo di “vitto e alloggio” dei genitori nei confronti del figlio maggiorenne. A riguardo il Tribunale di Milano [3] ha affermato che, in linea con le statistiche ufficiali, nazionali ed europee, «oltre la soglia dei 34 anni, lo stato di non occupazione del figlio maggiorenne non può più essere considerato quale elemento ai fini del mantenimento, dovendosi ritenere che, da quel momento in poi, il figlio stesso può, semmai, avanzare le pretese riconosciute all’adulto (vedi regime degli alimenti)».

note

[1] Trib. Modena, sent. del 1.02.2018.

[2] Cass. sent. n. 18076 del 20.08.2014.

[3] Trib. Milano, ord. del 29.03.2016


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