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Disturbo della quiete pubblica: quando per i rumori c’è reato

25 Aprile 2018 | Autore:
Disturbo della quiete pubblica: quando per i rumori c’è reato

Rumori nei condomini: quando è reato? Disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone: cos’è? Quando gli schiamazzi costituiscono reato?

Il codice penale non punisce soltanto i delitti gravi come il furto, l’omicidio o la rapina, ma anche quelli che arrecano un danno marginale alle persone. Tra questi reati minori (tecnicamente definiti contravvenzioni) rientra anche il disturbo alla quiete pubblica. I rumori molesti e gli schiamazzi dei vicini rappresentano uno dei principali motivi di contenzioso in tribunale: non solo condomini, ma anche vicini di casa, esercizi commerciali che non rispettano la quiete notturna, studi professionali, possono arrecare non pochi problemi alla quiete cui tutti hanno diritto.

I rumori dei vicini di casa, specie se notturni e provenienti da locali di intrattenimento, sono un problema molto sentito in Italia. Anche la legge ne è a conoscenza, tanto da aver previsto una duplice tutela, penale e civile. Con questo articolo cercheremo di capire cos’è il disturbo della quiete pubblica, quando per i rumori c’è reato e quando, al contrario, è opportuno ricorrere alla tutela civile (per un ulteriore approfondimento si rinvia alla lettura dell’articolo Cause vinte per schiamazzi e rumori molesti).

Disturbo della quiete pubblica: cos’è?

Tecnicamente, il reato di disturbo della quiete pubblica è chiamato dal codice penale «disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone». Stabilisce il codice penale che chiunque, mediante schiamazzi o rumori, ovvero abusando di strumenti sonori o di segnalazioni acustiche o, ancora, suscitando o non impedendo strepiti di animali, disturba le occupazioni o il riposo delle persone, ovvero gli spettacoli, i ritrovi o i trattenimenti pubblici, è punito con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda sino a 309 euro [1].

Si applica una mera ammenda a chi esercita una professione o un mestiere rumoroso contro le disposizioni della legge o le prescrizioni dell’autorità.

La norma prevede quindi due ipotesi diverse a seconda della fonte del rumore:

  1. nella generalità dei casi, per far scattare il reato è necessario che i rumori superino la normale tollerabilità ed investano un numero indeterminato di persone, disturbando le loro occupazioni o il riposo;
  2. invece, quando il rumore provenga dall’esercizio di una professione o di un mestiere rumorosi (come quella che svolge all’interno di un pub e/o di un ristorante con musica dal vivo), si presume la turbativa della pubblica tranquillità e l’intollerabilità del rumore.

Mentre la prima ipotesi è, dunque, volta a tutelare il riposo e la tranquillità del vicinato e richiede l’accertamento concreto del disturbo arrecato, nella seconda invece, si prescinde dalla verificazione della misura del disturbo, integrando un’ipotesi di presunzione legale di rumorosità, al di là dei limiti tempro-spaziali e/o delle modalità di esercizio imposto dalla legge, dai regolamenti o da altri provvedimenti adottati dalle competenti autorità.

Disturbo della quiete pubblica: quando è reato?

Iniziamo ad entrare nel tema dell’articolo, cioè quando per i rumori c’è reato di disturbo della quiete pubblica. La Corte di Cassazione [2] ha detto che il reato scatta solo se i rumori siano in grado di disturbare un numero indeterminato di persone, così da soddisfare il requisito della turbativa della pubblica tranquillità. Se tale prova non viene raggiunta in giudizio, l’imputato va assolto.

Questo non significa, però, che non ci sia responsabilità civile: se i suoni o rumori sono intollerabili, si potrà comunque chiedere al giudice il risarcimento del danno e la cessazione della molestia (si veda ultimo paragrafo).

Secondo la giurisprudenza, quindi, il reato di disturbo della quiete pubblica si integra solamente nel caso in cui i rumori abbiano una portata tale da raggiungere più destinatari (cioè, più vittime), non essendo sufficiente il disturbo arrecato solamente ad una.

Quindi, se volessimo fare un esempio, dovremmo dire che il proprietario dell’appartamento sovrastante che la notte si diverte a spostare rumorosamente il mobilio, se disturba solamente il proprietario del piano di sotto, non commette reato. Resta, come anticipato, la possibilità di rispondere in sede civile del proprio comportamento.

Disturbo della quiete pubblica: quando è reato in condominio?

Sul punto non ci sono dubbi: anche una recentissima pronuncia della Corte di Cassazione [3] ha stabilito che i rumori prodotti dal vicino di casa devono essere astrattamente idonei a raggiungere una pluralità di destinatari.

Il caso affrontato dalla Suprema Corte è un classico: il volume del televisore tenuto troppo alto anche durante le ore notturne all’interno di un appartamento condominiale. La Corte di Cassazione ha stabilito che questa condotta non integra reato se il frastuono proveniente dall’apparecchio televisivo disturba solo gli appartamenti adiacenti e non anche una parte più considerevole dei residenti nel medesimo condominio.

Nella fattispecie, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell’imputato perché in primo grado era stato dimostrato solamente il disturbo arrecato alla querelante (vicina di appartamento del reo), sebbene il condominio fosse abitato da circa dieci famiglie. Il giudice di primo grado, quindi, avrebbe dovuto verificare se i suoni provenienti dall’apparecchio televisivo, per la loro intensità, fossero tali da interessare non solo l’abitazione immediatamente limitrofa, ma anche gli ambienti ulteriori, violando il principio sopra detto.

Anche un’altra sentenza ha stabilito la stessa cosa: quando le immissioni sonore avvengono in un edificio condominiale, la produzione di rumori idonei ad arrecare disturbo o a turbare la quiete e le occupazioni deve essere riferibile non solo agli abitanti dell’appartamento sovrastante o sottostante la fonte di propagazione, ma ad una più consistente parte degli occupanti il medesimo edificio [4].

Disturbo della quiete pubblica: quante persone devono essere disturbate?

Abbiamo visto come la giurisprudenza ritenga necessario, per aversi reato di disturbo della quiete pubblica, che la condotta sia idonea ad arrecare molestia a una molteplicità di persone. I giudici, però, non hanno stabilito quante persone debbano concretamente essere disturbate.

La Suprema Corte ha stabilito infatti che, ai fini della sussistenza del reato di disturbo della quiete pubblica, sebbene non è necessario che vi sia la lesione concreta di posizioni soggettive riferibili ad una moltitudine di persone individuate, è tuttavia indispensabile che i rumori prodotti abbiano una tale diffusività che il disturbo sia potenzialmente idoneo ad essere risentito da un numero indeterminato di persone [5].

Ancora, il disturbo della quiete pubblica è reato di pericolo e non di danno: per la sua sussistenza, pertanto, non è necessaria la prova che il disturbo investa un numero indeterminato di persone, essendo sufficiente la dimostrazione che la condotta posta in essere dall’agente sia tale da poter disturbare un numero imprecisato di individui [6].

Disturbo della quiete pubblica: quali sono i rumori molesti?

Due punti importanti sono stati chiariti finora: 1. i rumori devono essere tali da disturbare (anche solo potenzialmente) molte persone; 2. non è stabilito un numero preciso di “destinatari” dei rumori.

Ma quali rumori possono integrare il reato di disturbo della quiete pubblica? Senz’altro quelli provenienti da apparecchi come radio o televisioni. Ma anche gli schiamazzi di persone riunite per una festa o un evento, la musica ad alto volume proveniente da un pub o da una discoteca, i rumori di uno studio professionale o di un ufficio (si pensi al trapano utilizzato da un dentista).

Anche gli animali possono arrecare disturbo alla quiete pubblica; ovviamente, in questo caso saranno i proprietari a risponderne. Vale per essi lo stesso principio indicato nei paragrafi precedenti: il disturbo deve raggiungere un numero indeterminato di persone. Applicando questo principio, la Corte di Cassazione ha ritenuto sussistente il reato di disturbo della quiete pubblica quando l’abbaiare del cane è idoneo a disturbare tutti i vicini [7].

Allo stesso modo, integra il reato di disturbo della quiete pubblica la gestione di un canile, seppur ubicato in zona agricola e regolarmente autorizzato, esercitata in modo da non impedire la diffusione in una vasta area circostante di non tollerabili rumori dovuti al continuo abbaiare degli animali [8].

Disturbo della quiete pubblica: come dimostrarlo?

Come dimostrare che i rumori costituiscono reato di disturbo della quiete pubblica? Non basta, infatti, dar prova solo del fatto che si sia sentito chiasso, ma bisogna anche dimostrare che esso è stato superiore alla normale tollerabilità e in grado di raggiungere una “platea” di destinatari. Di norma questo elemento può essere provato validamente da perizie fonometriche che accertano l’entità dei decibel provenienti dalla fonte di rumore.

Ma non sempre ciò è possibile: si pensi al vicino che, di notte, sposti i mobili e che, allertato dall’avvio della causa, cessi i comportamenti molesti, così rendendo impossibile la determinazione dell’entità del fragore. In questi casi il giudice può basarsi anche sulla base di prove testimoniali: se altri condomini affermano di aver sentito gli stessi rumori, ritenendoli insopportabili, allora può ritenere provato il fatto lesivo.

Alla luce di quanto detto nei paragrafi precedenti, la testimonianza sembra essere la prova decisiva ai fini della dimostrazione del reato di disturbo della quiete pubblica. Ed infatti, se c’è reato solamente quando i rumori possono raggiungere un numero indefinito di soggetti, sarà allora opportuno che questi individui siano chiamati a testimoniare, visto che, come ricordato nelle sentenze sopra citate, le dichiarazioni rese dalla sola persona offesa non sono sufficiente a far condannare il responsabile.

Disturbo della quiete pubblica: cosa dice la legge civile?

Anche il codice civile punisce i rumori intollerabili provenienti dalla proprietà vicina: tecnicamente, si parla di immissioni provenienti dal fondo vicino [9]. La norma regola i limiti del godimento del proprio fondo rispetto a quello vicino, anche se non confinante. Con il termine immissione si fa riferimento a tutte le propagazioni fastidiose provenienti dalla proprietà del vicino, quali rumore, fumo, calore, esalazioni, scuotimenti, ecc.

Il proprietario del fondo non può impedire le immissioni provenienti dal fondo altrui se le stesse non superano la normale tollerabilità. Il limite della normale tollerabilità deve essere discrezionalmente valutato dal giudice, in quanto la legge non fornisce un parametro di riferimento. Il giudice, pertanto, dovrà di volta in volta valutare tutti i fattori del caso, quali le condizioni dei luoghi, le attività normalmente svolte, le abitudini delle persone, ecc.

Il giudice potrà tenere conto anche del cosiddetto preuso. Facciamo un esempio per capire di cosa si tratta: se Tizio acquista un’abitazione nei pressi di una fabbrica, dopo non potrà lamentarsi dei rumori provenienti da quest’ultima, visto che, al momento dell’acquisto, era già a conoscenza della situazione.

Nel caso in cui i rumori siano intollerabili, la persona danneggiata può chiedere il risarcimento del danno  e la tutela inibitoria, cioè la cessazione della condotta molesta. La tutela civile diventa indispensabile nel momento in cui non si riesca a provare la responsabilità penale del vicino rumoroso.

note

[1] Art. 659 cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 25424/2016 del 20.06.2016.

[3] Cass., sent. n. 14596/2018 del 30.03.2018.

[4] Cass., sent. 45616/2013 del 13.11.2013.

[5] Cass., sent. n. 47298/2011 del 20.12.2011.

[6] Cass., sent. n. 1284/1997 del 13.02.1997.

[7] Cass., sent. n. 40393/2004 del 14.10.2004.

[8] Cass., sent. n. 29375/2009 del 16.07.2009.

[9] Art. 844 cod. civ.

Autore immagine: Pixabay.com


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