Diritto e Fisco | Editoriale

Incasso pensione dopo morte, cosa si rischia?

24 Aprile 2018 | Autore:
Incasso pensione dopo morte, cosa si rischia?

Quali conseguenze per chi continua a percepire la pensione del defunto sul conto corrente senza dire nulla all’Inps?

La morte di un familiare stretto, oltre ad essere un evento doloroso in sé, comporta innumerevoli problematiche e adempimenti. Uno di questi, che deve essere effettuato il prima possibile se il defunto era pensionato, è la comunicazione all’Inps del decesso.

Se l’Inps non viene a conoscenza della morte del pensionato, infatti, continua a inviare gli assegni della pensione: chi incassa la pensione dopo la morte rischia la denuncia, oltre a sanzioni salate.

La denuncia per incasso della pensione dopo la morte non è un caso che riguarda soltanto chi “mette il nonno nel freezer” per continuare ad assicurarsi la rendita. In molti, pur non avendo intenzione di incamerare la pensione, non si preoccupano di notificare il decesso all’Inps, in quanto questo adempimento è anche a carico del comune di residenza e, dal 2015, del medico che si occupa di redigere il certificato necroscopico; le leggi che hanno disposto questi nuovi obblighi, però, non hanno abrogato l’obbligo per i familiari di informare l’Inps del decesso [1]. Così, pur essendo in buona fede, convinti che il comune abbia provveduto ad effettuare le dovute comunicazioni all’Inps, si può essere denunciati, proprio come chi, dolosamente, omette di informare l’Inps della morte del parente per incassare la sua pensione.

Se anche tu sei in questa situazione, cioè non hai informato l’Inps del decesso del tuo familiare e stai continuando a incassare la sua pensione, devi agire al più presto, restituendo tutto quello che hai incamerato ed avvertendo subito la sede dell’Inps competente: può bastare anche l’incasso di un solo rateo di pensione per far scattare la denuncia.

Ma procediamo per ordine e vediamo, a seconda delle situazioni che possono verificarsi, che cosa si rischia per l’incasso della pensione dopo la morte.

Chi è obbligato a informare l’Inps della morte?

L’obbligo di informare l’Inps del decesso del pensionato è in capo ai parenti del defunto. Il nuovo obbligo di trasmissione telematica della constatazione di decesso all’Inps da parte del comune e del medico certificatore dovrebbe però, a rigor di logica, far cadere l’obbligo da parte dei parenti del defunto; tuttavia la nuova normativa [2] non abroga esplicitamente questo adempimento, in quanto aggiunge e non sostituisce la previsione della legge del 1979 sull’argomento [1] che impone invece, come abbiamo osservato, la comunicazione a opera della famiglia del defunto. La possibilità di interpretare la nuova norma come abrogativa di quest’obbligo non emerge nemmeno dalla più recente circolare Inps sull’argomento [3].

Denuncia penale per incasso pensione dopo morte

Se le somme ottenute a titolo di pensione del familiare morto sono superiori a 3.999,96 euro in totale si può essere denunciati per indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato. In altri casi, il reato contestato è quello di truffa aggravata e continuata [4].

Al di sotto di questa soglia, il comportamento del familiare che non comunica all’Inps la morte del genitore non è reato ma solo un illecito amministrativo. Dunque, per piccoli importi non c’è alcuna conseguenza sotto il profilo penale; scatta però l’obbligo di pagare una sanzione che va da 5.164 euro a 25.822 euro; la sanzione non può comunque superare il triplo del beneficio conseguito.

In ogni caso, se il decesso è stato comunicato alla banca, l’istituto rifiuta le mensilità di pensione successivamente incassate, evitando dunque conseguenze per i familiari.

I reati di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato, o di truffa aggravata, comunque, scattano in presenza di dolo da parte di chi percepisce la pensione (ad esempio del cointestatario del conto corrente comunicato al momento della domanda di pensione). Per potere accertare la mancanza di una condotta dolosa, le sedi territoriali dell’Inps verificano le modalità di accredito del trattamento (delega al ritiro allo sportello o accredito bancario automatico), nonché il numero di mensilità accreditate indebitamente dopo il decesso.

Che cosa fare per evitare denuncia e sanzioni per incasso pensione dopo morte

In base a quanto osservato, per evitare denuncia e sanzioni non ci si può affidare al fatto che anche i comuni e i medici certificatori siano obbligati a informare l’Inps del decesso ma, a meno che non si sia assolutamente certi che gli enti competenti abbiano già provveduto, è indispensabile informare l’Inps della morte dell’assistito nel più breve tempo possibile.

In caso contrario, alla restituzione delle somme indebitamente percepite dopo la morte del pensionato, anche nelle situazioni in cui non c’è malafede, possono aggiungersi gli interessi di mora, che fanno lievitare la cifra da restituire.

Se l’incasso della pensione dopo la morte si protrae da tempo, mettere la testa sotto la sabbia e far finta di nulla, confidando che l’Inps non si accorga delle erogazioni indebite, peggiora soltanto la situazione. Per “salvare il salvabile”, non si può far altro che chiarire la situazione alla sede Inps competente (quella cioè che ha disposto i pagamenti dei ratei di pensione), per dimostrare l’assenza di dolo ed evitare che scatti la denuncia, e chiedere la rateazione delle somme da restituire nella misura maggiore possibile.

Ratei arretrati di pensione dopo morte

Il discorso è opposto, invece, per quanto riguarda i ratei di pensione arretrati non riscossi dal defunto. Questi ratei, difatti, spettano per legge [5], quale autonomo diritto, al coniuge superstite o, in mancanza, ai figli del defunto; tale previsione è stata confermata da una recente risoluzione dell’Agenzia delle Entrate [6]. Chi li percepisce non commette dunque alcun reato, in quanto la liquidazione viene fatta d’ufficio dall’Inps (gli altri eredi devono invece presentare un’apposita domanda).


note

[1] Legge 663/1979.

[2] Art.1, Co.303, Legge 190/2014.

[3] Inps Circ. n.33/2015.

[4] Tribunale Penale di Milano, sent. n.5576/2012.


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