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Come ottenere la risoluzione di un contratto?

9 Aprile 2018


Come ottenere la risoluzione di un contratto?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 Aprile 2018



Per sciogliersi da un contratto firmato o da un accordo verbale ci sono quattro vie: la lettera di diffida, la causa con un normale processo civile, la clausola risolutiva espressa e il termine essenziale.

Hai firmato un contratto ma l’altra parte non vuole adempiere ai suoi impegni. Ora ti trovi ingabbiato in una obbligazione dalla quale vorresti uscire e, se possibile, ottenere il risarcimento del danno, ma non sai come fare. Prima di consultare un avvocato e adire le vie legali vorresti provare a risolvere la questione da te, magari con una lettera di diffida, intimorendo l’avversario. Così ti chiedi come sciogliersi dal contratto e poter magari concludere lo stesso affare con un’altra persona. La soluzione, da un punto di vista legale esiste e si chiama risoluzione del contratto. Si tratta però, com’è facile intuire, di una via estrema che il codice civile consente di utilizzare solo in determinate situazioni e condizioni, nel rispetto di particolari procedure. Il rischio, infatti, in caso di errore è di passare dalla parte della ragione a quella del torto e dover risarcire il danno all’altra parte. Ecco perché in questo articolo ti spiegheremo, nel dettaglio, come ottenere la risoluzione di un contratto. Ma procediamo con ordine.

Cos’è la risoluzione del contratto per inadempimento?

I contratti sono spesso a «prestazioni reciproche» (o, meglio dette, «corrispettive»). Significa in pratica che, a fronte dell’esecuzione di una prestazione da parte di un soggetto, l’altro è tenuto a darne a sua volta un’altra (che ne è il prezzo, ossia il contraltare). Quindi entrambi i firmatari si obbligo a fare o dare qualcosa. Ad esempio, nella vendita, in cambio del trasferimento della proprietà di un bene è dovuto il pagamento del prezzo; nel mandato, viene garantita un’attività specifica dietro corrispettivo; nella locazione, una parte consente l’utilizzo di un proprio appartamento e l’altra si obbliga a pagare il prezzo, ecc.

Potrebbe però succedere che uno dei due soggetti non esegua la propria prestazione e che, per ciò, l’altro voglia ottenere indietro quando già dato oppure voglia essere liberato definitivamente dall’obbligo contrattuale. Per sciogliersi da un contratto, però, è necessario eseguire una particolare procedura che la legge chiama risoluzione del contratto per inadempimento. Si tratta, in particolare, dello scioglimento del contratto in forza del quale le parti vengono definitivamente liberate dai rispettivi obblighi con la restituzione di quanto eventualmente già corrisposto; in più, se una delle due è stata danneggiata dall’inadempimento dell’altra può anche ottenere il risarcimento del danno (ma, per quest’ultima via, è necessario procedere con una causa).

Il codice civile [1] stabilisce che, nei contatti a prestazione corrispettive, quando uno dei contraenti non adempie le sue obbligazioni l’altro può scegliere una delle due seguenti vie:

  • se vuole comunque ottenere la controprestazione, può chiedere al giudice di condannare l’inadempiente ad eseguirla. Si pensi a una persona che abbia già fatto il passaggio di proprietà di un’auto all’acquirente e che quest’ultimo, a fronte del pagamento di un primo anticipo, non abbia versato il resto;
  • se non è più interessato alla prestazione può chiedere al giudice la risoluzione, ossia lo scioglimento dal contratto con conseguente restituzione di quanto indebitamente già dato (cosiddetta ripetizione dell’indebito) e risarcimento del danno.

Quando si può chiedere la risoluzione del contratto per inadempimento?

Per rivolgersi al giudice e chiedere la risoluzione del contratto è necessario dimostrare che vi sia stato un grave inadempimento o, come dice la legge, di «non scarsa importanza» avuto riguardo all’interesse del creditore all’esecuzione del contratto. In buona sostanza, non ogni violazione degli accordi dà diritto alla risoluzione ma solo quelle che tolgono alla prestazione ogni utilità e che, se conosciute in anticipo, avrebbero distolto dalla firma del contratto. Ad esempio, una persona che acquista un’auto e questa ha un motore difettoso può chiedere la risoluzione del contratto; invece chi compra un abito su misura e un bottone è scucito non può chiedere la risoluzione.

Come ottenere la risoluzione di un contratto?

Per ottenere la risoluzione per inadempimento si possono percorrere quattro vie:

  • la diffida ad adempiere
  • la risoluzione giudiziale, ossia la causa;
  • la clausola risolutiva espressa;
  • il termine essenziale.

La risoluzione giudiziale

Chi non ottiene quanto gli era stato promesso può sciogliersi dal contratto e ottenerne la risoluzione intentando una causa [1]. Si tratta di una via lunga ma anche sicura. Consiste nel domandare al giudice di emettere una sentenza che sciolga il contratto e ogni vincolo esistente tra le parti. Il giudice deve però prima accertare se:

  • c’è stato un inadempimento
  • e se questo inadempimento sia stato particolarmente grave alla luce della complessiva economia del contratto.

Il giudice valuta la gravità dell’inadempimento applicando un parametro oggettivo e uno soggettivo, cioè:

  • verifica se l’inadempimento ha inciso in modo apprezzabile nell’economia complessiva del contratto (in astratto, per la sua entità, ed in concreto in relazione al pregiudizio effettivamente causato all’altro contraente), determinandone uno squilibrio sensibile nel suo complesso alla luce dell’interesse concreto della controparte all’esatto e tempestivo adempimento. La gravità non va quindi commisurata all’entità del danno, che potrebbe anche mancare. Può essere importante anche un inadempimento parziale;
  • esamina se il comportamento del debitore o quello del creditore possano attenuare il giudizio di gravità: si pensi a un atteggiamento incolpevole o a una tempestiva riparazione da parte del debitore o a una protratta tolleranza da parte del creditore.

Per effetto della risoluzione del contratto le parti devono restituire le prestazioni ricevute. Tale effetto retroagisce al momento della conclusione del contratto ed è quindi diretto a ripristinare la situazione esistente tra le parti prima della conclusione del contratto. Se oggetto della restituzione è una somma di denaro vanno versato anche gli interessi dalla data di conclusione del contratto.

La diffida ad adempiere

La diffida ad adempiere consiste nell’intimazione scritta, rivolta alla parte inadempimento, di eseguire la prestazione entro un congruo termine con l’avviso che, decorso inutilmente tale termine, il contratto si considererà automaticamente risolto. Il codice stabilisce che il termine non può essere inferiore a 15 giorni ma la Cassazione ha detto che può essere rapportato al caso concreto e alla complessità della prestazione (ad esempio, per restituire 100 euro si possono dare anche solo cinque giorni; per restituirne 15mila ce ne vorranno almeno 15) [2].

Questo è un modo di procedere molto rapido, ma comporta alcuni rischi. Se, ad esempio, dopo aver spedito al diffida, sospendi la tua prestazione potresti anche essere chiamato in giudizio dalla controparte la quale potrebbe provare a sostenere che la sua inadempienza era di scarsa importanza e non invece la tua; in tale ipotesi saresti condannato al risarcimento del danno arrecato all’altra parte per l’interruzione della prestazione.

La clausola risolutiva espressa

La clausola risolutiva espressa funziona solo se inserita nel contratto prima della sua firma [3]. È, in buona sostanza, l’indicazione di quelle che sono le prestazioni da ritenersi essenziali all’interno del contratto e il cui inadempimento dà diritto di sciogliersi dall’accordo con una semplice dichiarazione da inviare all’altra parte. Facciamo un esempio. Mario dà in affitto a Giovanni la sua casa già ammobiliata; egli però è particolarmente attaccato all’arredo presente all’interno e pretende che venga trattato con la massima cura. Perciò inserisce, nel contratto, una clausola in virtù della quale, se solo un mobile verrà minimamente scalfito, egli avrà il diritto di sfrattare Giovanni. Affinché Mario possa però valersi della clausola risolutiva espressa deve dichiararlo espressamente. In pratica, non basta il semplice inadempimento della prestazione ma anche una comunicazione, da inviare alla controparte, di volersi avvantaggiare di tale diritto.

È sicuramente questa la via più rapida per risolvere il contratto e nom richiede alcun accertamento sulla gravità dell’inadempimento poiché tale valutazione è stata anticipatamente compiuta e accettata dalle parti. Con la clausola risolutiva si evita anche la causa in tribunale.

Il termine essenziale

Il termine essenziale è un’ultimo modo per procedere alla risoluzione del contratto che si applica quando una delle parti ritarda eccessivamente l’esecuzione della propria prestazione [4]. Quando il ritardo è talmente protratto da comportare un pregiudizio all’altra parte, quest’ultima potrebbe voler sciogliersi dal contratto per ottenere magari la stessa prestazione da un altro soggetto. Tuttavia, rischierebbe di dover pagare due persone diverse se anche quella precedente dovesse, ad un certo punto, decidere di eseguire finalmente la prestazione. Così, chi sta attendendo l’adempimento dell’altra parte, può fissare a quest’ultima un termine per adempiere con l’avviso che, se non lo farà, il contratto si considererà automaticamente risolto.

Secondo la Cassazione, il semplice inserimento, in un contratto, di clausole di stile come la seguente «Il sig. Bianchi dovrà eseguire la propria prestazione entro e non oltre il termine di …» non è sufficiente a far ritenere il termine essenziale e a giustificare la risoluzione [5].

note

[1] Art. 1453 cod. civ.

[2] Art. 1454 cod. civ.

[3] Art. 1456 cod. civ.

[4] Art. 1457 cod. civ.

[5] Cass. sent. n. 5797/2005.


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