Diritto e Fisco | Editoriale

Lettera anonima: cosa si rischia?

9 Apr 2018


Lettera anonima: cosa si rischia?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 Apr 2018



È reato lasciare lettere anonime nella cassetta della posta di una persona?

C’è una persona che, da diverso tempo, ti molesta. In particolare, non fa che lasciare delle lettere anonime nella cassetta della tua posta. Due o tre volte a settimana ricevi queste comunicazioni in cui questa persona ti fa capire che controlla tutti i tuoi movimenti e ti manda messaggi di vario tipo. La situazione inizia a preoccuparti così decidi di sporgere una denuncia contro anonimi. I carabinieri ti dicono che, per scoprire di chi si tratta, devi chiedere al condominio di autorizzarti a montare una telecamera in corrispondenza delle cassette delle lettere, cosa che tuttavia potrebbe trovare l’ostacolo di alcuni condomini per via delle possibili implicazioni sulla privacy. Di fatto però gli agenti non possono farlo perché, a loro avviso, non si è in presenza di un reato. Tu sostieni invece che l’invio di lettera anonime configurerebbe il reato di molestia o disturbo alle persone. Chi dei due ha ragione? La questione è stata di recente decisa dalla Cassazione che [1], con una recente sentenza, ha stabilito cosa rischia chi invia una lettera anonima. Ecco qual è stato il responso dei giudici supremi.

Il codice penale stabilisce che chiunque, in luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a euro 516. È questo il reato di molestia. Poiché però nel penale non sono possibili interpretazioni analogiche, la norma in commento può essere applicata solo se ne ricorrono i presupposti specificamente indicati ossia:

  • il luogo pubblico o aperto al pubblico;
  • l’uso del telefono.

È necessario inoltre che lo scopo per il quale si muove il reo sia biasimevole o per petulanza. Alla luce di ciò non sono state ritenute illecite le continue telefonate del marito volte a costringere la moglie a fargli vedere i figli.

L’invio di una lettera anonima non avviene né in pubblico né in luogo pubblico. Difatti sia che la stessa venga spedita con il postino, sia che venga recapitata a mano dal “molestatore”, il foglio viene immesso in un posto privato, la cassetta delle lettere, e nessun altro se non il titolare può leggerlo. Il fatto che altri familiari possano aprire la busta e leggere il suo interno non rileva.

Inoltre l’invio della lettera non può essere equiparato all’uso del telefono visto, come detto, il divieto di interpretare in via analogica le norme del codice penale. Non resta quindi – sostiene la Cassazione – che escludere la possibilità del reato di molestie nel caso di invio di lettere anonime.

Il fatto che però la lettera anonima non integri il reato di molestia non significa che non possa invece far scattare altri illeciti penali. Potrebbe infatti ricorrere la minaccia nel caso di cui il suo contenuto sia tale coartare la libertà morale del destinatario anche mediante riferimenti indiretti o allusivi. Ad esempio, secondo la Cassazione è reato spedire una lettera anonima ove si fa riferimento alla vita privata e ai familiari del destinatario in maniera chiaramente allusiva al pericolo di cagionare un male ingiusto alla vittima, incidendo sui suoi affetti ed interessi, pur senza dare testuale conto di ciò [3].

Peraltro, come spesso chiarito dalla Suprema Corte, ai fini dell’integrazione del reato di minaccia non è necessario che il soggetto passivo si sia sentito effettivamente intimidito: è semplicemente sufficiente che la condotta posta in essere dall’agente sia potenzialmente idonea ad incidere sulla libertà morale del soggetto passivo.

La lettera anonima inviata a un giornale e da questo pubblicata, contenente accuse nei confronti di un soggetto, potrebbe invece integrare il reato di diffamazione. Lo stesso dicasi della missiva spedita ai parenti della vittima. La Cassazione ha detto infine [4] che l’invio al datore di lavoro della vittima di lettera anonima contenente allusioni alla moralità della dipendente nonché foto e DVD che ritraggono la stessa nuda e nell’atto di compiere un rapporto sessuale costituisce molestia idonea a cagionare un grave e perdurante stato d’ansia nella vittima, in relazione all’ampiezza, alla durata e alla carica dispregiativa della condotta criminosa.

note

[1] Cass. sent. n. 15523/18 del 6.04.2018.

[2] Art. 660 cod. pen.

[3] Cass. sent. n. 463/2015.

[4] Cass. sent. n. 12208/2016.

Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 6 marzo – 6 aprile 2018, n. 15523
Presidente Di Tomassi – Relatore Centonze

Rilevato in fatto

1. Con la sentenza in epigrafe il Tribunale di Rimini condannava R.B. alla pena di 400,00 Euro di ammenda, giudicandola colpevole del reato di cui agli artt. 81 e 660 cod. pen., commesso a Rimini tra il 07/04/2009 e l’aprile del 2010.
2. Avverso tale sentenza R.B., a mezzo dell’avv. Giuseppe Spada, ricorreva per cassazione, deducendo violazione di legge e vizio di motivazione, conseguenti al fatto che la decisione in esame risultava sprovvista di un percorso argomentativo che desse esaustivamente conto degli elementi costitutivi del reato contestato ex artt. 81 e 660 cod. pen. – rilevanti sia sotto il profilo dell’elemento oggettivo sia sotto il profilo dell’elemento soggettivo – e del trattamento sanzionatorio irrogato, censurato per il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche, escluse nonostante l’assenza di pregiudizi penali dell’imputata.
Queste ragioni imponevano l’annullamento della sentenza impugnata.

Considerato in diritto

1. Il ricorso proposto da R.L. è fondato nei termini di seguito indicati.
2. Osserva anzitutto il Collegio che il che il reato ascritto a R. , ai sensi degli artt. 81 e 660 cod. pen., implica che l’agente rechi molestia o disturbo “in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo (…)”.
Nel caso di specie, nessuna delle condotte tipizzate dall’art. 660 cod. pen. veniva posta in essere da R. , alla quale veniva contestata la trasmissione di lettere anonime, che venivano depositate nella cassetta delle lettere della vittima.
Ne deriva che l’azione perturbatrice di R. non si concretizzava in un luogo pubblico o aperto al pubblico, né veniva arrecata mediante l’uso del telefono, con la conseguenza di rendere privi di rilievo penale i comportamenti emulativi dell’imputata e insussistente la fattispecie oggetto di contestazione, così come prefigurata dalla giurisprudenza di legittimità consolidata (5ez. 1, n. 30294 del 24/06/2011, Donato, Rv. 250912; Sez. 1, n. 26303 del 06/05/2004, Pirastru, Rv. 2282207).
2.1. Queste considerazioni rendono superfluo l’esame della residua doglianza, afferente al trattamento sanzionatorio irrogato a R. ” che postula un giudizio di responsabilità nei confronti dell’imputata, che, per le ragioni che si sono esposte, non è possibile formulare.
3. Ne discende conclusivamente che la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio perché il fatto contestato all’imputata Luisa R. non sussiste.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.


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