Diritto e Fisco | Editoriale

Partita Iva, quanto costa all’anno?

10 aprile 2018 | Autore:


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Partita Iva: costi fissi di gestione di un’attività d’impresa o di lavoro autonomo, contributi, imposte.

Vuoi aprire partita Iva come lavoratore autonomo, o come impresa, e sapere quanto ti costa all’anno? Quantificare i costi per “tenere aperta una partita Iva” non è semplice, in quanto spese, imposte, tasse e contributi variano a seconda del tipo di attività esercitata, dell’organizzazione, della località in cui ci si stabilisce e di numerosi altri elementi.

Bisogna innanzitutto chiarire che la partita Iva, di per sé, non comporta costi, né per aprirla, né per tenerla aperta: comporta, però, l’obbligo di dichiarazione dei redditi annuale, anche se non si fattura nulla, la tenuta della contabilità (i cui costi dipendono dal professionista che si occupa degli adempimenti e dal regime fiscale scelto), oltre agli obblighi previdenziali (devono essere pagati dei contributi all’ente previdenziale di appartenenza anche quando non si ha reddito, esclusa la gestione Separata Inps), ai costi d’iscrizione al registro delle imprese, ad albi o elenchi, e ad ulteriori costi accessori che dipendono dal tipo di attività esercitato.

Vediamo, in questa breve guida, di chiarire i punti più importanti concernenti le principali spese tributarie, previdenziali e amministrative nell’attività di lavoro autonomo e d’impresa per capire quanto costa all’anno la partita Iva.

Quanto costa aprire la partita Iva come lavoratore autonomo?

Il lavoratore autonomo, o libero professionista, a meno che non si rivolga ad un intermediario, non deve pagare nulla per aprire la partita Iva: la richiesta della partita Iva, difatti, può essere inoltrata tramite il canale telematico Fisconline, qualora si disponga di Pin per l’accesso ai servizi dell’Agenzia delle Entrate, o recandosi personalmente presso l’Ufficio Territoriale delle Entrate più vicino, e non è soggetta ad alcun costo, né a bolli.

Se il lavoratore è iscritto ad albi o elenchi, è tenuto a pagare il costo d’iscrizione ed il diritto annuale, differente a seconda della categoria di appartenenza.

Quanti contributi paga il professionista iscritto alla cassa di categoria?

Deve poi iscriversi alla propria cassa previdenziale, se la categoria professionale a cui appartiene ne ha una (ad esempio, gli avvocati hanno la Cassa Forense): in base a quanto previsto dai regolamenti di previdenza della maggior parte delle casse professionali, gli iscritti sono tenuti a pagare un minimale contributivo annuo (in pratica, a pagare un ammontare minimo di contributi anche con reddito pari a zero), nella misura prevista dalla specifica gestione, ed eventualmente i contributi in percentuale sul reddito. Inarcassa, la cassa di ingegneri e architetti, ad esempio, prevede un contributo minimo annuo di 2.280 euro, mentre la Cassa Forense un versamento minimo di 2.815 euro. In ogni caso, numerose casse prevedono il dimezzamento dei contributi per i neoiscritti.

Quanti contributi paga il professionista iscritto alla gestione Separata?

Se la categoria di appartenenza del professionista non ha una cassa di previdenza, il lavoratore deve iscriversi alla gestione Separata dell’Inps, per la quale pagherà il 25,72% di fatturato (24% per chi è iscritto ad altre gestioni o pensionato): significa che, su un reddito di 10mila euro, ne pagherà 2.572 di contributi.

Il primo anno non sono previsti acconti; col pagamento del saldo, effettuato alla scadenza del saldo Irpef (30 giugno dell’anno successivo a quello di produzione del reddito), dovrà però pagare un primo acconto, pari al 40% del saldo, ed un secondo acconto, sempre pari al 40%, dovrà essere versato entro il 30 novembre, cioè entro la scadenza del secondo acconto Irpef.

In pratica, se il professionista neoiscritto, nel 2018, guadagna 10mila euro, nel 2019 pagherà, come contributi alla Gestione separata, 2.572 a titolo di saldo 2018, più altri 2.058, sempre nel 2019, a titolo di acconto (complessivamente, l’80% del saldo). Naturalmente quanto pagato come acconto sarà scomputato dal saldo dell’anno successivo. Inoltre, i contributi versati sono sempre deducibili dal reddito, anche per chi utilizza il regime fiscale forfettario.

Se il reddito prodotto è inferiore al minimale, pari a 15.710 euro per il 2018, nonostante il professionista abbia lavorato tutto l’anno, non otterrà l’accredito di un’annualità intera ai fini del diritto alla pensione.

Quante tasse paga il professionista?

Le imposte applicate sul reddito variano molto a seconda del regime fiscale utilizzato: è possibile scegliere, nel 2018, tra il regime agevolato forfettario e il regime ordinario, o quello della contabilità semplificata.

Dal 2016 non è più possibile avvalersi del regime agevolato dei contribuenti Minimi.

Quante tasse paga il professionista in regime dei Minimi?

Per riassumere brevemente, il regime dei minimi, al quale non è più possibile aderire, ma nel quale permangono alcuni professionisti che vi hanno aderito sino all’anno 2015, comporta una tassazione sostitutiva del 5% sul reddito (semplificando, il reddito è rappresentato dalla differenza tra ricavi e costi inerenti l’attività, inclusa l’Iva, che non essendo detraibile diventa un costo): non sono applicate Irpef, addizionali, Irap, Iva, non si è soggetti agli Studi di Settore o agli indicatori di affidabilità e non si devono tenere le scritture contabili, ma soltanto registrare e numerare le fatture. La durata del regime è di 5 anni, o fino al 35° anno d’età del contribuente; sono previsti precisi requisiti per l’accesso e la permanenza nel regime: per un approfondimento, si veda Contribuenti Minimi, tutte le faq.

La liquidazione di saldo ed acconti d’imposta è uguale a quella prevista per l’Irpef (come vedremo più avanti).

Quante tasse paga il professionista in regime forfettario?

Il regime forfettario, invece, comporta una tassazione sostitutiva del 15% (del 5%, a partire dal 2016, per le nuove attività, per i primi 5 anni): anche in questo caso non sono applicate Irpef, addizionali, Irap, Iva, non si è soggetti agli studi di settore e non si devono tenere le scritture contabili, ma soltanto registrare e numerare le fatture.

Il reddito però non è inteso come ricavi meno costi, ma si determina applicando al fatturato un determinato coefficiente di redditività, pari, per i liberi professionisti, al 78%. In pratica, se il professionista fattura 10mila euro, paga contributi e imposte sulla base di 7.800 euro.

Il meccanismo per la liquidazione di saldo ed acconti è il medesimo previsto per l’Irpef.

Per un maggiore approfondimento sul regime forfettario, vedi: Regime Forfettario, Nuovi Minimi 2016.

Quante tasse paga il professionista in regime di contabilità semplificata?

La contabilità semplificata comporta la soggezione del reddito (inteso come ricavi al netto dei costi inerenti l’attività) all’Irpef (l’imposta sul reddito delle persone fisiche). L’imposta è modulata ad aliquote e scaglioni:

  • sino a 15.000 euro, l’imposta è pari al 23%;
  • da 15.0001 a 28.000, 27%;
  • da 28.001 a 55.000, 38%;
  • da 55.001 a 75.000, 41%;
  • da 75.001, 43%.

In pratica, se il professionista, soggetto alla contabilità semplificata, guadagna 25mila euro l’anno, dedotti i contributi, verserà allo Stato il 23% sui primi 15mila euro di reddito, pari a 3,450 euro, ed il 28% sui restanti 10mila euro, pari a 2.800 euro, per un totale Irpef di 6.250 euro, meno una piccola detrazione sul reddito da lavoro autonomo (che si determina con la seguente espressione: 1.104*(55.000-reddito imponibile) /50.200).

L’acconto Irpef deve essere pagato:

  • in un’unica rata, pari al 100% dell’imposta a saldo, se la stessa imposta a saldo va da 51,66 euro a 257,52 euro: il termine del pagamento è il 30 novembre;
  • in due o più rate, oltre i 257,52 euro; il secondo acconto, con scadenza 30 novembre, deve in questo caso essere pari al 60% del saldo, mentre il primo acconto, frazionabile, deve essere pari al 40%.

Sino a 51,65 euro non deve essere versato alcun acconto.

Oltre all’Irpef, il contribuente in contabilità semplificata deve pagare le addizionali comunali (pari, nella generalità dei casi, allo 0,80% dell’imponibile Irpef; l’aliquota varia a seconda del Comune) e l’addizionale regionale (che si applica sempre sull’imponibile Irpef; l’aliquota varia a seconda della Regione); qualora possieda il requisito di autonoma organizzazione (sull’applicabilità dell’Irap ai professionisti e sul requisito di autonoma organizzazione è presente una vastissima giurisprudenza), sarà soggetto al pagamento dell’Irap (la cui base imponibile non coincide con quella Irpef, ma col valore della produzione netta, generalmente più alto dell’imponibile Irpef perché comporta una minore deduzione di costi; l’aliquota ordinaria è pari al 3,9%, ma varia a seconda della regione e della categoria cui appartiene il contribuente).

Il lavoratore autonomo in contabilità semplificata, poi, può detrarre l’Iva sugli acquisti, ma deve emettere le proprie fatture assoggettandole ad Iva (la cui aliquota ordinaria è pari al 22%).

È obbligatoria, oltre alla numerazione ed alla conservazione delle fatture, la tenuta dei registri Iva degli acquisti, dei beni ammortizzabili (le relative annotazioni possono essere comunque effettuate nel registro acquisti) e delle vendite, o fatture emesse.

Oltre all’obbligo di dichiarazione dei redditi, da effettuarsi mediante Modello Redditi (obbligo al quale sono tenuti anche i contribuenti aderenti al regime Forfettario), i contribuenti con contabilità semplificata devono effettuare anche i seguenti adempimenti:

  • dichiarazione Iva annuale (dal 1° febbraio al 30 aprile di ogni anno);
  • comunicazioni dati liquidazioni periodiche Iva: si tratta della comunicazione telematica dei dati contabili riepilogativi delle liquidazioni periodiche trimestrali Iva effettuate; la sua periodicità è trimestrale (31 maggio 2018, 16 settembre 2018, 30 novembre 2018, 28 febbraio 2019);
  • spesometro (ex elenchi clienti-fornitori): si tratta della comunicazione dati fatture emesse e ricevute; la sua periodicità è trimestrale (31 maggio 2018, 30 settembre 2018, 30 novembre 2018, 28 febbraio 2019), ma può essere semestrale su opzione;
  • comunicazioni Intrastat, se si effettuano acquisti o vendite con soggetti UE superiori a una determinata soglia;

Lo spesometro è abrogato dal 2019, perché entrerà in vigore la fatturazione elettronica obbligatoria per i professionisti (salvo che per i forfettari).

Quanto costa la tenuta della contabilità per il professionista?

La tenuta della contabilità ha costi molto differenti, a seconda del luogo in cui l’attività è esercitata, del regime fiscale utilizzato, degli adempimenti particolari a cui può essere tenuta una particolare categoria professionale, e del fatturato.

Mediamente, i costi si aggirano intorno ai 600/700 euro annui per i contribuenti forfettari o minimi con un basso volume d’affari, sino a 1500 euro per professionisti in contabilità semplificata con un volume d’affari medio-alto. Le spese aumentano per gli studi professionali con dipendenti e collaboratori, poiché gestione e adempimenti si complicano notevolmente.

Quanto costa aprire la partita Iva come impresa?

Per chi inizia un’attività d’impresa, gli adempimenti ed i costi sono notevolmente più elevati rispetto ai liberi professionisti.

Posta l’impossibilità di trattare in maniera esauriente quello che è un argomento vastissimo, con numerosi regimi speciali (si pensi a chi vende beni usati, agli agriturismi, ai rivenditori di generi particolari), vediamo di riassumere quali sono i costi e gli adempimenti principali per chi apre un’impresa.

Innanzitutto, per aprire la partita Iva come azienda vi sono dei costi, oltre a quelli dell’intermediario che eventualmente si occupa della pratica:

  • in primo luogo, se si apre una società, si dovranno sostenere i costi per il versamento del capitale sociale, quelli notarili e d’iscrizione alla Camera di Commercio; sono escluse le società costituite in forma di Srls, cioè le cosiddette Srl a 1 euro, per le quali comunque sono dovuti il diritto annuale alla Camera di Commercio, l’imposta di registro e le spese relative alla denuncia d’inizio attività;
  • si devono poi sostenere i costi relativi alla pratica Comunica: si tratta di una comunicazione d’inizio attività che ha valore nei confronti del registro Imprese, dell’Agenzia dell’Entrate, dell’Inps; se si assumono dipendenti, si può utilizzare la Comunica anche per l’apertura di una posizione Inps Dm e della Pat Inail; in certi casi può essere inviata tramite Comunica anche la segnalazione d’inizio attività al Comune (Scia); il costo della Comunica, per una piccola impresa non in forma di società, è normalmente pari a circa 35 euro, tra diritti e bolli, più un minimo di 57 euro per il diritto annuale;
  • in alcune ipotesi, il Comune, a seconda della tipologia di attività da avviare, puòrichiedere il pagamento di bolli e diritti per la presentazione della Scia.

Quanti contributi paga l’imprenditore?

La maggior parte delle attività d’impresa ricade nella gestione Inps artigiani e commercianti: l’iscrizione a questa gestione speciale richiede il pagamento di contributi minimi annuali, anche per chi non fattura, pari a quasi 4mila euro, da saldare in 4 rate, oltre al pagamento dei contributi in percentuale per chi supera il minimale di reddito (pari a 15.710 euro per il 2018).

Alla gestione Separata, difatti, può iscriversi solo chi produce reddito di lavoro autonomo, assieme ai parasubordinati ed a chi svolge la propria attività con prestazioni di lavoro occasionali.

Sui contributi per artigiani e commercianti è previsto, ogni anno, uno sconto del 35%, per chi aderisce al Forfettario. Lo sconto è del 50% per artigiani e commercianti over 65 pensionati.

Quante tasse paga l’imprenditore?

Per quanto concerne l’ammontare delle imposte da pagare, valgono le considerazioni già fatte per i lavoratori autonomi, relativamente al regime dei minimi, al forfettario ed alla contabilità semplificata.

Per quanto concerne il forfettario, il coefficiente di redditività che “abbatte” i ricavi, varia a seconda dell’attività svolta, da un massimo dell’87% per il settore costruzioni, a un minimo del 40% per il commercio. Variano anche i limiti massimi di ricavi, che possono superare, a seconda dell’attività svolta, i 30mila euro.

Per quanto concerne i lavoratori dipendenti, è consentito, col forfettario, assumerne, ma con un limite annuo di compensi pari a 5mila euro, mentre il regime dei Minimi non consente di avere nessuno alle dipendenze.

Se i ricavi superano i 400mila euro, nel caso in cui l’impresa effettui prestazioni di servizi, o i 700mila euro, per le altre attività, o se l’impresa è una società di capitali, il regime fiscale sarà quello della contabilità ordinaria, il quale implica la tenuta della contabilità col sistema della partita doppia, la redazione del bilancio annuale, e la tenuta dei seguenti libri obbligatori:

  • registri Iva;
  • registro dei beni ammortizzabili;
  • libro giornale;
  • libro degli inventari;
  • libro mastro.

Quanto costa la tenuta della contabilità per l’imprenditore?

I costi di tenuta della contabilità d’impresa e degli adempimenti fiscali risultano molto più elevati rispetto a quelli della contabilità di un professionista, anche se variano notevolmente in base al volume d’affari, al regime fiscale adottato ed ai particolari adempimenti della specifica categoria. Ad esempio, per una piccola Srl, per la quale il regime contabile è comunque quello ordinario, la parcella media annua di un commercialista, comprensiva delle dichiarazioni fiscali, scende raramente sotto i 2.500/3mila euro annui.

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