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Mantenimento ai figli: quando chiedere la riduzione dell’assegno

11 aprile 2018


Mantenimento ai figli: quando chiedere la riduzione dell’assegno

> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 aprile 2018



Revisione del mantenimento per la prole: le eventuali maggiori potenzialità economiche del genitore convivente non danno in automatico all’altro il diritto a chiedere una revisione dell’assegno.

Avrai di certo sentito dire che, quando marito e moglie si separano, l’assegno di mantenimento che l’uno deve versare all’altro (di solito il marito in favore della moglie) può essere modificato nel tempo. La sentenza di separazione o di divorzio infatti può essere sempre oggetto di revisione laddove dovessero sorgere delle nuove situazioni (non sussistenti all’epoca del precedente giudizio) tali da sfasare l’equilibrio tra i rispettivi redditi. Così il soggetto obbligato al mantenimento può chiedere una riduzione dell’assegno quando l’ex ottiene un aumento salariale, una promozione o magari, partendo da una situazione di disoccupazione, viene assunto. Le condizioni economiche, in questi casi infatti, subiscono un riassetto di cui il tribunale non può non tenere conto. Tali regole però non valgono con i figli nei confronti dei quali, spesso, le mutate potenzialità economiche del genitore convivente non incidono sull’assegno di mantenimento che l’altro genitore deve loro erogare periodicamente. Tanto è stato più volte chiarito dalla Cassazione con una serie di sentenze che hanno spiegato, in materia di mantenimento ai figli, quando chiedere la riduzione dell’assegno. 

In cosa consiste il mantenimento dei figli

Il codice civile [1] impone a entrambi i genitori, ciascuno in proporzione alle proprie capacità economiche, di mantenere, istruire ed educare i figli finché questi non diventa autosufficiente economicamente. Quest’obbligo sussiste anche dopo il raggiungimento dei 18 anni da parte della prole, ma scema gradatamente con l’ulteriore avanzamento dell’età fino a cessare del tutto superata la soglia dei trentacinque anni (almeno questo è l’orientamento attuale della giurisprudenza); in questa ipotesi, infatti, l’impossibilità di mantenersi viene considerata più che altro il frutto dell’inerzia del giovane. 

Una volta che il giovane conquista l’indipendenza economica perde per sempre il diritto al mantenimento, diritto che pertanto non rivive nell’ipotesi in cui il ragazzo dovesse, per una ragione o per un’altra, perdere dopo poco lo stesso lavoro che lo aveva prima reso indipendente. 

Tornando al dovere di mantenimento dei genitori, questi ultimi sono tenuti a far fronte ad una molteplicità di esigenze dei figli, che certamente non si esauriscono nella loro alimentazione, ma si estendono all’aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario, sociale, alla assistenza materiale e morale, alla opportuna predisposizione, fino a quando la loro età lo richieda, di una stabile organizzazione domestica, adeguata a rispondere a tutte le necessità di cura e di educazione. Il tutto rapportato all’attuale contesto sociale; per cui se è naturale oggi, per un ragazzo, avere un computer e navigare su internet, nel mantenimento rientra anche una connessione e un pc.

I genitori sono tenuti a tale adempimento non solo in base alle «rispettive sostanze» (come dice il codice civile), ma anche sulla scorta della «loro capacità di lavoro professionale o casalingo»; la Cassazione intende così valorizzare ai fini in discorso non soltanto le risorse economiche, di qualunque natura, ma anche le potenzialità reddituali e funzionali dei coniugi stessi [2].

Il mantenimento dei figli se i genitori sono separati

Quando i genitori si separano e non si mettono d’accordo sul mantenimento da erogare per il minore, si ricorre al tribunale. Resta il principio in base al quale entrambi i genitori devono contribuire al mantenimento dei figli, anche per quello con cui questi convivono. Per cui, sotto un aspetto patrimoniale, il giudice fissa:

  • un assegno di mantenimento mensile, che costituisce il contributo periodico e fisso per tutte le spese ordinarie;
  • l’obbligo di contribuire in base a una percentuale prefissata (di solito il 50%) su tutte le future ed eventuali spese straordinarie (v. spese mediche, viaggi scolastici, ripetizioni, ecc.).

Sotto invece l’aspetto personale, il giudice stabilisce:

  • l’affidamento condiviso in base al quale entrambi i coniugi hanno pari diritti e doveri verso i figli. Solo eccezionalmente viene fissato l’affidamento esclusivo o quello superesclusivo quando uno dei due genitori risulti totalmente incapace di provvedere all’educazione dei figli e anzi risulti dannoso per essi;
  • la misura e la periodicità delle visite ai figli da parte del coniuge non convivente.

Sono legittimati a richiedere l’assegno:

  • il genitore convivente con il figlio;
  • il figlio maggiore d’età non economicamente indipendente, se non convive con alcuno dei genitori. 

Pertanto, se il figlio si trasferisce stabilmente in un’altra città, il genitore non più convivente perde la legittimazione a richiedere l’assegno per il mantenimento del figlio.

A quanto ammonta il mantenimento dei figli?

Ai figli deve essere garantito lo stesso tenore di vita che avevano quando ancora i genitori erano uniti. A tal fine il giudice non può limitarsi a considerare soltanto il reddito ma deve valutare anche altri elementi di ordine economico suscettibili di incidere sulle condizioni delle parti, quali la disponibilità di un consistente patrimonio anche mobiliare e la conduzione di uno stile di vita particolarmente agiato e lussuoso.

In particolare, secondo la giurisprudenza l’assegno di mantenimento del figlio si calcola tenendo a riferimento i seguenti parametri:

  • le attuali esigenze del figlio;
  • il tenore di vita goduto dal figlio durante la convivenza con entrambi i genitori;
  • i tempi di permanenza presso ciascun genitore;
  • le risorse economiche di entrambi i genitori;
  • la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

Il pagamento dell’assegno non può essere sospeso durante il tempo in cui il figlio convive con il genitore obbligato a versare l’assegno di mantenimento e dunque, in particolare durante i periodi di vacanza.

L’assegno a favore dei figli è automaticamente adeguato per legge agli indici Istat, a meno che le parti o il giudice non abbiano indicato un diverso parametro in sede di separazione.

Quando non si può chiedere la riduzione del mantenimento dei figli

Con una serie di sentenze, la Cassazione ha detto che l’aumento del reddito del genitore presso cui i figli vivono non determina in automatico il diritto per l’altro di chiedere una riduzione dell’assegno di mantenimento nei loro confronti. Ecco cosa dicono tali pronunce.

L’arricchimento professionale del coniuge affidatario e il conseguimento di maggiori potenzialità economiche, nonostante garantisca al minore un miglior soddisfacimento delle sue esigenze vitali, non comporta una proporzionale diminuzione del contributo posto a carico dell’altro genitore; ciò perché a differenza di quanto avviene nella determinazione dell’assegno spettante al coniuge separato o divorziato, la determinazione del contributo per il mantenimento dei figli non si fonda su una rigida comparazione della situazione patrimoniale di ciascun coniuge [3]. 

La determinazione del contributo che per legge grava su ciascun coniuge per il mantenimento, l’educazione e l’istruzione della prole non si fonda, a differenza di quanto avviene nella determinazione dell’assegno spettante al coniuge separato o divorziato, su una rigida comparazione della situazione patrimoniale di ciascun coniuge. Pertanto, le maggiori potenzialità economiche del genitore affidatario concorrono a garantire al minore un migliore soddisfacimento delle sue esigenze di vita, ma non comportano una proporzionale diminuzione del contributo posto a carico dell’altro genitore [4].

La disponibilità di un alloggio da parte della madre affidataria, non più gravata dall’onere di pagare il canone locatizio, poiché comporta il conseguimento di maggiori potenzialità economiche che si traducono in un elemento positivo per la prole, non determina necessariamente una riduzione del contributo dovuto dall’altro coniuge per il mantenimento dei figli, che ove disposto comporterebbe una perdita del vantaggio conseguito [5]. 

Quando si può chiedere la riduzione del mantenimento dei figli

Nonostante quanto abbiamo appena detto, l’assegno di mantenimento dei figli può essere sempre oggetto di revisione – può quindi essere aumentato o diminuito o del tutto cancellato – in una serie di altre circostanze. Tra i casi più frequenti che spingono uno dei coniugi a richiedere una sua revisione vi è innanzitutto il cambiamento, in meglio o in peggio, delle capacità economiche di uno dei due genitori, ma tale circostanza – come abbiamo appena visto – non comporta un’automatica modifica, dovendo il giudice tenere innanzitutto conto degli interessi dei figli. Se ad esempio l’assegno versato dal genitore non convivente è tale da non soddisfare completamente i bisogni della prole: 

  • un aumento del reddito del genitore non convivente coi figli consente all’altro di chiedere un aumento della misura del mantenimento;
  • un aumento del reddito del genitore convivente coi figli non consente all’altro di  chiedere una riduzione della misura del mantenimento che grava su di lui.

Un altro fattore che può giustificare la riduzione del mantenimento sono la costituzione di un nuovo nucleo familiare da parte del genitore obbligato al mantenimento. 

 Le modalità della revisione dell’assegno per i figli sono due:

  • l’accordo tra i coniugi;
  • il ricorso al giudice.

note

[1] Artt. 147 e 148 cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 11025/1997.

[3] Cass. sent. n. 1607/2007.

[4] Cass. sent. n. 18538/2013.

[5] Cass. sent. n. 6648/2018.


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