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Assistenza al genitore incapace, abbandono e denuncia ai servizi sociali

13 aprile 2018


Assistenza al genitore incapace, abbandono e denuncia ai servizi sociali

> Diritto e Fisco Pubblicato il 13 aprile 2018



Mia madre (80enne) in seguito ad osteoporosi e a numerose cadute cammina male ed in modo insicuro. Riceve un contributo provinciale di cura. È vedova ed ha una badante solo per la mattina. Il suo compagno che si è trasferito da lei senza cambiare residenza, è anziano ed è stanco di assisterla. Vorrebbe aiuto da me e dalle mie sorelle e minaccia di denunciarci ai servizi sociali, ma noi abbiamo famiglia e non possiamo fare i turni di notte. Noi vorremmo che si trasferisse a casa sua e che ad assistere mamma fosse una badante in regola a tempo pieno, visto che mia madre ha sia lo spazio che i soldi per farlo. Inoltre anche il medico ha da ultimo consigliato questo. Cosa dobbiamo fare? I rapporti con lei sono diventati tesi nonostante le nostre premure.

La situazione descritta dalla lettrice, non certamente di facile soluzione, pone innanzitutto la necessità di verificare in che misura le figlie, in presenza di una denuncia alle autorità/servizi sociali, si possano trovare a rispondere del reato di abbandono di persona incapace.

Reato questo che si configura tutte le volte in cui un soggetto, rivestendo una particolare posizione giuridica (genitore, coniuge, figlio, insegnante, ecc.), sia tenuto alla custodia e alla cura di una persona incapace di provvedere a se stessa. Intendendosi per “custodia” il dovere (sia pure temporaneo) di diretta e immediata sorveglianza del soggetto, e con la parola “cura” la prestazione protettiva dovuta nei riguardi di persone con particolari esigenze (come quelle derivanti dall’essere portatori, come nel caso della madre, di specifiche patologie).

Il reato infatti non si individua solo allorquando sia un minore ad essere abbandonato, ma anche quando lo sia una persona resa incapace da una malattia (fisica o mentale) oppure dall’età avanzata (condizioni entrambe sussistenti nel caso della madre): sicché non occorre che tale persona sia incapace in senso giuridico (perché ad esempio interdetta dal giudice) ma è sufficiente che versi in una situazione oggettiva che le impedisce di salvaguardare la propria incolumità non disponendo degli strumenti (fisici e/o cognitivi) per farlo.

Per chi incorre in tale reato, la legge prevede la pena della reclusione da 6 mesi a 5 anni, con due aggravanti. Quella in cui all’abbandono consegua la lesione personale o la morte dell’incapace (ipotesi in cui la pena è rispettivamente aumentata da 1 a 6 anni e da 3 ad 8 anni) e quella in cui a compiere il reato siano persone particolarmente vicine alla vittima quali il genitore (anche adottante), il figlio (anche adottato), il tutore o il coniuge: ipotesi per le quali è previsto un aumento di pena.

Dunque, la legge prevede un aumento della pena per il caso risulti che l’abbandono sia avvenuto ad opera dei figli dell’incapace.

Ora, nel caso descritto, certamente – quantomeno al momento – non può dirsi che la madre della lettrice versi in una situazione di abbandono vero e proprio (visto che la stessa è quotidianamente monitorata) e comunque sembra di capire che la donna non è completamente allettata e del tutto incapace di gestirsi in autonomia. Ad esempio, la lettrice riferisce che la stessa cammina male e in modo insicuro, ma comunque cammina. Situazione questa che, durante la temporanea assenza di qualcuno che la assista, può essere “tamponata” con l’utilizzo di un girello o sostegno di altro tipo. In ogni caso non sembra che la donna versi in una situazione che le impedirebbe, ove se ne ponesse la necessità, di chiedere aiuto.

Alla luce di questo, è a parere dello scrivente difficile che, almeno per quella che è la situazione attuale (convivenza di fatto col compagno e presenza di una badante in alcune ore della giornata), la lettrice e le sue sorelle possano rischiare di dover rispondere del suddetto reato, ove sia fatta una segnalazione a servizi sociali o autorità.

Ciò non toglie che sia necessario prendere dei provvedimenti d’ora e per il futuro e ciò, a prescindere dalle minacce ricevute dal compagno della loro madre.

Certamente, finché l’uomo vive con lei (non importa che non abbia residenza, perché, ai fini probatori, ciò che rileva è la convivenza di fatto esistente da anni) non saranno le figlie i primi soggetti tenuti alla sorveglianza della donna e, di conseguenza, le prime responsabili ove dovesse accadere qualcosa alla loro madre. Si supponga, ad esempio, che l’uomo (ora convivente) esca da casa, lasciando la compagna priva di assistenza, senza darne comunicazione a nessuno. Se, in quel frangente, la madre della lettrice dovesse, per qualsiasi motivo, procurarsi delle lesioni, certamente di tale evento non potranno essere considerate responsabili le sue figlie, atteso che sappiano la loro madre al sicuro, con qualcuno che se ne occupa.

Tuttavia, le figlie non possono certamente impedire all’uomo di interrompere la attuale convivenza (sia pure per ragioni di mero egoismo), né tantomeno la relazione con la loro madre. Sicché, ove ciò dovesse avvenire, da quel momento in poi dovrà essere loro cura (in quanto familiari più prossimi) predisporre tutte le tutele del caso, preoccupandosi di individuare la forma di protezione più adeguata alla situazione, onde evitare di incorrere in futuro in possibili responsabilità, anche conseguenti ad eventuali segnalazioni di abbandono fatte alle autorità (non necessariamente dal compagno, ma da parte di semplici conoscenti o familiari).

Se la donna, come sembra di capire, ha un reddito adeguato a sopportare i costi della necessaria assistenza, in caso di mancata collaborazione le figlie potranno anche rivolgersi all’ufficio del giudice tutelare affinché – tenuto conto del deterioramento dei rapporti con la loro madre, della irragionevolezza della stessa nel voler assumere una badante fissa, della impossibilità oggettiva per la lettrice e le sue sorelle di occuparsi della donna – nomini un amministratore di sostegno (che potrà essere individuato anche in una di voi figlie) affinché gestisca quel denaro al fine di assicurare la presenza di qualcuno in casa quando nessun altro potrà essere presente. Si tratta di una istanza da rivolgere all’ufficio della volontaria giurisdizione del tribunale e che non richiede necessariamente l’assistenza di un avvocato, per quanto questa sia consigliabile in caso di situazioni particolarmente complesse. A seguito del deposito dell’istanza, il giudice, dopo aver sentito la madre della lettrice (anche recandosi egli stesso presso il domicilio ove sia impossibilitata a muoversi) e i familiari, potrà anche disporre una consulenza medica d’ufficio per accertarsi della situazione clinica della donna ed avere conferma di quanto detto dal medico che, dopo l’ultimo ricovero, ha consigliato una assistenza domiciliare più continuativa.

In questo modo le figlie certamente non dovranno preoccuparsi che gli si rivolga l’accusa di disinteressarsi della loro madre, ponendone in pericolo l’incolumità. È necessario, cioè, porre in essere qualsiasi misura che, ove dovesse verificarsi un evento infausto (un malore della mamma che non le permetta di chiedere aiuto, facendo intervenire i soccorsi in tempi debiti) non possa far ricadere su di loro la responsabilità di quanto accaduto.

Si ribadisce, tuttavia, che l’amministratore non ha l’incarico di tutelare l’incolumità del beneficiario, ma solo quella di amministrare il suo patrimonio. Si tratta dunque di rappresentare al giudice la necessità che i redditi della madre della lettrice vengano correttamente utilizzati a tutela della sua persona e della sua salute.

Il consiglio comunque alla lettrice, prima ancora di rivolgersi al tribunale è quello – ove possibile – di cercare un dialogo anche con sua madre e cercare di individuare una soluzione concretamente attuabile e il più possibile conforme alle esigenze di tutti, che sia pure quella di proporre alla donna il ricovero in una casa di cura oppure l’ospitalità (alternata) presso una delle sue figlie.

Purtroppo in situazioni come quella descritta non esistono soluzioni “confezionate”, la strada del dialogo e della maggior collaborazione possibile è sempre quella da preferire. In mancanza, il giudice potrà trovare delle soluzioni, ma è sempre bene che l’anziano non le percepisca come imposizioni ma come strumenti finalizzati a tutelare al meglio il suo benessere e i suoi interessi in una fase della vita in cui non si riesce più ad essere autonomi.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Maria Elena Casarano

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