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Coppia di fatto: il padre può disconoscere il figlio e non mantenerlo?

14 aprile 2018


Coppia di fatto: il padre può disconoscere il figlio e non mantenerlo?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 aprile 2018



Nel caso di un figlio nato (e riconosciuto dal padre alla nascita) da una coppia di fatto in cui dopo circa 6 mesi i genitori si sono lasciati definitivamente e intenda occuparsi del bimbo esclusivamente la madre, il padre (anche se dovesse essere effettivamente il padre biologico) può disconoscere il bimbo?Se si in che modo? Può essere esonerato da tutti i doveri derivanti il riconoscimento del bimbo visto che non se ne occuperà mai più? 

La risposta al quesito è negativa per le ragioni che qui di seguito si illustrano.

Se è pur vero che non è raro il caso di madri che, per i più svariati motivi (nascita del figlio da un rapporto occasionale o violento, convinzione della inadeguatezza genitoriale dell’ex partner, ecc) preferirebbero che il loro bambino crescesse senza il padre e sarebbero disposte a non pretendere mai nulla da quest’ultimo purché l’uomo scompaia dalla vita del figlio, va detto, tuttavia che un accordo in tal senso non avrebbe alcun valore per la legge.

Ciò in quanto quello di ricevere mantenimento, istruzione, educazione e assistenza da entrambi i genitori (anche se non sposati o divorziati) è un vero e proprio diritto del figlio. Figlio che, in quanto soggetto debole, la legge intende primariamente tutelare.

Tale diritto si traduce in un preciso dovere da parte di madre e padre di assistere la prole moralmente e materialmente fino a quando non se ne ponga la necessità; basti pensare che il mantenimento economico non va inteso come riferito al solo obbligo alimentare, ma riguarda anche l’aspetto abitativo, culturale, scolastico, sportivo, sanitario, sociale e la opportuna predisposizione – fino a quando l’età dei figli lo richieda – di una stabile organizzazione domestica, idonea a garantire loro tutte le necessità di educazione e di cura. Aspetti questi che si traducono in doveri gravanti su entrambi i genitori in misura proporzionale alle loro capacità (di lavoro professionale e casalingo) tenendo conto delle attitudini, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni dei figli.

Ciò non toglie che il giudice possa, nell’ambito di una domanda congiunta sull’affidamento e il mantenimento dei figli (che, per la separazione delle coppie di fatto, non rappresenta un obbligo di legge), prendere atto di accordi in deroga al principio di proporzionalità, sempre che non siano contrari all’interesse dei figli.

In altre parole, se pur sarebbe legittimo un accordo col quale uno solo dei genitori (anche in ragione di un elevato reddito) si assuma da solo le spese per il mantenimento del figlio, di certo non lo sarebbe quello che estrometta del tutto l’altro genitore dalla vita del bambino (escludendone la frequentazione, la necessità di acquisirne il consenso nelle questioni di maggior interesse, l’affidamento condiviso, ecc.); un simile accordo, infatti, sarebbe nullo in quanto contrario al diritto del figlio ad una serena crescita e a veder garantito il suo pieno diritto alla bigenitorialità.

Ciò è tanto vero che spetta allo stesso figlio, una volta cresciuto, il diritto a vedersi riconosciuto dal genitore che lo abbia abbandonato il risarcimento del danno morale provocato dalla sofferenza e dalle ripercussioni psicologiche derivanti dalla sua assenza, non avendo alcun rilievo, in un caso del genere, l’esistenza di un accordo tra madre e padre che abbia inteso escludere uno dei due dalla vita del minore.

Quanto alla istanza di disconoscimento del bambino (c.d. impugnativa per difetto di veridicità), se pure questa fosse effettuata dal padre (o dalla stessa madre) entro i termini di legge (un anno dal riconoscimento), essa non avrebbe alcun fondamento giuridico per essere esperita.

L’azione, infatti, non può essere esercitata dal genitore biologico che abbia già riconosciuto il bambino (come nel caso in esame) per il solo fatto di non volersene occupare, ma solo da colui che abbia scoperto l’inesistenza del rapporto biologico tra il figlio e il genitore che ne ha effettuato il riconoscimento.

Né varrebbe a supportare una simile istanza il consenso della madre.

Nell’ambito di detta azione, infatti, va data prova della mancanza di un rapporto biologico tra genitore e figlio; prova che non potrebbe certamente risiedere nella semplice dichiarazione della madre del bambino di aver avuto, nel periodo del concepimento, delle relazioni con uomini diversi da quello che ha effettuato il riconoscimento, ma deve basarsi su circostanze oggettive (test del dna, analisi ematiche) che possano dare al giudice la certezza della fondatezza della domanda di disconoscimento.

Non va dimenticato infatti che l’accoglimento di tale istanza comporta delle conseguenze importanti nella vita del minore in quanto fa estinguere tutti gli effetti del rapporto di filiazione con un danno nella vita del bambino non solo sul piano economico (perdita del diritto al mantenimento e ai diritti ereditari) ma anche su quello morale (perdita al diritto di essere curato, istruito, educato, assistito moralmente da entrambi i genitori).

Per tutto quanto esposto, è a parere dello scrivente da sconsigliare i genitori del minore a procedere secondo le intenzioni prospettate nel quesito.

Tutt’al più, trattandosi di genitori non coniugati, e non essendoci pertanto alcun obbligo di legge per loro di rivolgersi al tribunale per ottenere, a seguito della loro separazione, la regolamentazione dell’affidamento e del mantenimento del figlio, essi potranno procedere nel senso di accordarsi tacitamente per attribuire alla madre del bambino un ruolo prevalente (in senso sia morale e materiale) nella vita del piccolo.

Tuttavia è doveroso evidenziare che un simile accordo (in quanto del tutto privo di valore giuridico) non metterebbe in alcun modo il padre del bambino al riparo dal rischio di vedersi in seguito citato in giudizio dalla madre (eventualmente tornata sui propri passi) per ottenere il rimborso delle spese sostenute per aver mantenuto da sola il bambino. Infatti, il dovere di mantenimento del minore riconosciuto da entrambi i genitori sorge sin dalla nascita del figlio, sicché il genitore che nel frattempo se ne sia occupato in via esclusiva avrà diritto di chiedere all’altro genitore il rimborso della sua quota parte.

Al pari, lo stesso figlio, una volta divenuto maggiorenne, potrà rivolgersi al giudice al fine di ottenere il risarcimento del danno per la privazione morale e materiale subita a causa dell’assenza del padre nella sua vita.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Maria Elena Casarano

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