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Lo sai che? Il proprietario di casa muore senza far testamento: quali diritti ha la convivente?

Lo sai che? Pubblicato il 14 aprile 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 14 aprile 2018

Appartamento di proprietà della mamma e di due fratelli. Il fratello maggiore divorzia, ha tre figli di cui uno ancora minorenne. Mamma e fratello concedono al divorziato e alla sua nuova compagna la possibilità di abitare nel citato appartamento. Muore senza lasciare testamento. I due alcuni mesi fa avevano trasferito residenza nell’appartamento di cui sopra. Tutte le utenze erano a carico della mamma. Cosa spetta alla convivente? La mamma e il fratello possono accedere all’appartamento per prendere gli effetti del defunto?

 

Sembra potersi desumere dal quesito posto che l’immobile in questione sia stato concesso in comodato d’uso dalla genitrice e i fratelli al congiunto, ora defunto.

Non è chiaro il richiamo alla presenza di figli minori in quanto non sembra che questi convivessero con il padre, né che, quindi, vi sia, nel caso di specie, un provvedimento di assegnazione della casa all’uomo da parte del giudice del divorzio.

Ritenendo, pertanto superato questo problema, nel caso esposto non è certamente possibile qualificare la permanenza della convivente del defunto come un’occupazione illegittima dell’immobile.

Al caso in esame, infatti, può senz’altro ritenersi applicabile quanto previsto dalla nuova legge “Cirinnà” sulle convivenze di fatto (L. 76/2016). Tale legge in particolare ha attribuito al convivente, in caso di morte del proprietario dell’immobile, una vera e propria riserva di abitazione, stabilendo il diritto di quest’ultimo di continuare ad abitare nella casa di comune abitazione per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque non oltre i cinque anni e per non meno di tre anni, se nella stessa coabitino figli minori o figli disabili del convivente.

Se, invece (ed è questo il caso che riguarda il quesito) l’immobile è condotto in locazione, in caso di morte del conduttore o di suo recesso dal contratto di locazione, il convivente ha diritto a succedergli nel contratto. Disciplina questa che, peraltro, è ritenuta pacificamente applicabile anche nel caso in cui l’immobile sia stato concesso in comodato d’uso. Il comodato, infatti, è molto simile alla locazione, salvo per il fatto che quest’ultima è di solito a titolo oneroso (per cui è dovuto un canone), mentre il comodato è a titolo gratuito.

Ciò significa, all’atto pratico che la convivente è subentrata, alla morte del compagno, negli stessi diritti che questi aveva quale comodatario dell’immobile, divenendone nuova comodataria. Cosa comporta questo all’atto pratico?

Per farlo, bisogna partire dal fatto che il comodato è quel contratto in base al quale una soggetto (comodante) consegna all’altra (comodatario) un bene immobile o mobile infungibile affinché se ne serva per un tempo o per un uso determinato, con l’obbligo di restituire la stessa cosa ricevuta.

Tale contratto (essenzialmente gratuito) realizza la funzione economica del prestito d’uso e si caratterizza per la fiducia riposta nella persona del comodatario: il comodante, infatti, concederà il bene soltanto a quella persona nella quale riponga affidamento circa la conservazione e la puntuale restituzione dello stesso.

Per il contratto di comodato è prevista la libertà di forma (tant’è che esso può essere stipulato anche oralmente); e questo anche qualora il bene concesso in comodato sia un immobile e il contratto sia stipulato per una durata superiore a 9 anni.

Orbene, la legge (artt. 1803-1812 cod. civ.), prevede che:

– il bene dato in comodato debba essere restituito alla scadenza del termine stabilito nel contratto. Se il termine previsto non sia ancora decorso, il comodante potrà richiedere la restituzione anticipata del bene solo qualora sopraggiunga un bisogno urgente e imprevisto.

– Se, invece, non è stato redatto un contratto scritto o comunque non è stato convenuto un termine (com’è possibile sia avvenuto nel caso di specie), né questo risulta dall’uso a cui la cosa doveva essere destinata, il comodatario deve restituirla non appena il comodante la richieda (ad nutum): in tal caso si parla di comodato precario.

Ciò detto, non può certamente ritenersi che il successore nel contratto di comodato (la convivente) possa avere maggiori diritti dell’originario comodatario; sicché, nella pratica, i proprietari (madre e fratello) potranno certamente domandare la restituzione della casa alla scadenza contrattuale o ad nutum, a seconda del caso.

In ogni caso comunque, sarà sempre bene concedere alla donna un adeguato margine di tempo affinché questa possa trovare una nuova collocazione abitativa. E certamente fintanto che questa non abbia lasciato la casa, non sarà possibile ai proprietari cambiare le chiavi della serratura, non potendo ridursi la sua posizione a quella di mera ospite nell’appartamento.

La legge, tuttavia, non indica in maniera precisa quale debba essere il termine da concedere al convivente per lasciare la casa ove questi non osservi la scadenza prevista dal contratto o il termine indicato dal comodante per il rilascio (in caso di richiesta ad nutum), sicché potrà rivelarsi opportuno concedere -indicandolo in una lettera raccomandata (meglio se redatta da un legale)- un termine assimilabile al c.d. “termine di grazia” previsto nei casi di sfratto per finita locazione o morosità (che è di 90 giorni).

Indipendentemente poi dalla richiesta di rilascio, i proprietari potranno comunque fare formale richiesta scritta alla comodataria di veder consentito loro l’accesso all’appartamento all’esclusivo fine di prelevare gli effetti del defunto. Potranno essere a riguardo indicati giorno e ora dell’accesso oppure essere richiesto che sia la stessa convivente a comunicare il momento ritenuto più idoneo a tale scopo.

Certamente non sarà loro possibile (se pur in possesso delle chiavi) accedere all’immobile senza il consenso della comodataria.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Maria Elena Casarano


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